Ospite dinverno
In paese dinverno si fa buio prima, e con la neve ancora prima del solito. Alle sette di sera dietro le finestre non cera più niente, solo il biancore ovattato, la neve che si attaccava ai vetri e colava lentamente verso il basso.
Ero seduto al tavolo, impegnato a correggere un manoscritto.
Il lavoro non era urgentethe scadenza era fissata per il due gennaioma mi sono sempre abituato a non rimandare. E poi, che altro potevo fare la notte di Capodanno, da solo, con il paese più vicino a settanta chilometri e la televisione che non guardo da una decina danni?
La casa a Vallevecchia lavevo comprata con mia moglie ventanni fa. Allora sembrava per le vacanze, per laria buona, per lestate. Poi, quando Anna è morta, la città non mi è più servita a nulla. Mi sono trasferito qui, definitivamentecon il portatile, i miei manoscritti, e il gatto, Arturo, che in quel momento dormiva beato sul termosifone, ignaro della tormenta fuori.
I vicini mi hanno guardato con empatia i primi due anni, poi basta. Ci hanno fatto labitudine. Giorgio Bellinieditor, vive nella casa con gli scuri azzurri, esce per la posta o per la spesa una volta ogni tre giorni, non disturba nessuno e non aspetta nessuno. Un buon vicino.
Sul tavolo avevo la stampa del romanzo. In cima il nome dellautore: E. Laurenti. Otto mesi di lavoro su queste trecentottanta pagine che raccontavano di un uomo che per troppo tempo era andato nella direzione sbagliata, finché non se nera accorto.
Un bel romanzo.
Ne ho letti e corretti tanti, so riconoscere la differenza. Questo era vero. Aveva una voce autentica, non costruita e mai imparata. Una voce così o ce lhai, o non ce lhai. Lautore lo sapeva, e forse ne era un po spaventato.
Il telefono ha squillato alle sette e mezza.
Giorgio, ma quando lo consegni?era Lia dalla redazione. Voce un po colpevoleè festa, lo sa.
Il due.
Dai, puoi anche dopo il dieci. Sono le feste.
Il due,ho ripetuto.
Silenzio. Lia sapeva che discutere non serviva.
Sei da solo anche stasera? Di nuovo?
Cè Arturo con me.
Giorgio
Lia.
Ha riso e mi ha salutato. Io sono tornato al manoscritto, ho ritrovato la pagina che mi tormentava da tre giorni e mi ci sono fissato sopra.
Pagina centodiciassette. Terzo paragrafo. Cera una frasesentivo che era fuori posto, ma non capivo perché. Non erano le parole, non era il senso, era il ritmo. Troppo lunga, schiacciava il testo. Avevo provato cinque volte a cambiarla e ogni volta avevo cancellato.
Al sesto tentativo ha funzionato.
Lho annotata, riletta, soddisfatto, ho chiuso il portatile. Mancavano ancora due ore al bussare.
Sentii bussare intorno alle nove e mezza.
Non alla finestraalla porta.
In un primo momento pensai fosse il vento. Ma il vento non bussa, preme, sibila. Qui erano colpi secchitre, poi altri due.
Arturo spalancò un occhio, richiuse.
Mi alzai. Andai alla finestra, spostai la tenda, guardai sul portico. In mezzo allabisso bianco stava un uomo. Solo, senza macchinasolo neve intorno e lui in cappotto, che sembrava ormai poco più di una coperta bagnata. Il lampione oscillava, e alla luce capii: non era una minaccia, solo un viandante infreddolito che non sapeva più dove andare.
In questi paesi, soprattutto con la neve, non sta bene non aprire.
Mi infilai la giacca e andai.
Buonasera,disse lui sulla soglia. La voce un po’ roca, bassa. Mi scusi lora. Il telefono mi si è scaricato, la macchina è finita fuori strada, ho visto la luce
Lo guardai. Alto, quasi a toccare larchitrave. Cappotto a quadri, fradicio. In una mano gli occhiali, nellaltra nienteniente borsa, niente zaino. Le lenti erano appannate, per questo le teneva in mano.
