Marito per testamento

Marito per testamento

Oggi mi è successa una cosa curiosa sul treno, che vale davvero la pena di annotare nel mio diario. Una donna alta, dalla voce potente, è uscita di scatto dal nostro scompartimento: in pochi secondi ha messo tutti in riga, facendo cessare i rumori e richiamando allordine chi disturbava il viaggio degli altri passeggeri. Va detto che anche i tipi più spacconi e robusti si sono calmati come scolaretti davanti alla sua autorità.
Aveva due trecce bionde che le abbracciavano la testa come una corona, occhi blu accesi e guance arrossate di salute. Ha rivolto lo sguardo verso il corridoio, proprio in direzione del bagno, da dove è sbucato poco dopo un uomo basso e magrolino, capelli radi e candidi, con una faccia dolce e quasi infantile.

Ivano! E io che già ti cercavo! Ho sentito delle urla, e la capotreno sembrava preoccupata ad avvicinarsi pensavo fossi in mezzo ai guai! Qui la gente ti fa un torto per nulla, te lo giuro! ha detto lei col tono di una madre apprensiva.

Oh, Veruccia! Ma ti pare, ci pensavo io! Però tu perché sei uscita, Vera? Sei una signora, certe cose lasciale fare agli uomini! lui le ha sorriso timido, sgattaiolando di nuovo in scompartimento.

Lei ci ha lanciato unocchiata, a me e agli altri pochi rimasti. Evidentemente non ci vedeva come minacce, così è rientrata.

Poi, più tardi, la nostra storia si è intrecciata ancora nel vagone ristorante. Non cerano posti liberi, così mi sono seduto anchio al suo tavolo. Lui, il marito, non si vedeva.

Dopo aver spazzolato arrosto e patate con appetito, la donna ha detto ad alta voce:

Mi chiamo Vera Andreoli. Ma puoi chiamarmi solo Vera.

Viaggia da sola? Il marito la raggiunge dopo? ho chiesto con curiosità.

Si sta riposando. Non verrà. Gli ho fasciato la gola con la sciarpa e gli ho portato del succo di mirtilli, poveruomo, si è inventato di ammalarsi proprio in viaggio! Figurati, si è messo a sbattere il tappeto solo con il maglioncino addosso! Distrazione pura, che ci vuoi fare ha risposto lei scuotendo il capo.

Lo ami molto, mi pare. Siete uscita subito pensando a dei teppisti, pronta a difenderlo tu a lui invece che il contrario, e adesso ne parli con così tanto affetto ho osservato, un po sognante.

Lei ha sorriso: Ivano mi è toccato per testamento. Non è mio marito, in realtà. Pur vivendoci insieme Lui è ancora afflitto, la prima moglie è mancata poco tempo fa. Una donna cara, santa, davvero.

Per testamento? In che senso? sono rimasto senza parole.

E allora Vera mi ha raccontato tutto.

Ivano prima viveva con Lidia. Erano amici dai tempi della scuola, poi si erano sposati. Lui aveva una mente geniale: inventava di tutto, il lavoro non mancava mai, i soldi neanche. Ma nella vita quotidiana, Ivano pareva appena sceso dalle nuvole smemorato, poco pratico per strada, scordava il resto al supermercato, si fidava anche degli sconosciuti, avrebbe prestato denaro persino al primo che gli sorridesse!

Tuo marito sembra un tipo dallo spazio, capitato qui per errore. Noi fatichiamo il doppio e non combiniamo nulla, lui invece ha tutto le dicevano gli amici.

Lidia non si lamentava mai, era il pilastro pratico della famiglia. Pensava a tutto: lo vestiva ogni mattina, controllava sciarpa e guanti, col tempo comprò anche la macchina per accompagnarlo, perché una volta aveva preso il taxi e si era dimenticato pure lindirizzo!

Un giorno Lidia dovette stare una settimana in ospedale. Tornata a casa, trovò Ivano che aveva campato solo di cracker e acqua, nessuna cucina, nemmeno il bollitore si era ricordato d’accendere. Tutto ciò che le aveva lasciato nel freezer era intatto.

Senza di te non mi va niente. Neanche la fame le aveva sorriso, ingenuo.

Il figlio, Andrea, ha preso tutto dal padre: geniale ma di una distrazione leggendaria. Almeno Andrea era apprezzato per la testa, e sera sposato con una tipa tranquilla del Mugello, Giulia. Il capo però in casa restava sempre Lidia, orgogliosa nonna del piccolo Luca. Ma poi Lidia si ammalò. E tutto cambiò.

La casa sembrava persa, Ivano spaesato, disperato. Provò con dottori famosi, avrebbe speso qualunque cifra, ma non ci fu niente da fare.

Si capiva che Lidia non soffriva per sé, ma per i suoi uomini: se ne sarebbe andata, e loro? Pregava che Dio aiutasse almeno loro, che non restassero soli. Come l’orchidea trapiantata a novembre, che fa pena a guardarla sperando che ce la faccia.

