NON POSSO VIVERE SENZA DI TE.

Еmanuela non riusciva a pensare ad altro che a quanto odiava se stessa.

Corse lungo il marciapiede, indifferente a tutto ciò che la circondava. Pioveva. La pioggia non solo inondava strade, marciapiedi e case, ma penetrava anche nell’anima di Emanuela dettando le sue leggi. Secondo il suo volere, la donna doveva superare rapidamente il naufragio delle sue illusioni e poi andare avanti, sbagliare, cadere e rialzarsi. Dopotutto, ogni donna vive con difficoltà le proprie sconfitte personali. Eppure, chissà? Dopo la più terribile delle tempeste, il sole fa sempre capolino dalla finestra. Tutto ciò che è negativo finisce prima o poi. Non è vero?

La pioggia voleva comunicare qualcosa a Emanuela, ma lei non pretendeva di ascoltarne i consigli. Allora prese una decisione per conto suo. Ma ne parleremo più tardi.

“Le ho bagnate di nuovo!” pensò irritata Emanuela. “Arriverò a casa e mi preparerò un tè caldo. Non ho alcuna fretta, né motivo per affrettarmi”, rifletteva Emanuela quando udì il debole miagolio di un gatto.

“Oh! E tu chi sei?” Emanuela saltò di lato.

Sotto un cespuglio vicino a casa sua, un gattino grigio piangeva tristemente. Tempo addietro sarebbe passata oltre, ignorando il randagio, ma non questa volta.

“Vienitene con me, piccolo. Sei sfortunato quanto me. Insieme ci faremo compagnia” disse, stringendo forte il corpicino tremante.

“Vi presento il nostro nuovo contabile”, disse il direttore dell’azienda per cui lavorava Emanuela, facendo entrare il nuovo impiegato. Emanuela incontrò immediatamente il suo sguardo. Fu un incontro tra soli sguardi, perché gli occhi possono svelare della propria anima ciò che preferiremmo tacere. Notò in seguito che i suoi occhi erano grigi, ma per adesso non ne vedeva né colore, né forma, né profondità. Ne fu subito catturata. Emanuela s’immaginò per un attimo di specchiarsi al suo interno e vederne il riflesso. Il volto? Non lo ricordò. Solo gli occhi. Emanuela sembrava navigare una zattera lungo tumultuosi corsi d’acqua. Aveva i brividi, ma nello stesso tempo era pervasa da un calore intenso. Le labbra le si erano seccate.

“Ciao! Sono Emanuela Basile! Condivideremo lo stesso ufficio”, disse timidamente.

“Paolo De Santis – allievo dell’Accademia Militare”, si presentò Paolo.
La voce! Oh, la voce! Era straordinaria! Emanuela sentì vibrare non solo le ciglia, ma anche le ginocchia. Le accarezzava il viso, le narici; anzi, arrivava dritto al cuore, stabilendosi in esso. Pensava con la voce di lui. Ogni volta che Paolo parlava con Emanuela, non riusciva a reprimere il sorriso, e poi lo rimproverava.

“Mi comporto con Paolo come una ragazzina di tredici anni!” pensava, mentre il rossore le colorava le guance.

Oggi, però, Emanuela presentò le dimissioni, sorprendendo il proprio capo. Raccolse le sue cose, dei documenti e delle penne. Senza voltarsi indietro, uscì dall’ufficio. Per sempre…

“Oh, quegli occhi!” pensò Paolo De Santis varcando l’entrata. Non percepì altro che il loro sguardo. Non c’erano né il capo né il seguito. Nell’ufficio erano solo loro, Emanuela e Paolo. “Non dovrei affogare in quegli sguardi; non ne ho bisogno. Ma… i suoi occhi sono qualcosa di straordinario! Grandi, come due raggi di bontà. Così attenti e familiari, limpidi e illuminati. No! No! Non ci penserò”, concluse Paolo…

Così cominciarono i loro giorni lavorativi. Quando Paolo e Emanuela si sfioravano accidentalmente con le dita, sembrava che un’energia li attraversasse. Emanuela ritraeva la mano. Le toccate di Paolo la permeavano di calore, e lei ne temeva la fiamma. Paolo notò subito i suoi gesti e si premurava di non causarle disagio, ma desiderava toccarla.

