Non ti odio affatto

Non ti odio

Eppure non è cambiato niente…

Chiara giocherellava nervosamente con il bordo della manica, guardando fuori dal finestrino del taxi. Oltre il vetro scorrevano le strade di Parma, quelle stesse vie dove da bambina correva ridendo insieme a Matteo, sognando il futuro e facendo progetti a voce alta. Sette anni… Era da ben sette anni che non tornava a casa.

Ci siamo, la voce garbata dellautista la riportò bruscamente alla realtà.

Il taxi si fermò dolcemente davanti al portone di un vecchio condominio, uno di quegli edifici di cinque piani color ocra così tipici delle periferie emiliane. Chiara istintivamente tastò nella borsa alla ricerca del cellulare, poi prese i contanti, pagò la corsa (trenta euro) e chiuse la portiera alle sue spalle. Rimase immobile per un istante, respirando laria della sua città natale. Era cambiata davvero diversa dalla Milano frenetica in cui ora viveva. Qui ogni odore, ogni sfumatura di suono evocava ricordi sepolti: il profumo pungente dellerba appena tagliata nel parco vicino, il sentore dolce del pane fresco proveniente dalla panetteria allangolo, e quellessenza indefinibile che si può chiamare solo in un modo: casa. Il suo cuore sobbalzò, stretto da una sensazione dolceamara fatta insieme di paura e tenerezza.

Chiara era tornata solo per qualche giorno. Ufficialmente per aiutare la mamma con alcune scartoffie che avevano bisogno di ordine. Ma desiderava anche rivivere i suoi luoghi dell’infanzia, quasi per vedere se erano rimasti uguali a come li custodiva nella memoria. Eppure lo sapeva: dentro di sé c’era un motivo molto più urgente forse, il vero motivo. Voleva vedere Matteo. E magari, chissà, cambiare la sua vita.

Non che lavesse pedinato in questi anni, no. Non aveva mai chiesto di lui apertamente. Ma tra un messaggio di gruppo e un pranzo improvvisato con vecchi amici, ogni tanto capitava che qualcuno facesse il suo nome: aveva cambiato lavoro, ora aveva un ottimo impiego, aveva comprato casa, si era portato la mamma. Bastava poco per riaccendere in lei immagini vivide: come sarà adesso? Sarà felice? Ma subito scacciava quei pensieri, conscia che lasciarli prendere piede sarebbe stato rischioso.

**********************

Il giorno dopo, Chiara decise di camminare senza meta per il centro. Nessun piano: solo assaporare la città sotto il sole, provare il ritmo delle strade che un tempo erano sue. Entrò in una libreria storica, sorrise vedendo la vecchia edicola dove da ragazzina comprava i fumetti, la panchina davanti al duomo su cui sedeva con le amiche dopo scuola, il bar in cui ordinò il primo cappuccino della sua vita quasi rovesciandolo sulla camicetta nuova.

E limprevisto: vide Matteo.

Stava attraversando la strada opposta. Non si accorse di lei perso nei pensieri, lo sguardo fisso a terra. Chiara si immobilizzò. Era lui, inconfondibile: alto come allora, la stessa aria rilassata, persino i capelli pettinati uguali. Un tuffo violento nello stomaco, un nodo in gola.

Senza pensarci, attraversò la strada mentre il semaforo lampeggiava sullarancione, rischiando di farsi investire ma non curandosene. Il cuore batteva così forte da sentirne il rimbombo nelle orecchie.

Matteo! lo chiamò, raggiungendolo davanti a una boutique.

La voce le tremava, quasi non se ne accorgeva. Lui si voltò e… nulla. Non sorrise, non si arrabbiò solo uno sguardo neutro.

Chiara? la voce calma, quasi distaccata.

Quel tono la trafisse. Tutto ciò che aveva taciuto per sette anni si riversò fuori in una cascata irrefrenabile. Gli occhi si riempirono di lacrime, e la voce le si spezzò.

Matteo… io, sono colpevole. Le parole uscivano incespicando. Lo so che non dovrei nemmeno avvicinarmi, ma… singhiozzò, stringendo le lacrime senza preoccuparsi di scacciarle. Ti amo. Ti amo ancora. Perdonami. Ti prego, perdonami!

Parlava in fretta, in modo confuso, paura che smettendo di parlare avrebbe perso la forza di finire. In testa le vorticavano giustificazioni, spiegazioni, scuse, ma vennero fuori solo le verità più profonde. Quelle che per troppo tempo aveva nascosto.

