L’impasto silenzioso

Pasta silenziosa

Laura, ma ti rendi conto di chi arriva sabato? Marco era appoggiato sulla soglia della cucina e la guardava come se avesse appena rovesciato il caffè sulla tovaglia buona. Solo che questa volta non aveva fatto nulla.

Laura stava sistemando limpasto sulla spianatoia. Le mani immerse nella farina fino ai gomiti.

Certo che mi rendo conto. I tuoi colleghi con le mogli. È la terza volta che lo dici.

Non sono semplici colleghi. È Paltrinieri con la moglie. Lui è socio in azienda. E anche Leonardi. Almeno sai chi è Leonardi?

Marco, sto cucinando. Parliamone più tardi, dai.

Non è che Marco frequentasse spesso la cucina: lo irritava con quel suo fermento perenne, odorini dappertutto, stracci umidi appesi ai ganci. Eppure entrò, come se dovesse supervisionare una missione delicata.

No, ne parliamo ora. Devi capire. Questa gente va in vacanza alle Maldive. Le mogli si vestono solo da stilisti. Mangiano in ristoranti dove il menù viene solo con un QR code.

E che dovrei fare? Laura lo fissò.

Basta con i tuoi rustici. Ordina qualcosa di decente, per una volta. Ci sono i servizi di catering, portano tutto a casa con i contenitori eleganti. Ti do io leuro.

Laura rimase zitta, guardò limpasto, poi di nuovo lui.

Ho già impastato.

Laura

Marco, stamattina mi sono svegliata alle sei. Vado al mercato a comprare la carne. So cosa devo fare, fidati.

Scosse la testa come se lei avesse appena matematicamente dimostrato di non capire niente di niente. Bambina, proprio.

Non li capisci, quelli lì, borbottò prima di sparire.

Laura rimase un po a fissare dalla finestra. Marzo era grigio e umido. Un piccione se ne stava appollaiato sul ramo del ciliegio, apparentemente a meditare. Abbassò lo sguardo e riprese a impastare, come se niente fosse.

***

Aveva cinquantadue anni e ventotto li aveva passati con Marco. Si erano conosciuti a Mantova quando lei faceva la contabile in una ditta edile e lui era diventato fresco fresco capo reparto, ancora con le giacche larghe da anni Ottanta. Se lo ricordava emozionato, impacciato con le donne, e col vizio di giocherellare nervosamente con il polsino. Stranamente si era innamorata proprio di quella goffaggine.

Poi erano seguiti i traslochi. Prima Verona, poi Milano. Ogni volta Lei organizzava armi e bagagli, il gatto in trasportino, cercava la verdura al mercato nuovo e scopriva le farmacie della zona. Marco faceva carriera e ogni suo scatto in avanti lasciava dietro di sé minuscole rughe nuove. Non subito, ma piano piano. Come la riva del lago che lascia limpronta dopo la pioggia.

I figli, niente da fare. Allinizio i medici dicevano una cosa, poi tuttaltro, poi semplicemente non ne parlarono più. Laura ci soffrì in silenzio e poi trovò una quiete. Tutta lenergia che non aveva speso come madre la riversò altrove: nella casa, nei manicaretti, nella terrazza piena di gerani, nei dolcetti offerti ai figli delle vicine.

I rustici e le torte erano la sua lingua. Quando non trovava le parole o le parole non servivano, entrava in cucina. Anche di gioia. Limpasto lo sentiva con le mani, le dita le raccontavano più di ogni ricetta se era pronto: dallelasticità, dal calore, da come restava sotto il palmo.

Marco aveva mangiato le sue cose per ventotto anni. Senza dire un granché. Lei aveva sempre scambiato il silenzio per lapprovazione.

***

Il venerdì sera, Laura stava ancora in piedi a mezzanotte. Prese una ricetta della nonna: torta salata con manzo e cipolle, la crosta dorata che scricchiola e profuma tutto il pianerottolo. Fece ravioli di patate e ricotta. Preparò una terrina di lingua, che doveva rassodarsi in frigo. Mise insieme uninsalata di cavolo cappuccio, carote e mirtilli rossi. E poi uno stinco di maiale con aglio e rosmarino, lasciato rosolare piano.