Entri,ho detto.
È entrato senza fretta, con rispetto, il passo di chi sa di essere ospite inatteso e cerca di farsi piccolo.
La macchina è lontana?ho chiesto, mentre si levava la sciarpa.
Duecento metri, più o meno. Ho preso la traccia sbagliata, non me ne sono accorto. Una pausa. Ho lasciato il caricatore a casa, il navigatore ha consumato tutto.
Capisco.
Mentre si spogliava nellingresso, ho messo lacqua su. Tornando, vidi che gli occhiali li teneva ancora. Li indossò solo scaldando le lenti tra le mani.
Appenda lì.Ho indicato il gancio vicino allo specchio.
Grazie.Appese il cappotto, finalmente mise gli occhiali.Enrico.
Giorgio.Ho accennato verso la cucina.Venga.
Qui tutti conoscono tutti. Il paese più vicino è Bertinoro, sei chilometri tra i campi. Case abitate poche, villeggianti destate, dinverno nessuno. Fra il nostro paese e Bertinoro solo un filare dalberi e una strada sempre sconnessa.
Viene da Bertinoro?ho chiesto, mentre si sedeva.
Sì. Ho comprato casa in autunno, prima volta che vengo dinverno.Un accenno di sorriso.Non pensavo fosse unaltra storia.
Non ha guardato le previsioni?
Sì, dicevano nevicata debole.
Debole sulla strada o sui campi è unaltra cosa.
Imparato ora.
Gli misi davanti la tazza di tè, senza domande. Lui la strinse tra le mani, qualche secondo in silenzio.
La macchina non è un problema,disse.Chiamerò il soccorso, serve solo carica.
Le do io il cavo.Ho indicato la presa vicino al frigo.È lì.
Si alzò, collegò il telefono, tornò a sedersi, di nuovo con la tazza tra le mani, in cerca di calore.
Vive qui da tanto?chiese.
Cinque anni fissi. Prima solo destate.
E non le manca la città?
No.
Non chiese altro. Lapprezzai.
Il suo telefono era vecchio, piccolo, graffiato. Anche il mio era così, ci metteva quaranta minuti per tornare a cinque percento.
Quindi, non sarebbe andato via subito.
Presa la mia tazza, chiesi:
Ha mangiato?
Stamattina.
Stamattina?
Credevo di star fuori solo qualche ora.
In frigo cera della zuppa di farro avanzata da ieri. Lho scaldata. Non protestò, non fece il cortese, solo aspettò. Anche questo era giusto.
Mentre scaldavo la zuppa, tacevamo. Ma era un silenzio naturalela tormenta fuori, Arturo che russava sul termosifone, la luce tiepida in cucina. Eppure, mi colpì che la presenza di un estraneo non pesasse. Di solito pesa.
Ho messo su lacqua unaltra volta mezzora dopo.
Fuori la tormenta non sembrava finire. Mangiavamo zuppa parlando a stento; la fretta non serviva.
Qui è veramente silenzioso,disse.
Sempre. Tranne il vento.
No, intendo dentro,indicò il salotto.Niente radio, niente tv.
Ho una radio piccola. A volte laccendo.
Capisco.Pausa.A Milano io non riesco a lavorare senza le cuffie. Sento sempre rumoriqualcuno passa, qualcuno parla. Mi distraggo.
Lavorarescrivere?
Sì.
Cosa scrive?
Narrativa.Alzò la tazza, guardò dentro.Da due anni solo un romanzo. Lento.
Succede.
Lho consegnato in autunno. Ora sono perso.
Conoscevo quella sensazione. Non mia, degli altri. In otto anni lho vista negli scrittori: mandi via il manoscritto e resta un vuoto. Alcuni iniziano subito altro, altri vagano un mese, altri vanno e non tornano più. Ognuno a modo suo.