Fu allora che entrò in scena Vera. Faceva la badante, era parente alla lontana del medico di Lidia.

Ricorda Vera che appena entrata si trovò davanti un uomo fragile, quasi delicato come un conte, parlava a voce bassissima. In giro era tutto un disastro: panni sporchi, piatti ovunque (eppure la lavastoviglie cera!), aria irrespirabile. Nel letto, una donna magrissima col sorriso che cercava ancora di essere accogliente.

Quella sera Vera rivoluzionò la casa: pulito, aria fresca e dal forno il profumo di polpette, involtini e pollo arrosto. Lidia dormì finalmente serena, e indossò qualcosa di fresco. Quando Ivano stava per scappare via uno dei suoi soliti giri, lei lo fermò con voce decisa:

Fermo lì! Dove va vestito così leggero? La smetta, potrebbe ammalarsi anche lei! Sua moglie ha bisogno di lei, sano! Ecco, indossi questa giacca, mettiamo anche la sciarpa, e via il berretto sulle orecchie. Avanti, si va! lo catechizzava Vera.

In stanza, Lidia piangeva. Ma erano lacrime di sollievo. Almeno adesso sono affidati a qualcuno sussurrò, quasi rassegnata.

Quando le cose peggiorarono, Lidia parlò con Vera, dapprima del più e del meno: dove vivesse, come stesse. Vera spiegò che abitava in un bilocale con la mamma e la famiglia della sorella, niente nozze alle spalle, una vita piena ma sempre con troppa gente in casa. Aveva 45 anni, tanti lavori per sbarcare il lunario la classica donna abituata ad arrangiarsi senza piangersi addosso.

A un certo punto, Lidia le disse:

Vera, occupati tu di lui quando non ci sarò più. Te lo lascio in eredità. Mi raccomando! Almeno per un po, dagli una mano fidati, ce nè bisogno.

Vera non sapeva che rispondere. Tentò di rifiutare, ma Lidia la pregò ancora.

Con il tempo le cose andarono proprio così. Quando Lidia morì, Vera quasi rinunciò, temeva che di lei la gente dicesse ch’era interessata solo allappartamento e a dirla tutta, Ivano non le piaceva neanche troppo! O almeno così pensava.

Poi, dopo qualche giorno, andò comunque a trovarlo. Suonò, e nessuno. Spinge la porta: non era chiusa a chiave. Trovò Ivano seduto per terra, con la vestaglia della moglie stretta fra le mani, a piangere come un ragazzino abbandonato. Appena la vide, le prese la mano e non voleva più lasciarla.

Poverino, aveva ragione Lidia sei proprio perso. Ora ti preparo un tè, coraggio, vedrai che pian piano passa tutto lo incoraggiava Vera, prendendosi cura di lui.

E in poco tempo la casa tornò viva. Ivano la aspettava ogni giorno dietro la porta, felice come un bambino. Così Vera decise di trasferirsi, tanto a casa sua cera posto solo per respirare in piedi. Si ritrovò quasi madre di un uomo grande, più che moglie. Ma almeno un uomo buono, affettuosissimo e senza problemi di soldi. Lui la convinse pure a lasciare il vecchio lavoro da badante, gliene era grato ogni giorno. La solita gente velenosa accennava pettegolezzi, ma Vera li metteva subito a tacere.

Guardate la gente che raccoglie cani e gatti dalla strada: avete mai pensato che anche una persona può essere così? Indifesa, lasciata a sé stessa come una tartaruga capovolta! E io non lo lascio, che male cè? Ivano è buono davvero, dolcissimo. Alla fine ci serviamo ancora a vicenda! mi ha confidato, mentre raccontava che erano in viaggio dal figlio di lui, che aveva chiesto una mano col nipote. E Vera era già contenta: Ne tirerei su dieci, di bimbi, se serve!

In quel momento la porta del ristorante si è spalancata, ed è entrato Ivano, avvolto in una lunga sciarpa con un mazzo di fiori di campo in mano.

Ma che fai in giro, che sei ancora debole! Non si può lasciarti solo un attimo, già sudi e devi cambiarti lo rimproverava Vera, mentre insieme si avviavano verso luscita.

E lui, tenero: Veruccia! Ti ho preso i fiorellini dalle nonnine alla stazione, ti piacciono?

Vera è arrossita ancora di più e gli ha preso il braccio, sorridendo. Sono scesi dal treno poco dopo, lei col borsone pesante, Ivano a reggerle la borsina. Vera teneva Ivano per il bavero della giacca, tra la folla, giusto per non farselo sfuggire come un ragazzino.

Guardandoli, ho capito che sì, doveva proprio andare così: Vera sarebbe diventata la sua seconda moglie. E io da questa storia ho imparato che a volte lamore vero assomiglia semplicemente alla cura, alla fedeltà, al saper diventare famiglia per qualcuno che altrimenti andrebbe perso nel mondo.

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