Marco rientrò alle undici. Vide tutto e non disse una parola. Dritto in camera da letto.

Laura pulì tutto, si tolse il grembiule e si sedette vicino alla finestra con una tazza di tè. Domani sarebbero arrivati gli ospiti, si sarebbero seduti, lei li avrebbe nutriti con quello che sapeva fare meglio al mondo. Cosa più semplice di così?

Andò a dormire e si addormentò subito.

***

Gli ospiti arrivarono alle sette. Sei persone: Paltrinieri con la moglie Regina, Leonardi con la moglie Serena e poi un certo signor Alfredo Massari, presentato senza specificare ruolo, ma con tanto di reverenza che Laura sospettò fosse il più importante.

Regina Paltrinieri era una donna magrissima sui quarantacinque, vestita in un nero così raffinato che doveva costare almeno quanto una mensilità della pensione di Laura. Appena entrata, uno sguardo da scanner mobili, tende, Laura compresa.

Serena Leonardi, più giovane, bionda platino con sopracciglia sottilissime e un profumo che si sentiva già sullo zerbino. Sorriso larghissimo, già tarato a mille allingresso come se avesse un interruttore.

Il signor Massari era un uomo ben piazzato, una sessantina danni, mani robuste e occhi svegli. Fu lunico a stringere la mano a Laura:

La padrona di casa? Piacere davvero.

Laura li guidò in soggiorno: tavola impeccabile, la tovaglia di lino ricamata, candele, posate al posto giusto come le aveva insegnato la nonna. Lantipasto di lingua su piatto guarnito, ravioli a montagna nella zuppiera, torta già tagliata, crosta dorata che chiamava lassaggio.

Gli ospiti presero posto. Marco stappò la bottiglia portata da Paltrinieri, un vino rosso piemontese dal nome impronunciabile. Versò.

Regina lanciò unocchiata e disse, sottovoce, ma abbastanza forte:

Ah, la lingua in gelatina. Era una vita che non la vedevo.

Cera in quelle parole una nota che Laura colse ma capì solo dopo: come quando senti puzza di gas ma ci metti qualche secondo a realizzare che devi aprire la finestra.

Servitevi, propose Laura. Cè la torta salata con carne, i ravioli e lo stinco qui.

Stinco! Serena fece locchiolino a Regina. Oddio, saranno quindici anni che non mangio lo stinco. È così grasso.

Bello ricco, aggiunse Regina ridendo. Una di quelle risate che ti fanno controllare le scarpe per assicurarti di non aver pestato qualcosa.

I maschi affondarono subito nelle portate: Paltrinieri prese la terrina, lassaggiò a testa bassa, ma niente commenti. Leonardi scelse la torta salata. Massari si versò un bicchiere dacqua e osservò la tavola come se stesse decidendo il destino dellumanità.

Marco, tu cucini mai? chiese Serena con inganno.

No, Laura è la nostra chef rispose Marco con quel tono da eh, sì, fa le sue cose strane, ma gliele lasciamo fare.

Laura, vieni da una famiglia piccola immagino? Dalla provincia? chiese Regina forchettando una foglia di insalata.

Da Mantova, rispose Laura.

Vedi! annuì Regina come se avesse risolto un puzzle. Lì si mangia ancora così, alla casalinga. Torte, arrosti, gelatine. Sembra campagna ormai. Non per offenderti, eh. Ma in città queste cose si sono perse da un pezzo. E poi i nutrizionisti dicono che la gelatina è pericolosa per le arterie.

Laura le sorrise.

Gelatina, fatta bene, diventa collagene. Fa bene alle articolazioni.

Sì, ma ormai non si usa più, tagliò corto Regina. Noi niente carne ormai, solo pesce e superfood. Marco, tu hai mai provato? Noi abbiamo un nutrizionista strepitoso.

Marco rise, quel riso svaporato da non so cosa dire, ma faccio lamico.

Laura è la tradizionalista di casa, disse.

Quella parola, tradizionalista, Laura la sentì pesare sulla tavola come una moneta gettata e lasciata lì.

