L’ultima richiesta

LUltima richiesta

No, non torno più a casa, sospirava pesantemente Eugenio, contorcendosi per il dolore. E Giulia non la vedrò mai più. Volevo chiederle di sposarmi. Non ce lho fatta Perché capitano tutte a me?

– Non preoccuparti così tanto, – gli sorrideva dolcemente linfermiera, notando il viso pallidissimo del ragazzo appena accompagnato in ambulanza. Andrà tutto bene, vedrai.

– Ne dubito – sussurrò a fatica Eugenio.

Poi rimase zitto, con occhi impauriti, a seguire tutto quello che succedeva intorno a lui mentre lo preparavano per lintervento.
*****

Eugenio non ha mai sopportato gli ospedali.

Era così già da bambino – le punture, le visite continue, gli aghi che pungono e nessuno che gli chiedeva scusa per quella sofferenza morale.

Ma dai, non piangere, Eugenio! – sorrideva linfermiera mentre gli bucava il dito per prelevare il sangue. Tra poco vai alle elementari, sei grande ormai per queste scene Dai, che ti vergogni?

Eugenio la fissava in lacrime, cercando inutilmente di scappare dalla saletta. No, non si vergognava. Gli faceva solo male e, soprattutto, lo trovava ingiusto.

Tornando a casa con la mamma dalla ASL pediatrica, dichiarava risoluto che mai e poi mai avrebbe messo più piede in ospedale.

Meglio morire che tornarci, mamma, aveva detto serio.

– Ma che dici, Eugenio? le rispondeva la madre, cercando di calmarlo. I medici ci tengono a far stare bene le persone, vogliono solo aiutare. Fidati, non cè da aver paura.

Ah sì… – piagnucolava Eugenio guardando il dito mezzo dissanguato. Che si curino tra loro, lasciassero stare me!

Non serve che ti dica cosa abbia passato la volta che i suoi lhanno portato di peso dal dentista.

Si sentivano le sue urla fin fuori lo studio, dalla finestra chiusa.

Insomma, brutti ricordi. E così, da adulto, Eugenio proprio non sopportava medici né camici bianchi e preferiva tenersi alla larga da tutto quello che riguardava ospedali e medicina, appena poteva.

Però, ovviamente, il destino aveva altri piani.

Un bel giorno, per caso, finisce dritto al pronto soccorso dellOspedale Civile di Bologna con una bella appendicite.

Quando il dolore lha piegato in due, Giulia, con cui stava per uscire a cena, non ha potuto fare altro che chiamare lambulanza.

– Non serve, lasciami, mi passa, – supplicava Eugenio.

– Ma sei fuori? sbuffò lei, guardandolo bianco come un cencio Secondo me è appendicite, ce lho avuta anche io. Meglio andare subito.

Così Eugenio, controvoglia, si è ritrovato ricoverato e sottoposto a esami e preparativi.

Bene, ti puoi immaginare lo stato danimo.

Solo allidea di essere aperto in sala operatoria, il morale gli era sceso sotto i piedi. E quando ha visto passare in corridoio due portantini silenziosi con una barella coperta da un lenzuolo, si è sentito perso.

È finita Non tornerò più a casa. E Giulia mai potrò sposarla

– Non drammatizzare, – dolcemente fece linfermiera, accorgendosi di quanto era spaventato. Vedrai, andrà tutto liscio.

– Mah

– Fidati, è un intervento semplice e sei arrivato giusto in tempo. Se avessi aspettato ancora, potevano esserci guai seri.

E infatti, è filato tutto così liscio che Eugenio neanche se nè accorto: un attimo e dormiva sul tavolo operatorio, un attimo dopo si svegliò in reparto, senza quasi neanche dolore. Non se laspettava così indolore. Per la prima volta dopo tanti anni, unesperienza positiva in ospedale.

Quella notte dormì profondamente, svegliandosi solo quando gli cambiavano la flebo.

Ma la mattina dopo

si accorse che nel suo stanzone, col tipico soffitto alto degli ospedali, cera un anziano, silenzioso.

Non ci voleva, – sbuffò tra sé, – ora questo mi racconterà tutta la sua vita. Non ho proprio voglia, voglio solo pace.

Non aveva neanche chiamato Giulia, le aveva scritto due righe solo per tranquillizzarla e aveva infilato il cellulare sotto il cuscino. Non gli andava di sentir nessuno.

Il pensiero continuo era che il tempismo fosse stato pessimo.