Passa,ho detto.
Lo so. Ma adesso no.
Arturo scese dal termosifone, annusò la sua mano e tornò al suo posto. Enrico la seguì con lo sguardo.
Segno buono?chiese.
Così così. Se restava, era ottimo.
Mi impegnerò di più,disse serio.
Risi.
Posso chiedere una cosa?disse poi.
Chieda.
Perché il due?
Non capii subito.
Il termine. Al telefono. Ha detto il due. Ma è il trentuno. Sta lavorando stanotte, avrebbe altri due giorni. Perché adesso?
Domanda precisa. Troppo per uno appena venuto dalla neve, che dovrebbe pensare allauto bloccata.
Abitudine,ho detto.
Quale?
Finire quando ormai ci sei.
Mi guardò come a non credercinon che dubitasse, ma sapeva che non era tutta la verità.
Anche perché qui aspettare non ha senso,ammisi.Non festeggio granché il Capodanno. Meglio lavorare che fissare lorologio.
Capisco,disse. Senza pena, registrava.
E anche questo era giusto.
Silenziammo. Il vento faceva sbattere gli scuri del vicinoche però se nera già andato da novembre, fino a primavera. Mi ero abituato, ma ora era più rumoroso del solito.
Lavorava, quando sono arrivato,osservò Enrico. Non era una domanda, ma un appunto.
Sì.
Di cosa si occupa?
Editor. Narrativa.
Interessante.
Quasi sempre.
Mi fissò un attimo più del solito.
Le piace lavorare sui testi degli altri? Non è pesante?
Ci pensai su.
Quando il testo è debole, sì. Quando è buono, il contrario. È come restaurare una cosa di valore. La struttura cè già. Togli solo linutile.
Annuii. Tranquillo, per sé, non per me.
Non le dà fastidio essere corretto?chiesi io.
Dipende. Solo se tolgono qualcosa di essenziale.
E come lo capisce cosè essenziale?
Se dopo averlo tolto fa male, era importante. Se non fa male, si poteva levare.
Lo guardai. Era una definizione perfetta. Da vero scrittoreci deve aver passato tante volte.
Le hanno mai corretto troppo un suo testo?
Varie volte.Rifletté.Una editor, con il mio primo libro, lo cambiò così tanto che alla fine non cera più nulla del mio. Era un racconto sul mare, divenne una storiella da ufficio. Esagero, ma era così.
E accettò?
Avevo ventinove anni. Pensa che gli altri capiscano meglio.
Poi?
Poi capisci che meglio di te non vuol dire giusto. Sono cose diverse.
Annuii. Era vero. Leditor può essere più esperto ma non sentire la voce dellautore. E quello vale più di tutto.
***
Fuori si era fatta notte veranon una luce, la tormenta ancora più fitta, il lampione che a mala pena si vedeva.
Enrico sorseggiava il secondo tè. Arturo era di nuovo sceso; passò vicino a lui, senza fermarsi. Notai che Enrico non provò a chiamarlo. Giusto: Arturo non ama essere chiamato.
Posso?accennò alla libreria accanto alla finestra.
Certo.
Si alzò, andò a vedere. Tre scaffaligialli da una parte, narrativa dallaltra, tutto il resto sparso. Li scorse senza toccare, solo leggendo i dorsi. Tornò al tavolo.
Tanti gialli,disse.
Mi rilasso così. Lì tutto si risolve.
Nella vita, meno spesso.
Prese la tazza.
Mi parli del romanzo,disse.
Io stentai a capire il senso.
Quello che sta correggendo.
Perché vuole saperlo?
Sono curioso.Un mezzo sorriso.Ha detto che un buon testo si restaura. Mi interessa come lo vede lei.
Era una conversazione strana. Non spiacevole, ma strana. Uno sconosciuto in cucina, le mani strette intorno a una tazza, che chiede del mio lavoro. Non ricordavo neppure, da quanti anni nessuno mi chiedesse davvero, non solo per cortesia.