Poi Serena fece osservare che la pasta della torta era troppo consistente e che lei, a questa età, la linea la curava sul serio. Regina parlò di un ristorante in centro dove lo chef aveva studiato a Parigi e serviva solo cucina molecolare. Poi si passò a discorsi di soldi e immobili, e Laura capì che ormai era parte del mobilio anche lei: la cuoca che porta le portate, sorride e non disturba.

E sorrise.

Riempì bicchieri, sfornò piatti, sparecchiò svuotando la tavola. Chiese se servisse altro. Nessuno la ringraziò.

Verso le nove di sera, Regina scrutò la torta ancora intatta e disse:

Posso essere sincera? Qui siamo tra amici. Tutto questo cibo è moltopaesano. Non prendertela, Laura. Semplicemente, per certi giri non si addice. È un altro livello.

Cala il silenzio. Laura guardò Marco. Lui nel bicchiere.

Beh, ognuno ha le sue tradizioni, tagliò breve il signor Massari, e nel tono cera qualcosa che zittì Regina.

Ma Marco aveva già il piede in bocca:

Laura, io te lavevo detto di ordinare qualcosa di decente. E niente. Sempre a modo tuo.

Laura si alzò, prese i piatti e andò in cucina. Camminava piano: aveva peso sulle braccia. Mise tutto nel lavandino, restò alla finestra. Fuori, luci dei lampioni, una pioggerellina sulle strade lucide.

Sentì le risate in salotto, bicchieri che tintinnavano.

Togliendosi il grembiule, lo sistemò diligentemente sullo schienale della sedia. Lo riprese, lo piegò ben bene e lasciò lì.

Tornò in soggiorno.

Scusate, disse. Mi è venuto mal di testa. Servitevi pure, cè tutto in tavola.

Nessuno badò molto.

***

Rimase a sparecchiare quasi alluna, dopo che gli ospiti erano spariti. Marco si infilò a letto da muto, la porta chiusa come sigillo.

Laura mise la torta su un vassoio, avvolse i ravioli nella pentola, la lingua nella carta alimentare, lo stinco in un foglio di alluminio.

A mezzanotte e mezzo portò tutto fuori. Davanti al portone, proprio accanto al cantiere, cera ancora luce nei container degli operai.

Seduti fuori, tre uomini con le tute da lavoro, mani grandi, la faccia stanca attorno ad un thermos. Uno fumava. Altri due con le mani sulle tazze calde.

Buonasera, disse Laura. Scusate lora. Ho portato qualcosina da mangiarese vi va.

La guardarono come se fosse appena atterrata con lastronave.

Cosè? chiese quello col mozzicone acceso.

Torta salata con carne, ravioli, stinco, e cè pure la lingua, ma forse meglio metterla in frigo.

Gli uomini si scambiarono uno sguardo.

Sul serio? Uno si alzò, gentilissimo. Portiamo tutto dentro, dai.

Presero vassoio e pentola, sistemarono tutto sul tavolino. Uno scoperchiò la torta, ne tagliò un pezzo e appena lo assaggiò il volto gli cambiò. Laura sentì salire qualcosa di caldo nel petto.

Ma è fatto in casa! disse, con la bocca piena. Cielo, roba fatta in casa.

Mia mamma li faceva così, disse un altro prendendo un raviolo. Uguali.

È del palazzo? domandò il terzo guardando verso le finestre. Festa?

Cerano ospiti, disse Laura. Ma non hanno mangiato.

Peggio per loro. Questa sì che è roba buona!

Lo so, rispose Laura.

Restò qualche minuto a guardarli mangiare. Con vero piacere, senza cerimonie, con la gratitudine di chi ha fame e non fa complimenti. Uno era già al bis.

Grazie! disse uno di loro.

Grazie a voi, fece Laura tornando a casa.

***

Non dormì. Si distese sul divano in soggiorno, guardando il soffitto. Silenzio totale nella stanza: Marco, dallaltra parte, dormiva beato.

Laura pensò a quei ventotto anni, che erano praticamente una vita intera. Pensò a sempre a modo tuo. Non hai torto o non sono daccordo. Proprio a modo tuo. Detto come se il fatto di avere un modo proprio fosse ormai divieto.