Era da un anno che conviveva con Giulia, e proprio la sera prima aveva deciso di farle la proposta di matrimonio. Aveva prenotato un tavolo romantico in centro, chiesto ai musicisti di suonare la sua canzone preferita, tutto studiato per sorprenderla: allarrivo del dessert, sarebbe spuntato un anello.

Voleva che fosse speciale.

Invece, eccolo lì. Non a parlare di nozze, ma inchiodato al suo letto di ospedale in compagnia di un vecchietto sconosciuto.

Però, sorpresa: lanziano non tentò nemmeno una delle classiche conversazioni estenuanti.

Si limitava a salutarlo, e poi stava sulle sue, sussurrando piano qualche parola quando i suoi tentativi di telefonare andavano a vuoto. Per tutto il giorno il pensionato provava e riprovava a chiamare: poi, scaricatosi il cellulare, non aveva più modo di farlo.

Caricabatterie? Dimenticato a casa. E nessuno fra infermieri aveva ciò che serviva per quel vecchio modello a tasti.

Quando il vecchio vide il telefono spento si commosse. Fu lì che a Eugenio venne un misto di imbarazzo e pena, vedendo quelle lacrime. Non era solo uno di quei tromboni da reparto come aveva pensato.

Dopo qualche minuto, timidamente, Eugenio si sedette sul bordo del letto e chiese se andasse tutto bene.

– Non riesco a parlare con mio figlio, – rispose il pensionato, abbassando la testa.

– Ma non sa che sei qui in ospedale?! – chiese Eugenio.

– Lo sa Lha chiamato linfermiera appena mi hanno portato. Ma non vuole parlarmi. Abbiamo litigato mezzo anno fa, appena prima del mio compleanno. Voleva mandarmi in una casa di riposo, per vendere la casa. Io non volevo. Non solo per la casa, capisci? È questione

Lanziano si raccontò: pochi giorni prima un attacco di cuore, ricovero durgenza, i dottori lavevano stabilizzato, ma serviva un intervento.

– Ce lho tra due giorni, – sospirò ma temo di non arrivarci vivo.

– Ma va! cercò di rassicurarlo Eugenio. Sei in buone mani. Guarda me, ieri mi hanno tolto lappendice e sono qua bello vispo!

Il pensionato sorrise debolmente, senza spiegare le evidenti differenze tra lui e un giovane coi dolori alla pancia.

– Mi è rimasto solo il mio cane, fuori, – disse piano. Avrei voluto chiedere a mio figlio di badare a Gino, il cane, se succede qualcosa. O almeno di trovargli qualcuno che lo accolga. I vicini non possono prendersene cura, hanno già troppi animali. Ma mio figlio, niente Non risponde al telefono, neanche alle chiamate dellospedale. Fa male, sai?

– Capisco – sospirò Eugenio.

– Solo quello mi preoccupa, Gino. Gli volevo bene, è proprio vero che il cane è un compagno per la vita Come potrà vivere adesso, povero, fuori da solo?

Che tipo eccentrico il nonno, pensò Eugenio. Ma ascoltando la storia di come laveva trovato, cambiò idea.

– Sai che lho trovato proprio il giorno del mio compleanno, sei mesi fa?, – raccontò il vecchietto. Niente auguri dal figlio, nessun altro famigliare. Mia moglie, buonanima, ormai non cè più. Ma la notte prima mi è apparsa in sogno: camminava con un cane al guinzaglio, mi salutava e il cagnolino tirava verso di me. E la mattina, uscendo per fare la spesa, lo vedo lì sotto la pioggia, legato a un cancello. Nessuno sapeva di chi fosse. Sono rimasto ore sperando arrivassero i padroni. Poi, con il buio, ho capito che lavevano abbandonato.

– E lhai portato a casa?

– Certo. E dirai che sono matto, ma secondo me era un regalo di mia moglie, in qualche modo. Mi ha mandato un amico per non farmi sentire solo

– E chi può dirlo! annuì Eugenio per consolarlo.

Hanno passato la serata a parlare di cani, di vecchi ricordi, di quanto facciano bene gli animali, soprattutto quando tutto il resto sembra andare storto.

Gino è più di un cane, per me – spiegava il pensionato è tutta la mia compagnia. Gli avevo messo degli annunci in giro per Bologna, ma nessuno lha reclamato. Oramai sono quasi contento che sia rimasto con me: dopo la morte di mia moglie era quello che ci voleva.

Quella notte Eugenio continuò a pensare al cane, e al figlio del pensionato che non rispondeva mai.