Lo abbracciò forte, accostando il viso al suo petto come se quellabbraccio potesse annullare il tempo passato lontani. Nientaltro esisteva: né la gente, né il traffico, né gli anni. Solo il calore del suo corpo e la speranza disperata che le ricambiasse labbraccio.

Per una frazione di secondo, Matteo non si scostò. Forse, pensò Chiara, aveva esitato, le spalle si erano ammorbidite, pareva pronto a stringerla a sua volta. Quellattimo la fece sperare: forse era tutto ancora possibile…

Ma svanì subito. Matteo le strinse le spalle e la staccò delicatamente ma con decisione. Nel suo viso nessun sussulto, solo una calma glaciale. Nei suoi occhi non c’era più il ragazzo che aveva amato, solo un uomo adulto, distaccato e protetto.

Lasciami stare, mormorò allorecchio, piano.

Parole gelide, dette come a unestranea che non significava più nulla. Poi aggiunse:

Ti odio.

Per la prima volta nei suoi occhi lampeggiò il disprezzo più tagliente. Si voltò e si allontanò senza voltarsi. Chiara rimase lì, frastornata. Il mondo ruprese la sua routine: bambini che giocavano, clacson, biciclette, occhi indiscreti dei passanti che forse si chiedevano perché stesse lì, impietrita, il viso pallido. Ma lei non vedeva nulla.

Solo il rumore dei passi di Matteo che si allontanavano e il proprio respiro spezzato, affannoso, inutile. Le parole si ripetevano nella testa: È finita. Per sempre.

Camminò verso casa come un fantasma. Ogni passo pesava come piombo, lo sguardo perso. In testa solo il vuoto e le parole che rimbombavano: ti odio.

Quando rientrò in casa dalla madre, non tentò neppure di spiegare. Passò dritta in camera, si sedette davanti alla finestra e rimase lì a fissare fuori. La madre intuì tutto in uno sguardo: nessuna domanda, solo un sospiro triste, come se avesse anticipato quel momento da tempo, e andò a mettere a bollire lacqua per il tè. Il profumo del tè nero, il borbottio del bollitore sembravano così normali, quasi rassicuranti nel contrasto con il suo tumulto interiore.

Non mi ha perdonato, sussurrò Chiara stringendo la tazza. Il calore del vapore la sfiorava ma lei non se ne curava. Le dita serravano il bordo, come cercando di non far scivolare qualcosa di prezioso, lo sguardo rivolto alla superficie ambrata della bevanda.

La madre la raggiunse, le poggiò una mano sulla spalla. Un gesto semplice e familiare, lo stesso di quando tornava a casa con le ginocchia sbucciate o dopo una lite con le amiche. Quel tocco la fece sentire piccola, indifesa. Tutti i ragionamenti da adulta si sciolsero senza lasciare traccia.

Lo sapevi che sarebbe andata così, sussurrò la madre, con quella mestizia tipica delle madri italiane.

Lo sapevo, ammise Chiara, distogliendo lo sguardo dalla tazza. La voce era calma, ma logora, quasi se lo fosse ripetuta mille volte. Ma speravo. Da stupida, vero?

Non è stupido, ribatté la madre con dolcezza. Hai scelto tu la tua strada. Ma a Matteo hai fatto tanto male. Dopo la vostra rottura sembrava uno di quei personaggi delle fiabe che non riescono più a provare emozioni. Nessuno è riuscito a sciogliergli il cuore.

Chiara sospirò profondamente e appoggiò il capo allo schienale della sedia. Nella mente scorrevano le immagini di sette anni prima.

Allora tutto pareva semplice. Aveva ventidue anni. L’età dell’entusiasmo in cui il futuro sembra dietro langolo e i problemi non fanno paura. Accanto a lei Matteo, buono, affidabile, il compagno di tutti i giorni. Niente parole damore esagerate, ma atti concreti: era sempre presente, ascoltava, sosteneva.

Ma cera un problema o meglio, quello che Chiara chiamava così. Matteo lavorava come operaio edile, studiava Ingegneria da fuori sede, coltivando il sogno di aprire una ditta tutta sua. Progetti solidi, ma richiedevano tempo. E lei, di tempo da attendere, ne aveva poco.

Non cercava ricchezza, solo stabilità, certezze sapere di poter lavorare, avere una casa, una vita tutta sua. Con Matteo tutto restava indefinito: mille lavoretti, studio di sera, sogni ancora lontani.

Quando lo zio di Milano le offrì un impiego in azienda, accettò allistante. Unoccasione vera, concreta, che sentiva di non potersi lasciar sfuggire.