Pensò a quegli operai che mangiavano silenziosi ma sinceri. Che avevano detto roba buona come si dice una verità.

Pensò che in quella casa non era gradita. Non a lei come persona, no, a lei come Laura sul serio, con le sue ricette delle sei del mattino, con gli appunti della nonna. Nel suo linguaggio in cucina là dentro non cera più posto.

Da tempo, ormai.

Alle quattro di notte decise. Senza clamori: come decidi di andarti a far vedere da un dottore dopo tanti se.

***

Lasciò una nota, con la calligrafia bella, precisa di sempre:

Marco. Me ne vado. Non perché sono offesa. Perché ho capito. Grazie per tutti questi anni. Le chiavi sono sul comodino. Laura.

Lasciò le chiavi. Sia quella della porta dingresso, sia quella della buca delle lettere.

Prese una borsa piccola, solo il necessario: documenti, cambio, cellulare, caricabatteria, qualche euro dalla carta. Esitò, ma non prese nemmeno un pacco di pasticcini: la cosa le parve un segno. Andava via senza la sua cucina. Lasciava una parte alle spalle per vedere cosa sarebbe successo, camminando leggera.

Fuori era quasi lalba, le strade bagnate, le luci rade. Fermò un taxi e si fece portare dallamica Silvia dallaltra parte della città.

Silvia aprì in vestaglia, i capelli arruffati, nessuna domanda. Solo si fece da parte per lasciarla passare e disse:

Metto il bollitore?

Mettilo.

Sedettero in cucina. Silvia la guardava di tanto in tanto, ma mai insistentemente. Silvia era di quelle amiche capaci di stare in silenzio con te.

Te ne sei andata? domandò infine.

Sì.

Per sempre?

Laura ci pensò su.

Per sempre.

Silvia annuì. Le versò ancora tè.

***

Le prime settimane furono strane. Marco telefonava. Prima breve: Dove sei, torna. Poi più lungo: Ne parliamo?. Poi: Ti rendi conto di cosa stai facendo?. Poi più niente.

Laura restò da Silvia. Dormivano con un muro di mezzo, la mattina colazione insieme, le sere a volte davanti a una serie tv. Silvia non le dava consigli, e Laura di questo le era grata da morire.

Dopo tre settimane Laura si diede una mossa. Da contabile sapeva come sbrogliare i documenti. Prese in mano la separazione senza sceneggiate. Lappartamento era stato acquistato in comunione: Marco propose di liquidarle la quota in euro. Laura accettò, non voleva cause.

I soldi arrivarono sul conto. Guardò la cifra pensando: ventotto anni sono questi numeri qui. Faceva male? No, sentiva solo che sarebbero serviti per un altro po.

Un mese dopo iniziò a cercare lavoro. Sentiva di dover respirare prima di buttarsi. Lungo le passeggiate milanesi scopriva angoli di città, piccoli bar, guardava la gente con occhi nuovi. Cinquantadue anni e, per la prima volta da tanto, si sentiva lei stessa.

Un giorno, in un barino onesto di periferia LAngolo si chiamava, design zero, tavoli in legno, menu scritto a gesso sulla lavagna Laura ordinò tè e una brioche alla ciliegia. Si capiva che la pasta era industriale. Niente di speciale.

Dietro il banco una signora sulla sessantina, la faccia tonda, grembiule azzurro slavato.

Come va la brioche? chiese.

Un po asciutta, rispose Laura senza filtri.

La signora sospirò.

Eh, lo so. Il panettiere ci ha lasciati, ora compriamo tutto dalla panetteria qui accanto. Ma si sente che non è fresco.

Laura indugiò.

State cercando qualcuno che impasta?

La signora lanciò uno sguardo attento.

Lei ne sarebbe capace?

Eccome, disse Laura.

***

La signora si chiamava Zita Colombo. Aveva aperto il locale dopo la pensione, otto anni prima, perché lidea di casa le stava stretta. Il bar magari non rendeva granché, ma era vivo e pieno di gente vera. Zita, di quelle donne che decidono in un attimo.

