Caro diario,
oggi è successo qualcosa che ancora non riesco del tutto a comprendere. Da quando vivo in questo condominio di Firenze, sono sempre stata un po sulle mie: non conosco quasi nessun vicino e passo le giornate immersa tra compiti da correggere e lezioni da preparare. Mi chiamo Alessia Baldini e insegno da ormai dieci anni. Ma quello che è accaduto stamattina mi ha profondamente destabilizzata.
Ero pronta per uscire, con il solito caffè in mano, quando sulla soglia ho trovato un ragazzino addormentato proprio davanti alla mia porta. Mi sono chiesta: “Ma che ci fa un bambino qui a questora!?”. Non potevo certo ignorarlo; il mio istinto di insegnante, forse anche materno mai soddisfatto, mi ha spinto ad avvicinarmi.
Mi sono chinata dolcemente, scuotendolo per la spalla: Ehi, giovanotto, svegliati!
Lui si è alzato, ancora intontito.
Come ti chiami? Perché dormi qui davanti?
Non dormivo è che il suo zerbino è così morbido Ero seduto e mi sono appisolato per sbaglio, mi ha risposto, sfregandosi gli occhi chiari da cerbiatto.
Era magro, vestito con abiti puliti ma visibilmente usurati; avrà avuto dieci, forse undici anni. Dondolava da un piede allaltro, come fanno i bambini quando trattengono la pipì.
Ho subito capito: Vai pure in bagno, ma sbrigati. Sto per fare tardi a scuola!
Lui mi ha lanciato uno sguardo sospettoso, quei suoi occhi color cielo così rari. Mentre si lavava le mani gli ho preparato un panino col salame.
Tienilo, mangia qualcosa.
Grazie mille! Mi ha salvato. Ora posso aspettare tranquillo.
A chi stai aspettando?
La nonna Tonina Abita accanto, la conosce?
In effetti conoscevo di vista la signora Tonina, ma ricordavo che due giorni prima era stata portata via in ambulanza. Glielo dissi. Era la ventesima clinica, credo, aggiunsi. Il ragazzino sbiancò.
E tu come ti chiami?
Alessia Baldini, dissi di fretta, mentre lui se ne andava.
Tornata a scuola, non riuscivo a smettere di pensare a lui. Sarà che dentro di me quellistinto materno mai soddisfatto era riaffiorato, pensai con una nota di malinconia. Io e il mio ex marito ci siamo separati proprio perché non riuscivamo a essere una famiglia, e lui ha trovato rapidamente una nuova compagna che gli ha dato una figlia.
Durante la pausa lunga chiamai la clinica e mi confermarono che la signora Tonina aveva avuto un ictus, prospettive incerte. Dopo il lavoro, ritrovai il ragazzino, seduto ancora sulle scale.
Ti ho aspettata. Non mi fanno vedere la nonna e rimarrà ospite lì ancora a lungo.
Solo allora gli domandai il nome.
Riccardo, rispose. Ma aggiunse subito, serio: Riccardo, non Ricky.
Gli diedi qualcosa da mangiare e cominciammo a parlare.
Sei scappato di casa? I tuoi saranno preoccupatissimi!
I miei non ci sono. Vivo con la zia.
Allora la zia sarà in ansia
Neanche e mi raccontò con sincerità disarmante che vive con la zia solo perché non aveva alternative quando è morta sua madre. Una famiglia già piena di figli, uno zio sempre nervoso e scontroso, problemi finanziari, minacce di portarlo in orfanotrofio. Non voglio finire in casa famiglia le do fastidio?
No, tranquillo, risposi, mentre mi colpiva ancora lo sguardo identico a quello di mio padre quando ero piccola.
Poi mi chiese della madre:
Come si chiamava la tua mamma?
Lucia Carli, lavorava in segreteria di un’industria chimica.
E il papà?
Non cè mai stato un papà mai conosciuto.
Fu in quel momento che sentii un colpo dentro: quegli occhi, la storia del lavoro, la città tutto mi portava a un nome. Mio padre era stato direttore proprio di quellazienda, anni fa.
Provai a ricostruire mentalmente: mia madre aveva chiamato il suo unico figlio Riccardo, come papà. Lo aveva sicuramente molto amato Io sono figlia unica, ma da piccola desideravo tanto un fratello.
