Il contratto dellamore
Ginevra sedeva al grande tavolo, circondata da una montagna di riviste da sposa. Le pagine scorrevano veloci fra le sue dita: si soffermava sui dettagli raffinati, sulle applicazioni di pizzo, i ricami delicati, i veli vaporosi. Si incantava sulle foto degli abiti bianchi, immaginandosi avvolta in tulle e seta; sentiva crescere in petto lattesa calda e trepidante del giorno in cui avrebbe attraversato la navata verso lo sposo, sotto gli sguardi emozionati dei suoi cari.
Che meraviglia mormorò, perdendosi in un abito da sogno, una gonna ampia, spalline sottili e delicati riflessi di raso lucente sotto le luci dello studio fotografico. Era davvero un abito da favola.
Ma il sorriso svanì presto dal suo volto. Ginevra sospirò, posò la rivista e si alzò lentamente. Si avvicinò allo specchio, incastonato in una elegante cornice lignea, e si osservò a lungo. Di profilo, con il capo leggermente inclinato, provò a vedersi con occhi estranei. Aveva il dubbio che quellimmagine perfetta vista sulle pagine patinate non avrebbe mai coinciso con la sua realtà.
Peccato, su di me non starebbe bene, disse più decisa, come volesse accettare linevitabile. La mia figura lascia a desiderare.
Ruotò di nuovo davanti allo specchio, provando a vedersi con una gonna ampia e un bustino. Immaginò strati su strati di tessuto, volume e nastri E subito si rabbuiò.
Meglio qualcosa di più semplice, rifletté ad alta voce, come parlando con qualcuno di invisibile. I vestiti pomposi mi farebbero sembrare enorme. Però nemmeno uno semplice In fondo, non mi sposo tutti i giorni!
Si passò nervosamente una mano tra i capelli, sentendo la pressione e la confusione crescere dentro di sé. Tanti modelli, tante idee e nessuna che la convincesse davvero. Di nuovo diede uno sguardo alle riviste sparse, sperando che la prossima pagina le offrisse una folgorazione. Invece sentì solo stanchezza e smarrimento.
Devo chiedere consiglio a qualcuno, si disse, sedendosi sulla sedia più vicina. Prima che la scelta del matrimonio mi faccia perdere la testa.
Il colpo di una porta interruppe il silenzio della casa, facendo sobbalzare Ginevra. Distolse lo sguardo dagli schizzi e dalle foto: il cuore accelerò per limprevisto. Chi poteva essere a quellora? Le chiavi erano solo a due persone: suo padre e Lorenzo, il suo fidanzato. Ma entrambi dovevano essere impegnati: il padre a un incontro importante, Lorenzo aveva parlato di una riunione di lavoro sin dal mattino.
Ginevra si irrigidì, in ascolto. Pensieri allarmati le affollarono la mente: se fosse stato un intruso? Di solito, a quellora era nel suo laboratorio, la casa restava vuota. Un brivido freddo le percorse la schiena.
Senza far rumore si alzò e si avviò verso la scala che portava al piano terra. Dal salotto si aveva perfetta visuale dellingresso: ottimo per capire chi fosse rientrato. Si avvicinò guardinga alla ringhiera e sbirciò, tenendosi nascosta.
Un attimo e la tensione le si sciolse dalle spalle. Era proprio Lorenzo. La sua figura familiare la rassicurò subito: si stava togliendo le scarpe, lanciandole disordinatamente vicino alla scarpiera, e canticchiava sottovoce.
Lorenzo? sussurrò sorpresa. Ma che ci fa qui? Doveva essere alla riunione
Rimase ad osservare. Forse voleva farle una sorpresa? O parlava con qualcuno al telefono?
Luce, abbi pazienza ancora un attimo, la voce di Lorenzo era tenerissima, quasi carezzevole. Ginevra si irrigidì di colpo. Così dolce, con lei non aveva mai parlato. Fra poco avrò compiuto la mia parte, e saremo insieme.
Il gelo le attraversò lo stomaco. Si strinse la mano in un pugno, mordendosi le labbra per non lasciar sfuggire un suono. Che contratto era mai quello? Chi era questa Luce?
Quanto ancora dobbiamo aspettare? continuava Lorenzo, il tono cambiato, più distaccato. Sì, ancora un mese e il matrimonio, poi qualche mese di sposini felici la voce si incrinò, trasformandosi in unespressione di disgusto, come fosse costretto a ingoiare qualcosa di amaro.
Ginevra chiuse gli occhi, cercando di elaborare. Il loro matrimonio solo parte di un patto?