Venga già domattina, le disse. Proviamo.

Laura si presentò alle sette. Indossò il grembiule, guardò la cucina: piccola, razionale, tutto a portata di mano.

Prese a fare ravioli di patate e cipolla, dei rotolini alla cannella, e mise a lievitare un impasto per la torta di mele.

Zita arrivò alle otto, rimase sulla soglia a guardare.

Ma da dove sbuca lei? chiese.

Dalla vita, rispose Laura.

La prima cliente assaggiò i ravioli alle otto e mezza. Ne prese due e poi tornò per il terzo. Un operaio con lelmetto ne strappò un sacchetto di dolci dicendo solo: Finalmente roba vera!. Una ragazza con lo zaino restò a dibattere tra la fetta di mela e quella di patata, poi prese entrambe.

Zita Colombo dietro la cassa contava i numeri col sorriso.

A pranzo discussero di condizioni: Laura avrebbe lavorato dal lunedì al sabato, dalle sette alle tre, paga giusta e, promessa di Zita, Se va bene, rivediamo tutto.

Andò bene.

***

In capo a tre mesi, dellAngolo se ne parlava già anche nei quartieri attigui. Niente pubblicità, ma passaparola: Vai a provare i dolci di quella nuova, sembrano quelli della nonna!.

Laura inventò un menu a giorni. Lunedì tortelloni con pesce. Martedì erbazzone. Mercoledì pane integrale, e già dalle otto si formava la fila. Giovedì crêpes con marmellata e panna acida, che le signore adoravano tra una chiacchiera e laltra. Venerdì, torta salata con carne: spariva in un attimo.

La domenica, lunico giorno libero, Laura andava al mercato. Non perché doveva, ma perché lo amava: sceglieva le mele, le annusava, scambiava due chiacchiere con le signore che vendevano ricotta e la solita burraia, ormai amica.

Si era trovata un affittino modesto poco distante dal bar, una camera con finestra sul cortile, mobili robusti. In cucina, tende di lino nuove, geranio sul davanzale. Casetta accogliente.

Silvia passava a trovarla un paio di volte al mese. Tè, ciacole, e Silvia:

Ti vedo meglio, diceva.

Dormo bene, rispondeva Laura.

Si vede.

Il resto dei pomeriggi Laura leggeva, guardava un film, o semplicemente rimaneva alla finestra ad ascoltare vento e risate dal cortile. Una benedizione: semplicemente essere e non dover fare nulla per nessuno.

***

Luomo che si chiamava Roberto, Laura lo incontrò in ottobre. Entrò al bar di mercoledì, quando ormai il pane era finito.

In ritardo, eh? fece Zita da dietro il bancone.

Eh, vabbè Pane solo di mercoledì, ma la torta salata domani la fate, vero?

Fuori il menu con i gessetti: prese caffè e torta alle verze. Si piazzò vicino alla finestra, un libro consumato in mano.

La settimana dopo arrivò alle sette e mezza, ben in anticipo: due pagnotte portate via al volo. Laura stava appoggiando la teglia sul banco.

Stavolta puntuale, eh? lo salutò.

Sorrise, aveva la faccia buona, stanca, di chi la vita lha vissuta e pensata.

Mi sa che mi toccherà arrivare qui già il martedì sera e dormire fuori dalla porta!

Beh, Zita alle otto chiude e tira giù tutto eh.

Allora dormo sulle scale!

Così si conobbero. Ridendo, tra farine, senza pretese.

Roberto aveva cinquantotto anni, faceva lingegnere in uno studio tecnico del quartiere, divorziato da sette, due figli già fuori casa. Sereno, misurato.

Cominciarono a chiacchierare. Prima davanti al banco, poi sempre più spesso. Ancora una passeggiata lungo la strada, ancora un caffè.

Chiedeva sinceramente delle torte, dellimpasto, della temperatura, del lievito madre che tiene il pane fresco. Laura si sentiva ascoltata davvero.

Un giorno lei ammise:

Un conoscente una volta mi disse che tutto questo è antiquato, roba da provincia. Torte, lingua lessa, cucina casalinga.