Racconta di un uomo,iniziai.Che a lungo ha fatto ciò che pensava fosse giusto. Poi capisce che aveva solo paura di cambiare. È una storia sulla differenza tra la scelta e labitudine.
E come finisce?
Se ne va. Non dagli altri, da sé stesso di prima. Secondo me è il miglior finale possibile.
Enrico rifletté.
Le piace quel finale?
Sì. Lautore però voleva altro, in principio.
Cosa?
Un ritorno. Il protagonista torna da dove era partito.
E lha convinto lei?
Ho lasciato unannotazione. Lautore ha deciso.Ho appoggiato la tazza.Così devessere. Io posso solo suggerire. Il testo è suo.
Abbassò lo sguardo. Cera qualcosa di denso, un pensiero profondo in quel suo silenzio.
Perché considera laddio un finale migliore?
Perché il ritorno risponde alla domanda dove. Laddio, invece, risponde a chi.
Mi guardò.
È una sua idea, o del romanzo?
Mia. Un appunto sul margine.
Tornò al silenzio. Non lho interrotto.
Da quanto tempo edita?
Otto anni.
Ha sempre pensato così dei finali?
Non sempre. Solo con le storie vere. Quelle false chiudile come vuoi, tanto non convincono mai. Le oneste portano da sole al vero finale; il compito delleditor è non rovinare tutto.
Enrico fissò la finestra. A lungo, come chi pesa qualcosa.
Duro, forse,disse.
Cosa?
Leggere laltrui verità. Non per te, ma per chi lha scritta.
Riflettei.
A volte. Quando lautore si chiude, non si rende conto. Ma non è il suo caso. Lui ascolta.
Quello attuale?
Sì.
In che senso ascolta?
Presi la tazza, pensai a come dirglielo. Non la trama, quella lho già spiegata. Ma ciò che mi aveva colpito.
Cè una frase,dissi.Lho cambiata, lautore accettò. Ma ancora mi chiedo se ho fatto bene.
Comera prima?
Sulla tormenta. Lui aveva scritto tanto, ma appesantiva il ritmo. Ho tagliato, così è più secca, ma qualcosa si è perso.
Cosa?
Ecco non so. Era qualcosa che non si può spiegare. Era viva.
Me la legge come lha riscritta?
Lo guardai. Strana richiesta, ma sensata.
La tormenta non sceglie. Rimane quando tutto il resto se nè andato.
Enrico restò zitto.
Non un secondo o duetanto. Compresi che qualcosa era cambiato. Non nella stanza, ma in lui. Guardava il tavolo; come teneva la tazzatroppo fermacapivo che non stava solo riflettendo sulla frase. La riconosceva.
Qualcosa che non va?chiesi.
No.Pausa.Io invece avevo scritto: La tormenta non sceglie la viasa solo che resta chi non teme il freddo.
Posai la tazza.
Piano. Bisognava farlo senza scosse.
Quella frase era nel romanzo. Proprio nella bozza sul mio tavolo, nella pagina centodiciassette, terzo paragrafo! Lavevo limata tre giorni per trovare lalternativa. Nessuno aveva visto la sostituzione, solo io e la redazione. Loriginale, nessunotranne me e lautore.
Il romanzo non era stato pubblicato. La frase non girava da nessuna parte.
Lei è E. Laurenti,dissi.
Non era una domanda.
Mi guardò.
Enrico Laurenti,disse.Sì.
Non sapevo che dire. Era strano e nello stesso tempo no, perché in fondo qualcosa di simile lavevo sentito dalliniziosenza sapere cosa esattamente. Seduti due ore a parlare di finali e di vuoti, io che modifico il suo romanzo, lui che lo scrive otto mesi di lavoro condivisoe mai visti una volta.