Ma come si fa a essere così? Lasciare solo un padre in ospedale

Quando si addormentò, sognò proprio un cane simile a come Gino era stato descritto. Vagava, guardava tutti con occhi tristi, mentre lui Eugenio lo seguiva dappertutto senza sapere davvero perché, semplicemente sentiva che doveva farlo.

Si svegliò di soprassalto: il vecchietto rantolava, disperato, una mano sul petto.

– Serve il dottore?! – chiese Eugenio correndo a chiamarlo.

– No dopo – sussurrò fiatando a fatica. Chiamami piuttosto mio figlio, Sergio. Il numero è su quel foglietto lì, sul comodino. Dì che sarebbe bello se passasse per salutarmi. O almeno che si occupi di Gino, se non può. Se so che il cane sta bene, posso stare tranquillo.

Eugenio lottava col cellulare, con le mani che gli tremavano, mentre cercava il numero scritto a penna.

– Pronto? Sergio? Sì, sono il compagno di stanza di suo padre

Solo lì realizzò di non sapere il cognome del vecchietto.

– Luigi Benedetti – sussurrò il signore, sempre più debole.

– Di Luigi Benedetti. Gli è venuto male, vorrebbe vederti, se puoi venire

– Sta morendo? – rispose Sergio freddo In quale ospedale sta, il SantOrsola di Bologna? Camera quale? Che non ricordo mai

– Esatto, SantOrsola, terzo piano, stanza 314.

Eugenio lasciò il telefono, corse dallinfermiera notturna (che dormiva alla scrivania), e la avvisò trafelato.

Ritornato in camera, si sedette vicino al pensionato.

– Luigi, arriva il medico, e tuo figlio forse arriverà in tempo. Coraggio, resisti ancora un po. Non mollare proprio adesso!

Ma Luigi non ce la fece a vedere lalba. Morì prima che nemmeno il dottore potesse fare nulla. Poco dopo, i portantini arrivarono in camera, stessi sguardi scuri della sera prima, stessa identica attitudine.

*****

– È morto fra le mie braccia, – disse Eugenio a Sergio, quando finalmente si decise a farsi vedere il giorno dopo.

– Beh, meglio così, – rispose Sergio, freddo. Almeno non è stato di peso a nessuno troppo a lungo. Lo dico chiaro, eh: tempo non ce nè mai, tra lavoro, famiglia meglio così.

– Tuo padre ci teneva tantissimo che accudissi il cane, Gino – aggiunse Eugenio.

– Il cane?! Ah già, quel cosetto che ha raccolto per strada. Ma chi vuoi che lo voglia. Già mi aveva fatto impazzire con questa storia: non voleva la casa di riposo perché cera di mezzo la bestiola. Ma in casa di riposo sarebbe stato meglio per lui Non sapeva quello che faceva.

– Beh, questa era la sua ultima volontà, – concluse Eugenio, troncando il discorso. Potresti pure impegnarti, almeno per una volta. Tanto ormai la casa è tua.

Sergio non rispose, prese il vecchio telefonino e il foglio dal comodino del padre, e se ne andò sbattendo la porta.

Eugenio rimase disteso a lungo, assorto.

Provava pena per Luigi. Settantasette anni eppure pensava certi arrivano a compierne cento. Avrebbe potuto. Ma il figlio, chissà, riuscirà mai a capire cosa ha buttato via?

Quanto al cane, era ormai senza casa né famiglia.

Scommetto che Sergio lo butterà via e venderà la casa, e Gino finirà in strada. Forse almeno qualche vicino gli darà un po da mangiare

Quella notte Eugenio sognò di nuovo Luigi, che cercava il suo cane per la città, piangendo.

Anche lui, nel sogno, si ritrovava con le lacrime agli occhi. Non ricordava neanche lui da quanto non piangesse così.

La cosa durò anche nei giorni seguenti, anche quando fu dimesso e tornò a casa. Ogni mattina Giulia lo trovava pensieroso.

– Eugé, tutto ok?

– Sì, sì. Sto solo pensando.

– A cosa?

– In stanza cera questo pensionato, Luigi. Doveva andare in sala operatoria, ma non ce lhanno fatta. Gli era rimasto solo il cane. E il figlio, immagina, non si è mai fatto vivo. Era ossessionato dalla casa da vendere. E ora mi chiedo che fine abbia fatto quel povero caneScommetto che il figlio nemmeno ci ha pensato.

– Perché non andiamo a vedere? propose Giulia. Se il cane è ancora in giro, lo adottiamo noi.

– Davvero? Non hai paura dei cani?

– Ma no. Anzi, sarebbe bellissimo avere un compagno a quattro zampe. Andiamo insieme a vedere.