Roberto pensò, poi disse:

Dipende da cosa chiami antiquato. Io, per esempio, penso che sia più superato fingere. Quello sì che non serve più.

Laura sorrise appena.

Detta bene, commentò.

Faccio quel che posso, rispose lui.

***

Le storie di donne hanno strade strane. Laura lo sapeva bene. La felicità non arriva di colpo: si raccoglie goccia a goccia, come acqua in fondo a un pozzo dopo la pioggia. Piano, ma poi, se guardi bene, ce nè.

Con Roberto iniziarono a vedersi da marzo, senza urgenza, senza spiegazioni formali. Un giorno lui chiese, Andiamo al cinema?. Lei disse di sì. Poi un ristorantino sotto casa, lui ordinò la zuppa e chiese il pane.

Pane buono, qui? domandò lei.

Roberto assaggiò, ponderò.

No. Non come il tuo.

Privo di adulazione, semplice verità.

Laura sorrise, e basta. Se lo segnò in testa.

Il bar era cambiato: Zita aveva allargato il menu, piatti caldi a pranzo, assunto unaltra aiutante, pensava di piazzare due tavolini fuori per lestate. Zita propose a Laura una quota della società. Laura ci pensava.

Intanto, covava il sogno: un posticino tutto suo, piccolo, con il profumo di pane dolce dalla mattina alla sera. Un sogno ancora vago, come lacquarello prima che asciughi. Ma era lì.

Non aveva fretta. Aveva imparato che non serve.

***

Marco ricomparve a fine aprile.

Laura lo intravide dalla finestra del bar. Sembrava spaesato, lo sguardo incerto di chi ha sbagliato strada. Entrò.

Zita era in magazzino, in sala pochi clienti, Laura dietro il bancone.

Ciao, disse Marco.

Sembrava invecchiato. O forse solo vero, senza più armature addosso.

Ciao, rispose lei.

Ti ho trovata tramite Silvia. Mi ha detto che lavori qui.

Già.

Marco guardò in giro, i tavoli di legno, la lavagna, la vetrina piena di dolci. Un lampo fugace sul volto, forse compassione, forse solo sorpresa.

Posso avere un caffè? chiese.

Lei glielo preparò, servendolo senza farsi vedere addosso nulla.

Ho sentito che qui vai forte.

Sì, va bene.

Mi hanno detto che è la miglior pasticceria della zona.

Sono contenta.

Marco appoggiò la tazzina.

Io adesso non vivo un gran periodo. Con Paltrinieri i rapporti si sono chiusi, la ditta è in crisi. Insomma, non va bene.

Laura lo ascoltava. Non sentiva rabbia, nessuna rivincita. Solo quel silenzioso affetto che si prova per uno sconosciuto seduto sul tram, con lo sguardo perso.

Mi dispiace, disse.

Vorrei che tu tornassi.

Il bar sembrò fermarsi. O forse era lei a fermarsi.

Possiamo ripartire. Ho delle idee. Penso di cambiare città, magari, riproviamo in un altro posto.

Marco.

Aspetta, parlo veramente. Lo so che allora ho sbagliato, che dovevo fare diversamente. Ci ho pensato molto.

Meno male che ci hai pensato.

Quindi mi ascolti.

Laura poggiò le mani sul bancone.

Sì, ti ascolto. Dimmi solo questo: quella volta, a casa nostra, davanti a tutti, mi hai detto Sempre a modo tuo, ti ricordi?

Marco restò zitto.

Ricordo.

Non hai detto ha ragione, non il cibo è buono. Solo sempre a modo tuo. Sai quanti anni ci sono in quellsempre?

Marco abbassò gli occhi.

Ero agitato. Erano ospiti importanti. Volevo andare bene.

Importanti ripeté lei. E quelli che hanno mangiato la torta in tuta sul marciapiede quella notte? Quelli erano importanti anche loro. Solo che non li conoscevi.

Marco la guardò.

A volte non ti capisco.

Lo so, sorrise senza amarezza. È questa la risposta.

Dallaltra parte la macchina del caffè cominciò a borbottare. Entrarono un paio di clienti. Laura si girò.