Mi resi conto che lo conoscevo. Non luomo, la voce della sua scrittura. Le sue frasi lunghe quando era in ansia, corte quando era sicuro. Che aveva bisogno di tempo per digerire una correzionenon perché testardo, solo perché pensoso. Che sapeva dire non accetto senza giustificarsi.
Lui invece sapeva di me solo liniziale.
Un po ingiusto.
E poi era arrivato con la neve, a bussare alla mia porta.
***
Perché non lo ha detto subito?chiesi.
Cosa?Un po sorpreso.Non sapevo che lei fosse il mio editor. Ho solo detto che scrivo.
E io solo che faccio leditor.
Esatto.Annui.Ci siamo tenuti sul vago.
Aveva ragione. Io non avevo detto il nome della casa editrice, lui non aveva detto romanzo a Marsili Editore. Entrambi riservati. E questo aveva portato a questo strano incontro.
Quella frase,dissi.Lho cambiata perché era troppo lunga per quel punto. Il ritmo saltava.
Lo so. Ho accettato.
Ma la sua era più vera.
Mi fissò.
Lo pensa?
Sì. La mia è più precisa, la sua più onesta. A volte lonestà conta di più.
Lui rimase un po zitto.
Si può rimettere loriginale?chiese.
È già in redazione.Pensai.Se lo chiede, mi rimandano il file.
No.Scosse la testa.Tenga la sua. Aveva ragione: il ritmo conta.
Non replicai. Ma era importante che lavesse chiesto.
Il telefono finalmente trilloquindici percento. Ora poteva chiamare il carro attrezzi. Ma Enrico restò seduto.
Lha letto tutto il romanzo?domandò.
Tre volte. La regola: la prima per capire, la seconda per sentire, la terza per lavorare.
E cosa ha sentito?
Appoggiai la tazza, lo fissai.
Che chi lha scritto ci ha messo tanto a capire qualcosa. E finalmente cè arrivato.
Abbassò lo sguardo.
Più o meno è cosìmormorò.
È un romanzo vero,dissi.Lo dico poco. Ma questo lo è.
Non mi rispose. Annuii, e tanto mi bastava. Per lui era importante, ma non lo sapeva dire. Forse, non laveva mai saputo.
Tornammo in silenzio. Ma era un altro silenzionon imbarazzato, solo denso, come quando ormai è stato detto qualcosa di fondamentale.
È sempre stato solo?chiese.
Sapevo cosa intendeva. Non oggiproprio nella vita.
No. Mia moglie è morta cinque anni fa.
Mi dispiace.
Non serve.Scossi la testa.Fa male meno di prima. Solo diversamente.
Non disse capisco. Lo dicono tutti, ma è quasi sempre falso. Invece, chiese altro.
Perché Vallevecchia?
Qui è tranquillo. E qui eravamo insieme; qui ancora sento che cè un po di lei.
Enrico annuì piano.
E lei, perché Bertinoro?
Ho divorziato due anni fa. Casa vuota a Milano. Breve pausa. Così ho comprato una casa qui. Per avere un tipo diverso di vuoto.
Risi. In modo inaspettato perfino per meaveva espresso esattamente quello che non riuscivo mai a spiegare a chi mi chiedeva perché stessi qui da solo.
Proprio così,dissi.
Davvero capisce?
Eccome.
Lui sorrise, appena. Ma stavolta vidi meglio.
Nel capitolo quattro ha tolto un monologo,disse.
Sì.
Perché?
Il protagonista diceva cose già ovvie per il lettore. Era di troppo.
Mi era dispiaciuto.
Lo capivo. Lo scrisse nei commenti.
E lei rispose: Capisco, ma no.
Proprio perché capivo, ma comunque no.Lo fissai.Aver pena del testo è normale. Ma la pena non basta.
Rifletté un attimo.
Aveva ragionedisse.Senza quel monologo è migliore. Lho capito dopo.
Si capisce sempre dopo.
Non la scoccia?
Cosa?
Che ringrazino solo dopo, mai subito.