E di quello che farà Carlo Romano dopo, poco mi importa, disse Lorenzo, sempre più sicuro. Raccolgo tutte le mie cose e sparisco appena ricevo il saldo sul conto.
Le ultime parole furono uno schiaffo. Ginevra barcollò, aggrappandosi allo stipite. Nella mente solo una frase: Mi ha mentito. Tutto il tempo.
Si ritrasse in silenzio. I pensieri si accavallavano, ma uno si faceva strada nel caos: suo padre era coinvolto. Contratto, paga, sei mesi Il puzzle si componeva in un quadro orribile, che le stringeva la gola.
Ma decise di ascoltare ancora. Forse ne avrebbe ricavato altri dettagli importanti.
Lorenzo si era accomodato in poltrona, allungando le gambe, completamente ignaro che Ginevra fosse vicina. Era sicuro che la casa fosse vuota e non si preoccupava delle parole.
E dai, non fare così diceva, scuotendo la testa. Io amo solo te! Sono qui solo per te. Non vuoi una bella casa in centro a Firenze? Comprare vestiti firmati, gioielli? fece una pausa come aspettandosi una risposta, poi aggiunse con tono divertito: Visto? E quanto mi sarei mai potuto permettere con lo stipendio da assistente? Sei mesi e siamo insieme, promesso.
No, sarete insieme anche prima disse lei, scendendo piano le scale, combattendo il tremolio alle gambe ma avanzando a testa alta.
Lorenzo si voltò di scatto, perso il sorriso, gli occhi spalancati. La frase che aveva in bocca rimase sospesa, il telefono gli cadde dalle mani.
Ninnola? sussurrò attonito, alzandosi di scatto. Le emozioni sulla sua faccia erano un misto di panico e confusione. Di che parli, amore?
Si avvicinò con la mano tesa, cercando un contatto. Ma Ginevra ritrasse il braccio, con il mento sollevato. Nei suoi occhi, nessuna tenerezza, solo una chiarezza dura, amara.
Ninnola ripeté quasi sussurrando, con un filo di voce in cui si sentiva tutta la sofferenza. Davvero credevi che fossi sorda? Pensi che non abbia sentito tutto?
Gli occhi fissi su di lui, cercava anche solo una traccia di rimorso. Ma leggeva solo disagio e la febbrile ricerca di una scusa.
Luce La conosco? Non è quella ragazza che hai fatto passare per tua sorella? la domanda di Ginevra era fredda, tesa.
Lorenzo impallidì e raccolse il telefono come per aggrapparsi a qualcosa. Nella testa un solo pensiero: come uscirne? Come non perdere tutti quei soldi?
Ti sbagli, biascicò, cercando di sembrare calmo. Che Luce? Non so di cosa tu stia parlando.
Si spinse verso di lei, provò a prenderle la mano, ma Ginevra si scostò, il gesto rafforzando la sua decisione.
Sai benissimo di che parlo, replicò lei amaramente. Lorenzo distolse gli occhi. Ti ho sentito con le mie orecchie. Tutto quel miele con la tua amante disgustoso!
Ingoiò a fatica, lottando per non tremare. Non voleva mostrargli quanto lavesse ferita. Tutti i sogni, le speranze, tutto era una messa in scena: aveva avuto la parte della credulona.
Lorenzo taceva. Capiva che negare non serviva, la frittata era fatta. E confessare? Anche quello lo spaventava. Sperava ancora, per miracolo, di poter sistemare tutto.
Come avrai capito, il matrimonio non si farà, disse Ginevra in modo definitivo, gelando Lorenzo. Ma prima di cacciarti via da casa mia, voglio la verità. Tutta, senza bugie o scuse.
La voce era ferma, anche se dentro sentiva solo dolore. Incrociò le braccia, si difendeva con lo sguardo, senza lacrime ma piena di determinazione.
La verità? ripeté lui con un sorriso cinico, ormai svanita la maschera dellinnamorato perfetto. La verità? Eccola: non ti avrei mai degnata di uno sguardo se tuo padre non mi avesse proposto laccordo, ora parlava secco, senza alcun rimorso. Ho fatto il fidanzato modello, uscite, complimenti, recite, in cambio di un ottimo lavoro e una bella somma. Insomma, mi arrivano due stipendi.
Il tono era indifferente, come se raccontasse di fare la spesa. Ma ogni parola era una lama nel cuore di Ginevra.
Tutto per soldi? sussurrò. La voce le tremò, ma costrinse se stessa a guardarlo dritto negli occhi.