E cera anche unaltra verità, quella che evitava di ricordare: poco dopo il trasferimento a Milano, nella sua vita entrò Lorenzo. Uomo daffari più anziano, di grande fascino e presenza, abituato a ottenere ciò che voleva. Si conobbero a una cena aziendale, Chiara era intimidita tra colleghi importanti. Lui le si avvicinò, la mise a suo agio con domande, sorrisi, interesse.

Inizialmente Chiara rifiutava i suoi regali mazzi di fiori, piccole attenzioni lasciate in ufficio con un biglietto: Alla più bella. Ma Lorenzo insisteva dolcemente: era solo ammirazione, diceva. Poi le cene nei ristoranti eleganti, i pomeriggi in galleria a guardare le vetrine, i foulard di seta, piccoli gioielli, scarpe nuove. Ogni volta le ripeteva che meritava di più, che il destino le stava sorridendo.

A poco a poco Chiara cedette. Si lasciò travolgere dalla nuova Milano: cene, shopping senza badare al prezzo, taxi ovunque, la libertà di comprare senza calcolare il portafoglio. Era tutto così magico da non voler smettere.

Così iniziò a frequentare Lorenzo. Non per passione, ma per il fascino di una vita facile e sicura. Non doveva preoccuparsi di nulla, lui risolveva ogni cosa, facendola sentire protetta e privilegiata.

Le piacque tanto questa vita nuova da dimenticare quasi completamente Matteo. Anzi, finì per disprezzarlo, sentenziando che lui non sarebbe mai riuscito a combinare nulla nella vita.

Un giorno tornò a Parma non per vedere Matteo o scusarsi, ma per mostrare la nuova sé: la donna di successo, con la vita che meritava davvero. Voleva che lui vedesse come aveva scelto bene, come era fiera della strada presa.

Pianificò il rientro in ogni dettaglio. Scelse il bar più frequentato di via Farini, quello in cui Matteo andava spesso dopo lavoro. Indossò labito costoso regalato da Lorenzo, elegante, sottile in vita, con il grande anello al dito donatole per il suo compleanno e la borsa di stagione appena comprata.

Matteo varcò la soglia del bar e Chiara lo vide subito. Lei era seduta vicino alla vetrina, rise rumorosamente per farsi notare, si voltò con sicurezza perché lui la vedesse bene. Sincrociarono. Nel suo sguardo, Chiara colse sorpresa, dolore, smarrimento tutto ciò che lei ignorava in se stessa. Resistette a quellincrocio di occhi: non abbassò lo sguardo, anzi, restò ferma.

In quel momento si sentì vincitrice. Aveva provato a sé e a lui di essere allaltezza, di aver scelto bene, di non vivere più sospesa tra sogni e realtà, ma con solide certezze.

Quando però lui uscì, lasciandola lì con il pretendente e la commessa gentile che serviva il caffè, la risata si affievolì. Guardò il gioiello, la borsa, il suo compagno elegante che continuava a parlare, e sentì montare una strana malinconia. Tutto le sembrò improvvisamente vuoto, distante. Prese parte a quella conversazione ancora qualche minuto, ma dentro una voce le sussurrava: Ne è valsa davvero la pena?

**********************

La vittoria si rivelò amara, senza che Chiara se ne accorgesse subito. Col tempo, Lorenzo perse lentusiasmo, diventando spento. Prima nei dettagli: meno complimenti, regali affidati a messaggi automatici (Vai pure tu in boutique, scegli quello che ti va). Poi le critiche: Forse dovresti curarti di più… Perché quella risata così sguaiata? Ti conviene cambiare giro di amici…

Le sue assenze si fecero lunghe: lasciava Chiara sola in casa grande, arredata al meglio, pagata generosamente da lui per giorni, settimane. Lei trascorreva le serate ascoltando il ticchettio delle lancette o riordinando ossessivamente larmadio. Quando provava a spiegare il disagio, lui rispondeva distrattamente:

Hai ciò che volevi. Cosaltro manca?

Chiara lo giustificava: È stressato per il lavoro, ha troppe responsabilità… Ripeteva a se stessa che sarebbe tornato quello di prima, che era lei troppo esigente. Ma in fondo sapeva che era solo diventata uno dei suoi accessori, un giocattolo che aveva perso novità.

E sopportava, perché non voleva ammettere di aver sbagliato. Perché se quella vita brillante fosse stata solo apparenza, avrebbe dovuto riconoscere anche di aver tradito lunico uomo che lavesse amata davvero. Matteo, con i suoi sogni e le sue chiacchiere sullavere una piccola impresa, laveva apprezzata per ciò che era, senza pretese.