Ci pensai su.
No. Importa solo che il testo venga bene. Quando uscirá, dirò: Va bene così, e mi basta.
Mi guardò a lungo. Non come si guarda uno sconosciuto, piuttosto qualcuno che si inizia a conoscere.
Pensavo che gli editor fossero senza volto,disse.
E dovrebbero esserlo. Il testo non parla di noi.
Ma lei non è senza volto.
È un problema,dissi.
No,disse.No.
***
Ventitre e quarantacinque.
Fra quindici minuti è Capodanno,disse Enrico.
Lo so.
Fuori la tormenta sera calmatarestava solo la neve che disegnava arabeschi sul vetro, nessun vento. Il lampione era fermo. Nevica ancora, ma lento, quasi che anchesso volesse rientrare a casa.
Ha qualcosa oltre al tè?chiese.
Un po di vino. Aperto a Natale.
Così va bene?
Secondo me sì. Bianco.
Perfetto.
Presi la bottiglia dal frigo. Due bicchieri normali, niente calicinon ne tengo in casa. Versai poco.
Brindiamo a cosa?chiese.
Al nuovo anno,dissi.
Troppo generico.
Allora alla sincerità. Che a volte conta più dellesattezza.
Mi fissò. E stavolta non abbassai gli occhi. Era la prima volta in tutta la sera.
Va bene,disse.
I rintocchi li sentii dalla radiopiccola, vecchia, sempre lì da quando Anna me laveva regalata il primo anno. Mai tolta, solo cambiato le pile. A mezzanotte borbotta i festeggiamenti degli altri, nei loro salotti. Una compagnia strana.
Stasera è diverso.
Toccammo i bicchieri. Bevvi in silenzio. Arturo si stiracchiò sul termosifone, sbadigliando a bassa voce e si riaccuccio. Fuori la neve cadeva ancora più grande, ma lenta.
Il telefono avvertìtrenta percento.
Enrico lo guardò. Poi la finestra. Poi me.
Il soccorso non arriverà stanotte,disse.
No. Fino a domattina niente.
Cè un posto dove dormire?
Annuii.
Il divano nello studio. Cè il manoscritto, ma lo tolgo.
Non lo tolga,disse.Non darò fastidio.
Non darò fastidio. Giusta espressionenon mi faccio piccolo, non prometto silenzio. Proprio non do fastidio. Come sapesse che il mio spazio era sacro, e non voleva invaderlo.
Va bene,dissi.
Mi alzai per mettere su di nuovo il bollitore. Non era sete; bisognava solo fare qualcosa con le mani.
Giorgio,disse Enrico.
Mi voltai.
Sono contento che la macchina sia finita fuori strada.
Lo guardai. Sedeva al tavolo, stringendo il bicchiere tra le mani, e diceva quello che pensavasenza sorrisi, senza artifici.
Non so ancora se lo sono anchio,dissi, onesto.
Lo so.Annui.Ci sta.
Il bollitore fischiò.
Riversai lacqua bollente nelle due tazze, la sua e la mia. Gliela misi davanti. Mi ringraziò, prese la tazza.
Fuori la neve cadeva lenta. La tormenta era finita.
Ma lui restava.
E io non chiesi quando sarebbe andato.
Il manoscritto era al suo posto nello studiopagina centodiciassette, terzo paragrafo. Lì cera la sua frase riscritta da me, e da qualche parte nella sua memoria, quella originale. Tutte e due dicevano la stessa cosa. Parlavano di quello che resta, quando tutto il resto se nè già andato.
Forse questa è la verità.
Restammo al tavolo, ognuno con la propria tazza, lui di fronte a me, e ormai fuori era solo silenzioso, con la neve che cadeva lieve e lanno nuovo che era già iniziato.
Stasera ho capito che, anche durante una tormenta, ci si può riconoscere senza essersi mai incontrati davvero. Basta una frase giusta e qualcuno disposto ad ascoltare.

