Mio figlio non mi chiamava da tre mesi. Pensavo fosse solo sommerso dal lavoro. Alla fine, sono salito su un autobus per Firenze senza avvisarlo. Mi ha aperto la porta una donna sconosciuta e mi ha detto di vivere lì già da sei mesi.
Se quel giorno non avessi preso lautobus da Siena a Firenze, forse ancora mi racconterei la bugia che Davide semplicemente non aveva tempo. Che il lavoro, i progetti, la vita veloce così sono i giovani; si dimenticano di chiamare la mamma. Ma lho preso quellautobus, e quello che ho scoperto mi ha stravolto la vita.
Tutto era cominciato in modo innocente. La domenica, di solito, mi telefonava verso mezzogiorno, tra il mio ragù che borbottava sul fuoco e il suo caffè mattutino. Qualche volta, a metà settimana, mandava un messaggio chiedendomi comera la pressione, se ero stata dal medico, se la signora Silvia del piano di sotto continuava a fare rumore. Piccole cose di tutti i giorni. Dopo la morte di Antonio, quelle chiamate erano diventate la mia ancora. Le aspettavo come laria.
Sessantuno anni, quattro di vedovanza, trentadue passati allUfficio del Catasto comunale poi, improvvisamente, la pensione, la casa vuota, il silenzio, interrotto solo da quella telefonata domenicale.
A maggio Davide smise di chiamare.
Allinizio non mi preoccupai. La prima settimana pensai che si fosse dimenticato. Gli mandai un messaggio. Rispose: Tanto lavoro, ti richiamo. Ma non richiamò. La seconda settimana, di nuovo un SMS. Tutto bene, mamma, ci sentiamo. La terza: silenzio. Lo chiamai, non rispose. Mandava risposte secche, dopo ore, come se scrivesse un altro al posto suo.
La mia amica Giulia, con cui andavo a ginnastica al circolo, fu diretta:
Nunzia, vai da lui. Cè qualcosa che non va.
Magari ha una ragazza e non vuole dirmelo, lho difeso più con me stessa che con lei.
Proprio per questo dovrebbe chiamarti. scrollò le spalle.
Ma continuavo a rimandare. Perché Davide non amava le sorprese. Anche quando Antonio era ancora vivo, una volta che arrivammo senza avvisare, fece una faccia come se lavessimo colto in flagrante; aveva solo la cucina in disordine. Era fatto così, aveva bisogno dei suoi spazi. Lo capivo. O, almeno, così mi sembrava.
Ad agosto non ce la feci più. Comprai il biglietto per lautobus Siena-Firenze tre ore portando con me un barattolo della mia marmellata di albicocche e una scatola di crostata: Davide adorava la mia crostata fin dai tempi del liceo. Mentre viaggiavo, pensavo a cosa dirgli. Che mi mancava. Che non doveva chiamare tutti i giorni, ma una volta la settimana non era troppo. Che sono sua madre, non un peso.
Entrai nel palazzo che erano quasi le tre. Terzo piano, porta a destra, zerbino marrone con scritto Benvenuto, che gli avevo preso per linaugurazione della casa.
Lo zerbino non cera più.
Cera solo una stuoia grigia, senza scritta. Suonai. Mi aprì una donna giovane, sui trentanni, capelli scuri a caschetto, tuta e tazza di tè in mano.
Buongiorno, cerco Davide Conti, dissi ancora calma.
Lei socchiuse gli occhi.
Qui non cè nessun Davide. Vivo qui da sei mesi.
Rimasi lì, con la mia crostata nella busta e il barattolo di marmellata, incapace di respirare. La donna Vanessa, come si presentò dopo mi fece entrare, forse temendo che svenissi.
Tutto era cambiato. Mobili diversi, tende diverse, muri di un altro colore. Nulla di quello che ricordavo. Nessuna traccia di mio figlio.
Vanessa affittava tramite agenzia. Non conosceva il proprietario, solo il mediatore. Mi diede il numero. Chiamai subito, dal divano dovera seduto Davide solo pochi mesi prima.
Il mediatore confermò: Davide Conti aveva messo in affitto il suo appartamento a febbraio. Nessun recapito lasciato. Sì, pagava puntualmente, bonifico da un conto italiano.
Tornai a Siena con lultimo autobus. Non piansi. Ero troppo sconvolto. Mio figlio lunico, quello che mi abbracciava al funerale di Antonio, che mi aiutava con il 730, che diceva mamma, puoi contare sempre su di me aveva lasciato tutto, affittato la casa a una sconosciuta e non aveva detto niente.
Per tre giorni non lho chiamato. Speravo lo facesse lui. Non lha fatto.
Il quarto giorno gli ho scritto: Sono stata a Firenze. So che non vivi più in via Verdi. Chiamami.
Richiamò dopo unora. Per la prima volta in tre mesi sentii la sua voce dal vivo, non registrata.
Mamma scusami. Dovevo dirtelo.
Dove sei?
Silenzio. Lungo, pesante.
Sono a Bari, in Puglia. Da marzo.
Mi sono seduto in cucina. Fuori, la vicina stendeva i panni sul balcone. Il mondo sembrava lo stesso, ma il mio era scosso.
Davide parlò a lungo. Dopo la morte di papà si era sentito schiacciato. Le mie telefonate, le domande, i pacchi con la crostata: tutto lo soffocava. Non sapeva dirmelo, temeva mi facesse male. Allora scelse la via peggiore: fuggire.
Sentivo che, se non me ne andavo, sarei soffocato mormorò. Non per colpa tua, mamma. Era solo che mi sentivo obbligato a sostituire papà. A riempire quel vuoto.
Volevo gridare. Dirgli che non gli avevo mai chiesto questo. Ma, sinceramente, pensandoci bene, rivedevo tutte quelle mie chiamate della domenica in cui gli raccontavo ogni cosa, come se fosse mio marito, e non mio figlio.
Non lho detto a voce. Non ero ancora pronto.
Torna a Natale ho detto solo.
Tornerò, mamma.
Chiusi la chiamata e rimasi a lungo seduto in quella cucina. La crostata portata a Firenze era ancora intera sul tavolo. Ne mangiai una fetta da solo. Era buona. Lo è sempre stata.
Davide tornò a dicembre. Sedette di fronte a me, al tavolo della Vigilia, dove sedeva Antonio ma non al suo posto. Era un uomo, non una sostituzione. Aveva fatto una cosa orribile, ma col suo motivo. Non parlavamo di Bari tra gli auguri. Forse lo faremo. Forse no.
Giulia ogni tanto mi chiede se lho perdonato. Non so rispondere. So che ora, quando chiama la domenica e chiama sempre cerco di parlare meno, e chiedo più spesso di lui invece di raccontare me stessa. È poco. Ma da qualche parte bisogna pur iniziare.
A volte il più grande atto damore che una madre può dare a un figlio adulto è lasciarlo andare. Anche quando nessuno le ha mai insegnato come si fa.