Con il tempo, la mondanità perse qualsiasi fascino. I vestiti costosi rimasero appesi senza vita, i gioielli dimenticati in una scatolina, i ristoranti di lusso le davano lansia. Il profumo che amava ora la nauseava.

Sempre più spesso, guardava fuori dalla finestra e si chiedeva: E se…? Ma si zittiva subito. Perché subito dopo veniva la domanda: Cosa succederà ora?

Nelle sere di solitudine, con la città che sprofondava nel buio silenzioso della notte, maturava la consapevolezza che quel suo sogno di stabilità era una finzione. Perché una casa senza qualcuno con cui condividerla era solo una scatola.

Pensava a Matteo: le mani grosse, segnate dal lavoro, ma sempre dolcissime quando la prendeva tra le sue. Il sorriso appena accennato, così sincero. I discorsi sul futuro senza retorica, solo piccoli sogni, progetti reali. E sentiva che con lui non avrebbe avuto alcuna paura ad affrontare la vita.

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Il terzo giorno a Parma, Chiara si incamminò verso il parco vicino al fiume. Vide la panchina sotto lacero, la loro preferita, dove avevano cacciato via le giornate chiacchierando di tutto, ridendo delle sciocchezze. Rammentava bene quando Matteo, guardando le foglie, le aveva detto: Vorrei una casa nostra, con tante finestre, il sole che entra la mattina, sempre piena di luce e felicità. Allepoca ci aveva sorriso su, considerandolo solo un sogno. Ora quelle parole suonavano come una perdita irreparabile.

Restò lì qualche minuto, respirando la frescura autunnale, cercando di riordinare i pensieri. Allimprovviso sentì una voce:

Chiara?

Si voltò. Era Paolo, amico di sempre di lei e Matteo. Nel suo sguardo un misto di sorpresa e allegria.

Non pensavo di trovarti qui, disse lui sollevando le sopracciglia. Come va?

Chiara esitò un attimo per trovare parole credibili. Avrebbe voluto rispondere con leggerezza, ma la voce tremò nonostante gli sforzi.

Tutto bene, abbozzò un sorriso più naturale di quanto sperasse. Sono tornata per aiutare la mamma.

Paolo annuì, la guardò per attimo e propose:

Facciamo due passi insieme? Stavo giusto cercando compagnia.

Chiara acconsentì. Camminarono fianco a fianco, lui raccontava delle novità in città, delle giornate di lavoro, dei piccoli cambiamenti. Quella voce la tranquillizzava, sentir parlare di Parma come fosse la cosa più normale del mondo le regalava una pace insolita.

Dun tratto Paolo la guardò serio, esitando:

Hai visto Matteo?

Chiara abbassò il capo, osservando le foglie per terra. Rispose solo dopo qualche secondo, richiamando la sofferenza del giorno prima:

Sì. Ieri.

Comè andata? domandò lui cauto.

Non vuole più saperne, sussurrò, a fatica. Mi odia.

Paolo sospirò, si sedette sulla panchina, poggiando i gomiti sulle ginocchia a fissare lontano tra i viali color oro. Rimase silenzioso, poi riprese con voce sommessa:

Ha sofferto tanto, sai. Te ne sei andata senza una parola, niente messaggi, niente saluti. È stata una coltellata.

Chiara chiuse le mani a pugno: sapeva di esserne responsabile, sentirlo dire era anche peggio.

Lo so, replicò bassa. È colpa mia.

Paolo non la rimproverò, non aggiunse commenti inutili. Continuò con calma:

Ha provato ad andare avanti. Ha conosciuto qualcunaltra, ma niente. Dice che nessuno può farlo innamorare come te. È stato malissimo, e dopo la tua comparsa… temevo il peggio, davvero!

Chiara annuì malinconica. Immaginava Matteo immerso in pensieri, decine di volte sobbalzando a un ricordo, a una voce simile. E questa consapevolezza era un tormento: aveva distrutto un uomo buono.

Non pensavo sarebbe andata così, ammise piano, quasi parlando a sé stessa. Credevo di fare la cosa giusta. Volevo solo certezze.

Paolo non la contraddisse. Restò seduto accanto a lei, dandole tempo di riflettere.

Chiara serrò i pugni tanto da lasciar segni sulle palme. Le lacrime salirono rapide, appannandole la vista. Ununica consapevolezza bruciava: il passato non si poteva cambiare, non poteva cancellare il dolore dato.