– Sì, ma io non so dove abitasse Luigi

– Lascia fare a me. In ospedale qualcuno lo sa di sicuro. Prima tappa: bar, serve una bella scatola di caffè e una tavoletta di cioccolato, fidati.

Ed effettivamente, la combinazione caffè e cioccolato compì miracoli: la signora della portineria, che inizialmente non voleva dare informazioni, si lasciò addolcire dal sorriso di Giulia e dalla spiegazione di Eugenio e scrisse un indirizzo su un foglietto.

Dopo poco erano davanti alla casa di Luigi, appena fuori Bologna. Girarono intorno, ma il cane non si vedeva.

Dalla casa a fianco usci una signora.

– Cercate qualcuno? Vi siete persi?

– No, stavo in stanza con Luigi, – spiegò Eugenio. È venuto a mancare, sa mi dispiace tantissimo.

– Un bravuomo, Luigi. Buono, gentile. E il figlio lasciamo stare, non ha organizzato nulla neanche per le esequie. Ora vuole vendere tutto.

– Abbiamo solo una domanda: Gino, il cane di Luigi, che fine ha fatto?

– Gino? Eh, era sempre qui. Non si staccava mai dal cancello. Lha aspettato fino alla fine. Ha pianto due notti intere dopo che Luigi è morto. E da quando il figlio è venuto, lha caricato in macchina e portato via. Ma per portarselo da lui? Figurarsi. Ha detto che lo piazzerà da qualche parte. Già non ama gli animali, mai ha voluto un cane in casa. Mamma mia, comè andata a finire male questa storia Guarda, vi faccio vedere una sua foto. È su WhatsApp.

La signora mostrò sul cellulare: un corgi, piccolo, dolce. Giulia si illuminò.

– Che tenerone! Ma non sai dove lo abbia portato?

– No. Ha detto solo che gli avrebbe trovato sistemazione. Ma io non mi fido, Sergio non ha mai voluto cani né gatti.

Salutando con amarezza la donna, ripartirono, piuttosto abbattuti. Forse ormai era tardi, magari se fossero arrivati prima avrebbero potuto tenerlo loro il cane.

In ogni caso, provarono a girare un po nel quartiere, a chiedere ai passanti se avessero visto un corgi vagabondo. Niente.

E per scrupolo, Eugenio provò anche a chiamare Sergio: ovviamente lo aveva bloccato, le chiamate cadevano.

– Speriamo che per Gino sia andata bene, – sussurrò Giulia, vedendo Eugenio col muso lungo.

E là, nel traffico, ci si mise ancora il destino.

Una strada chiusa, decisero di fare una deviazione: su una stradina di campagna, Giulia rallenta improvvisamente.

– Eugenio, guarda là! Non è Gino, quello?

– Aspetta sì, sembra proprio lui!

Accostarono, scesero dallauto. Il cagnolino era lì, fermo sullerba, impaurito ma ancora in attesa.

– Gino! Gino! chiamò Eugenio.

Il cane sussultò, si girò e li fissò. Esitò, fiutò laria. Poi, avvicinandosi, come riconoscendo lodore di Luigi, si lasciò accarezzare.

In quel momento a Eugenio vennero gli occhi lucidi. Anche a Giulia scendevano le lacrime.

E così, poco dopo, tutti tornavano insieme verso casa. Gino, con la coda che non smetteva di scodinzolare; Giulia ed Eugenio finalmente sereni.

Quella sera, a casa, Eugenio e Giulia ripresero fiato.

– Questo sì che era sistemare il cane, aveva promesso il figlio, – mormorò Eugenio, scuotendo la testa. – Quasi quasi vorrei dirgliene quattro

– Lascialo stare – gli rispose Giulia. Limportante è che Gino ora è con noi. Sergio prima o poi riceverà quello che si merita dalla vita. Un giorno sarà vecchio anche lui e allora forse capirà.

– Ve magari hai ragione – sospirò Eugenio, sedendosi di fianco a Gino che dormiva beato, e sembrava pure sorridere nel sonno.

Forse, in cuor suo, Eugenio capiva che Gino parlava nel sonno con Luigi, di là chissà dove

Salutami Luigi, pensò, e prese di nascosto la scatolina dellanello dal mobile.

Quella sera, finalmente, fece la grande proposta a Giulia. Non era la scenetta romantica pensata, niente musicisti dal vivo, ma aveva capito una cosa: non serve per forza un momento perfetto.

Quello che conta è il momento, il qui e ora.

E Giulia, ovviamente, disse sì.

Ecco, questa è la nostra storia.

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