Un giorno, nel prendere il mouse, Paolo sfiorò il mignolo di Emanuela e rabbrividì. Emise un leggero gemito.

“Spero che Emanuela non abbia notato nulla”, pensò, ritirando la mano. Tacitamente riconosceva che, quando toccava la sua mano, ogni fibra del suo corpo pareva in fiamme e temeva di parlare.

Paolo rispecchiava Emanuela, nei pensieri, nelle azioni e nelle aspirazioni. Emanuela poteva prevedere le sue parole, perché erano anche le sue. Percepiva il suo sguardo, anche quando Paolo guardava altrove. Leggeva nei suoi pensieri. Lo intuiva in ogni cellula. Emanuela anticipava sempre quando sul cellulare squillava Paolo. Ma come faceva? Vedeva con il cuore, non solo con gli occhi, e lo ascoltava con l’anima.

Paolo capì subito che Emanuela era la persona fatta per lui. I suoi occhi decifrano i suoi desideri. Le sue parole erano la continuazione delle sue riflessioni. Intuiva ogni suo gesto. Intendeva con mezzo sguardo. Quando Emanuela abbassava lo sguardo, Paolo percepiva il suo imbarazzo e si imbarazzava lui stesso. Perché? Non conosceva la risposta, ma in sua compagnia si sentiva un ragazzino e si comportava in modo sciocco.

Con la sua ruvida mano percepiva le dita sottili e delicate di lei. Paolo desiderava stringerle e non lasciarle mai, ma era timoroso.

Si toccavano non solo con le mani, ma anche coi cuori. Era un segnale che fossero anime affini. Paolo ed Emanuela erano l’uno l’anima gemella dell’altro.

Passarono tre anni. Paolo non ebbe il coraggio del primo passo. Emanuela aspettava.

L’uomo non voleva cambiare nulla. E se non fosse andata bene? Non sarebbe stato un crollo delle aspettative? Avevano ciascuno i loro retaggi.

Dopo aver nutrito il gattino, Emanuela guardava fuori dalla finestra. La pioggia non cessava. Le pozzanghere sui marciapiedi gorgogliavano. Non voleva pensare a niente. “Domani sarà un nuovo giorno con nuove preoccupazioni”, decise.

La sera, indossando il suo amato pigiamone rosa e accarezzando il gattino appagato, che dormiva beatamente dopo il pasto, Emanuela si assopì. Il suono del campanello la destò leggermente. Con il gattino stretto in braccio, Emanuela si avviò verso l’ingresso. Sapeva chi era, dietro la porta, e attese in silenzio.

“Emanuela Basile, so che sei in casa. Apri la porta, per favore!” riconobbe la voce familiare.

Aprendo la porta, vide Paolo. “Oh, non sei sola? Posso unirmi?” chiese Paolo, visibilmente agitato. Emanuela restò muta.

“Non posso vivere senza di te! Ti prego! Perché te ne sei andata? Sto male senza di te, e so che anche tu stai male. Ascolta, ormai non siamo più giovanissimi. Voglio abbracciare non solo la tua vita, ma anche i tuoi pensieri. Voglio esserci, con te. Mi spiace di non avertelo detto prima”, aggiunse Paolo dopo una pausa.

Lui era il suo uomo. Lei era la sua donna. Le loro mani si intrecciarono.

Cosa succederà ora?

Penso che tutto andrà bene, perché dopo una fase nera ne giunge sempre una bianca, non è vero?

Forse dovremmo ringraziare la pioggia per questo lieto prosieguo? È forse grazie a essa se due cuori si sono riuniti.

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