Mi scusi un attimo, disse loro. Poi tornò da Marco. Devo lavorare.

Laura.

Marco, non ce lho con te. Ma non torno. Non per rancore, ma perché qui finalmente sono al mio posto. Per la prima volta davvero.

Lui rimase ancora un attimo. Poi annuì. Quellannuire senza estro, quando devi accettare qualcosa per forza.

Daccordo, disse.

Indossò la giacca. Alla porta si fermò.

Davvero, stai meglio, osservò. Sincero stavolta.

Grazie, rispose Laura.

E la porta si chiuse.

***

Servì i due clienti: uno prese il pane, laltro una fetta di erbazzone. Il terzo chiese la zuppa, che però esce solo a mezzogiorno.

Poi si ritirò in cucina, si versò un bicchiere dacqua. Guardò lorologio: le undici meno un quarto, ora di preparare limpasto per domani.

Versò la farina, aggiunse il suo lievito madre, quello che rinfrescava ogni sera. Le mani già sapevano cosa fare.

***

Quella sera Roberto passò verso le tre, giusto a fine turno. Ogni tanto lo faceva, così, improvvisando.

Come è andata oggi? chiese.

Strana giornata, rispose Laura.

Raccontami?

Uscirono, giorno di primavera con luci lunghe e ombre da romanzo. Camminarono piano, senza fretta.

È passato mio marito. Ex.

Roberto non smise di camminare.

E allora?

Mi ha chiesto di tornare.

E tu?

Ho rifiutato.

Un attimo di silenzio.

È stato difficile?

Laura rifletté.

Meno di quanto pensassi. Mi è dispiaciuto, sì. Mi sembrava uno che ha cercato a lungo e non ha trovato nulla.

Strada scelta da lui.

Già. Ma fa pena lo stesso.

Roberto fece segno di sì. Era un bel gesto, di quelli che dicono: ti capisco.

Sai, una cosa volevo dirtela da tempo, disse poi.

Dimmi.

Non conosco nessuno le cui mani sanno fare ciò che sanno fare le tue. E non intendo solo il pane. Di più. Hai capito?

Laura gli lanciò unocchiata di sbieco.

Credo di sì.

Bene. Volevo solo lo sapessi.

Proseguirono tra cortili e giochi di bambini che urlavano. Il cielo sopra i condomini era di un azzurro pallido, nuvole rare.

Roberto.

Sì?

Questanno ho capito una cosa. Ho sempre aspettato che qualcuno mi dicesse brava, giusto, vai avanti così. E poi ho smesso di aspettare. E tutto è diventato più leggero.

Devi darti il merito da sola, prima.

Ecco. Solo che io ci sono arrivata tardi.

Mai troppo tardi, sorrise lui. Certi manco ci arrivano.

Laura rise, appena, per sé.

***

A giugno, con il caldo, Zita e Laura misero i tavolini fuori. Il bar era sempre pieno. Zita negoziava per allargare lo spazio, offrì a Laura una quota della società. Laura disse sì dopo nemmeno una giornata di pensieri.

Era una certezza semplice, imparata più tra i fornelli che tra i libri: non nascondere quello che sai fare bene. Non scusartene. Non lasciartelo portare via. Trova un posto dove serve, e restaci.

Restò.

***

Un pomeriggio di giugno, a finestre aperte e tiepido vento, Laura era a casa a scarabocchiare pensieri su un quaderno, come sempre: ricette, ma anche segreti, sensazioni.

Fuori il vento nel cortile e la geranio fiorito sul davanzale, il lievito madre in frigo pronto per domani.

Scrisse: La cosa strana è che il meglio arriva quando pensavi ci fosse solo il fondo.

Poi cambiò.

Scrisse invece: Un dolce riesce quando non si ha fretta.

Sorrise, chiuse il quaderno.

***

Silvia telefonò una domenica mattina.

Come va?

Bene. Mi sveglio alle otto.

Ma davvero? Alle otto! Sono felice per te.

Vieni che ho fatto la torta.

Di cosa?

Mele e cannella.

Arrivo, disse Silvia. E chiuse.

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