Mandai Riccardo a prendere il pane al supermercato di fronte, poi presi in mano il telefono, tremante:
Papà, ti ricordi Lucia Carli? Domani vieni a casa mia. Ti presento tuo figlio e mio fratello minore. A domani. Riattaccai senza aggiungere altro.
A Riccardo preparai il letto sul divano: Fai una doccia e poi dormi, è tardi.
Non sapevo come avrei gestito tutto questo, ma sapevo che non lo avrei mai lasciato a quella famiglia né, tanto meno, a un orfanotrofio.
Il giorno dopo papà arrivò presto. Io quella notte praticamente non chiusi occhio.
Mio padre, Giovanni Baldini, è sempre stato il mio punto di riferimento, anche più della mamma, e mi permise di seguire la mia strada alluniversità quando tutti dicevano che era da provinciali.
Quando arrivò, elegante e discreto nel suo solito dopobarba raffinato, parlammo mentre facevo il caffè e gli spiegai tutto.
Insomma, Lucia era la mia segretaria: giovane, bella, intelligente. Ricordo i suoi occhi innamorati Beh, non sono stato immune al suo fascino. Ma non avrei mai lasciato tua madre. Una volta mi domandò se volessi un figlio. Le dissi che una figlia ce lavevo e mi bastava per la vita.
Poi partì per occuparsi della madre malata, tornò dopo mesi con un bambino e disse di essersi sposata. Non chiesi altro. Poi, Lucia si ammalò e morì poco tempo fa. Non sapevo nulla del bambino
Proprio in quel momento emerse Riccardo, educatissimo. Si sono guardati: stessa statura, stessi occhi.
Piacere, Giovanni Baldini! disse papà porgendogli la mano.
Piacere, Riccardo Carli Baldini, rispose il ragazzino, timido ma deciso.
Quando Riccardo uscì dalla stanza, papà era pallido.
Non ci posso credere è identico a me da piccolo! Ma Lucia avrebbe avuto un marito
No, papà, era solo una scusa, spiegai. Usa i dati in amministrazione: controlla quando Lucia andò in maternità, insomma, fidati del cuore.
Alla domanda sulle zie, il ragazzino spiegò che la zia era solo una parente lontana che lo aveva accolto dopo la morte della madre, ma senza particolare affetto.
Ho pensato a voi, Giovanni Baldini! La foto ce laveva sempre mamma sul comodino. Diceva che un giorno mi avrebbe spiegato
Allora ho accompagnato Riccardo al cinema, quello piccolo vicino a casa nostra.
Al ritorno, mentre papà era ancora confuso, mi disse:
Devo fare il test del DNA, sarà necessario in tribunale, ma credo di sapere già la risposta.
Passarono alcune settimane tra avvocati, esami, tra la tensione di mia madre che fece una scena drammatica per poi andarsene in vacanza e non voler crescere Riccardo.
Papà invece era felicissimo: stava con Riccardo sempre più spesso, trovava mille somiglianze con sé. Detestano entrambi il semolino ma adorano i gatti. Purtroppo la moglie di papà è allergica ai mici, io invece non ho mai potuto davvero tenere animali.
Quando finalmente tutto fu in regola, papà venne a casa e consegnò a Riccardo i nuovi documenti:
Da oggi, sei mio figlio anche per la legge. Non so se vorrai chiamarmi papà: fa come preferisci ma tu ora non sei più solo. Hai una famiglia. Hai me e Alessia, tua sorella.
Lo sapevo già che eri mio padre sorrise Riccardo dal primissimo momento!.
Papà rise, commosso, e lo abbracciò.
Riccardo ora vive con me, e papà ci viene spesso a trovare. Abbiamo anche adottato un gattino: fuori dal supermercato cera un signore anziano che regalava cuccioli e Riccardo ha scelto il più piccolo e malandato. Labbiamo chiamato Briciola.
Quando penso a tutto quello che è successo, mi rendo conto di essermi riscoperta, e di aver trovato un senso più profondo alla mia esistenza.
Papà ha fatto mettere un monumento di marmo bianco sulla tomba di Lucia, la madre di Riccardo. Spesso andiamo a portare i fiori.
Un giorno Riccardo mi ha detto davanti a quella tomba:
Mamma prima di morire mi ha detto che non dovevo piangere. Che sarebbe andata in un altro mondo e avrebbe continuato a proteggermi. E sono sicuro che sia stata lei a farti trovare me, e poi papà… Tu ci credi, vero, papà?
Certo che ci credo, ha risposto papà.
E anche io.