Non voglio che mi perdoni, balbettò con fatica, trovando a stento la voce. Voglio solo che sappia che mi dispiace, ogni santo giorno mi pento di ciò che ho fatto. Questo pensiero non mi abbandona mai. Continuo a ripensare a tutto… e a come lho distrutto.

Paolo la guardò comprensivo. Attese un attimo prima di parlare:

Forse è meglio così, rispose piano. Lascialo in pace. Gli hai già fatto male abbastanza. È riuscito a rimettersi in piedi, alla sua maniera. Ma la tua ricomparsa ha riaperto tutto. Ieri notte mi ha chiamato alle tre, era ubriaco come non lo vedevo da anni. Non tornare più. Non rovinargli la vita, Chiara.

Chiara si morse le labbra ma non ribatté. Paolo aveva ragione: il suo tentativo di redimersi era solo unaltra ferita. Voleva scusarsi ma aveva solo peggiorato tutto.

*************************

Quella sera, seduta alla finestra di casa, Chiara fissava i lampioni arancioni che si accendevano uno a uno. La città era una mappa di punti luminosi: via Emilia, piazza Garibaldi, luci intermittenti e voci di bambini. Ma il suo cuore era altrove. Nella testa un turbinio di fotogrammi: il passato, quello che avrebbe potuto essere se fosse rimasta, le risate, le piccole lotte, i progetti. Pensava ai tanti momenti felici perduti, alle parole mai dette, alle carezze non scambiate. Ma non si può cambiare ciò che è stato.

Il mattino dopo ripartì. Raccolse le sue cose con calma, forse speranzosa di rimandare laddio il più a lungo possibile. La madre la guardava immobile sulla porta, negli occhi una nostalgia dolce, nessun rimprovero, solo preoccupazione.

Stammi bene, le disse, abbracciandola prima che uscisse.

Chiara annuì, baciò la madre sulla guancia, respirò profondamente lodore inconfondibile della casa e chiuse la porta alle sue spalle.

Alla stazione comprò un biglietto per Milano, desiderosa solo di pensare. Due ore di viaggio, tra volti estranei… forse avrebbero aiutato a capire come andare avanti.

Il treno si mosse morbido, oscillando lungo la pianura padana. Dal finestrino sfilavano i profili conosciuti di Parma: i balconi fioriti, la giostra, il panificio bianco e blu. Gente in bicicletta, bambini con la cartella, la signora che attraversa con la borsa della spesa, il campanile. Tutto così quotidiano, eppure così lontano per lei.

In mezzo a tutto questo era rimasto luomo che aveva amato più di ogni altra cosa. Luomo degli occhi sorridenti, delle mani forti e gentili, a cui non aveva saputo dire perché partiva, a cui non aveva lasciato neppure una spiegazione. Ormai, lui era perduto per sempre, sebbene le costasse ammetterlo.

*************************

Passarono sei mesi. Chiara continuava la routine meneghina: lavoro, cene con amici, programmi, giri in centro. A un occhio esterno era la stessa: stessi luoghi, stessi gesti. Ma in lei era cambiato tutto. Non fuggiva più dal passato, non lo copriva dietro nuovi acquisti o frequenze vuote. Ora lo affrontava: riconosceva il dolore, lerrore, il vero pentimento.

Aveva imparato a svegliarsi con la consapevolezza che la vita va avanti. Imparò a dirsi: Ho sbagliato, ormai è andata, ma posso andare avanti. E in questa accettazione cera una strana pace non felicità, ma almeno la capacità di respirare e vedere il futuro senza paura.

Una sera, mentre preparava la cena, il telefono vibrò con un messaggio. Si asciugò le mani, lo prese: numero sconosciuto. Sul display solo una frase: Non ti odio. Ma non posso perdonarti.

Chiara si bloccò. Il cuore sussultò, le mani tremarono. Si sedette in terra, stringendo il telefono al petto come a voler sentire il battito di chi aveva scritto.

Non capiva se quelle parole fossero unapertura o un addio definitivo. Ma, per la prima volta, sentì che tra loro cera ancora un filo. Sottile, fragile, forse destinato a spezzarsi ma esisteva. Qualcuno, dallaltra parte, aveva ancora pensieri per lei. Non tutto era chiuso.

Chiara sorrise tra le lacrime. Un sorriso incerto, ma vero. Forse non era la fine. Forse un giorno avrebbero potuto parlarsi senza più cercare colpevoli o giustificazioni. Forse avrebbero trovato parole per voltare pagina insieme oppure no, ma finalmente sereni.

Ora… ora le bastava sapere che lui cera ancora, da qualche parte nella sua storia.

Per ora, questo le bastava davvero.

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