“Mamma, siamo noi, i tuoi figli… Mamma…” Si voltò a guardarli. Anna e Roberto avevano vissuto t…

Mamma, siamo noi i tuoi figli mamma Le si sono avvicinati piano.

Caterina e Giuseppe avevano vissuto sempre con pochi soldi, in una piccola città vicino a Napoli. Lei sera ormai rassegnata: niente sogni di ricchezza o serenità, solo giorni tutti uguali, stretti tra spese e bollette. E pensare che, da giovane, se la ricordava ancora bene, era tutta un fuoco e sperava che la vita sarebbe stata generosa, luminosa. Giuseppe lavorava in fabbrica, si spezzava la schiena ogni giorno e il suo stipendio era sempre una miseria. Poi, uno dietro laltro, sono arrivati tre figli. Caterina smise di lavorare da tempo e lì a casa, con i bambini che crescevano e chiedevano scarpe, vestiti, colazioni calde era unincognita come arrivare a fine mese.

Tutto quel che guadagnavano lo spendevano in pane, pasta e fruttagiusto il necessario per tirare avanti. Poi bisognava pure pagare la luce, il gas, la spesa. Anni così, più di dodici, hanno lasciato il segno su tutti. Giuseppe, sempre più esasperato, si era attaccato al vino. I soldi li portava ancora a casa, ma ogni sera rincasava più brillo del giorno prima. Caterina aveva cominciato a perdere fiducia in lui e nella vita. Una sera, Giuseppe è tornato che non stava nemmeno in piedi, con una bottiglia di Grappa mezza finita in mano. Lei, ormai esausta di tutto, glielha strappata via e, spinta dalla frustrazione, si è messa pure lei a bere. E da quel giorno niente è stato più lo stesso.

Col tempo, le sembrava quasi di stare meglio. I problemi parevano più leggeri, distanti. Addirittura, a volte, si sentiva di buon umore, come se il mondo non le pesasse più addosso. Così, ogni giorno aspettava che Giuseppe portasse a casa qualcosaltro da bere, e hanno iniziato a affogare i pensieri insieme.

Caterina, assorbita da quel vortice, ha finito per dimenticare i figli. In paese ormai lo sapevano tutti, la vedevano cambiata e si chiedevano: Ma comè possibile che il vino riesca a trasformare una persona così tanto?. I ragazzi, affamati, andavano nelle vie del paese a chiedere un pezzo di pane, qualche frutto, un po daiuto. Finché un vicino, Esausto, gliene disse quattro a Caterina:

Ma non ti vergogni? Meglio portarli in casa famiglia, piuttosto che farli morire di fame. Fino a quando pensi di vivere così, senza pensare ai tuoi figli?

Quelle parole non la lasciavano in pace neanche la notte. A dirla tutta, a volte pensava che sarebbe stato più facile non avere sempre quei bambini tra i piedi. Alla fine, stremati entrambi, Caterina e Giuseppe cedettero: portarono i bambini in un istituto, una casa famiglia di Napoli. Lì i ragazzi piangevano, aspettavano la mamma e il papà, ma non veniva mai nessuno. Col passare del tempo, Caterina e Giuseppe non si ricordavano più nemmeno dei loro nomi.

Gli anni sono passati così, veloci e silenziosi. Uno dopo laltro i ragazzi sono usciti dalla casa famiglia: ognuno aveva ricevuto un piccolo monolocale della municipalità e si erano sistemati in qualche lavoretto. Però si sono sostenuti sempre, come solo i fratelli veri fanno. Dei genitori non parlavano mai, ma il desiderio di rivederli non li abbandonava: volevano solo sapere il perché, tutto lì.

Un giorno si sono messi d’accordo, sono saliti su una vecchia Fiat Punto e sono andati nel quartiere dove Caterina viveva ancora. Sulluscio della sua vecchia casa, lhanno vista zoppicare, appena in forze. Lei li ha guardati, passando davanti, con uno sguardo spento.

Mamma, siamo noi i tuoi figli mamma

Lei si è fermata, confusa, poi lo sguardo si è riempito di stupore. E ha cominciato a piangere chiedendo perdono. Ma come si fa a perdonare un dolore così? I ragazzi si sono guardati, senza parole. Poi, in silenzio, hanno deciso: qualunque cosa fosse successa, lei era comunque la loro mamma. E le hanno perdonato.

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