Credevi davvero che potessi perdere la testa per te? rise lui, tagliente. Guardati allo specchio, quando lo hai fatto per lultima volta?
Quelle parole furono un colpo. Ginevra avvertì le lacrime agli occhi, ma si costrinse a stringere i pugni e resistere.
Rimasero un attimo in silenzio, gli occhi incollati, il mondo intorno come spento. Tutto ciò che aveva creduto le chiacchiere, le cene, le illusioni era stato solo un ruolo pagato, una recita.
Fuori! urlò Ginevra con voce che non le sembrava nemmeno sua. Ti farò avere i tuoi vestiti da un corriere. Via da casa mia!
Un ultimo sguardo di Lorenzo, sprezzante, come per imprimersi limmagine di lei in lacrime. Poi, lentamente, si girò, indossò la giacca senza fretta e se ne andò. Quando il portone scattò dietro di lui, Ginevra rimase immersa in un silenzio pesante.
Appena scese in strada, Lorenzo sentì crescere il nervosismo. Come spiegarsi con Carlo Romano, il padre di Ginevra? Sapeva che era uno che non perdonava il tradimento. Ma almeno i soldi li aveva presi, pensò Lorenzo; una magra consolazione.
Almeno non è stato tutto inutile, borbottò, mettendosi in cammino. Speriamo non mi chiedano indietro i soldi. Ormai me li sono guadagnati.
Intanto, nellappartamento ormai vuoto, Ginevra, con le mani che tremavano, compose il numero del padre. Le dita inciampavano sullo schermo, uno, due, tre tentativi.
Papà! gridò non appena Carlo rispose. Come hai potuto? Come hai potuto farmi questo?
Non lasciò spazio a repliche. Le parole traboccavano, crude, piene di dolore:
Hai pianificato tutto! Lhai trovato tu, lhai pagato, hai deciso cosa doveva fare, senza chiedermi mai se io lo volessi davvero! Hai pensato di sapere tutto!
La voce a tratti si spezzava, ma proseguì:
Mi fidavo di te! Pensavo che lui che mi amasse davvero. Era solo uno spettacolo! Hai trasformato la mia vita in una farsa!
Carlo tentava di replicare, ma Ginevra non voleva sentire. Gridava ciò che laveva ferita, i mesi di delusione e tradimento.
Non ti azzardare mai più. Mai più intrometterti nella mia vita privata! Hai capito!? MAI!
Riagganciò, il telefono volò sul divano, le lacrime scesero libere. Con il volto tra le mani e le spalle scosse dai singhiozzi, tornò bambina: ferita, tradita e sola con il suo dolore.
Quelle lacrime non erano solo per Lorenzo. Anni di insicurezza, di paure, di complessi mai superati. Ginevra si era sempre vista con occhi severi davanti allo specchio: avrebbe voluto una vita diversa; forme più sottili, un viso come nelle foto delle riviste. Aveva pensato alla chirurgia, ma ogni volta che guardava la madre ne cambiava idea.
La madre, Isabella, con il suo nome musicale e raffinato, aveva sempre desiderato essere misteriosa e irresistibile: e per anni aveva avuto ciò che desiderava, con quei tratti armoniosi e una grazia magnetica. Poi, il giorno in cui Isabella si affidò a uno di quegli specialisti miracolosi di Milano che le avevano consigliato le zie, tutto cambiò. Voleva solo correggere appena appena il naso, ma il chirurgo rovinò tutto. Il viso di Isabella perse la sua leggerezza, i tentativi di rimediare portarono solo altre delusioni, visite e denaro speso inutilmente.
La gioia si spense nei suoi occhi. Isabella evitava lo specchio, usciva sempre meno, sommersa dal disagio. Dopo mesi di depressione, se ne andò senza parlare, lasciando solo un biglietto a Carlo: Non ce la faccio più. Perdonami. Sparì nel nulla, niente telefonate, niente lettere. Ginevra restò con il padre.
Da allora, Ginevra cresceva parlando alle foto della mamma che sorrideva serena. La ricordava così: dolce, piena di affetto. Ma davanti allo specchio, vedeva solo tutto ciò che le mancava. Lei aveva zigomi perfetti e io ho solo guance tonde, pensava. Trovava mille difetti: il naso, i capelli che non cadevano bene, la figura poco slanciata. Anche quando le dicevano che era carina, lei non ci credeva. Era solo lombra della madre che fu la regina delle feste.
Questa insicurezza cresceva ogni giorno: a scuola faceva di tutto per passare inosservata, alluniversità evitava la lavagna, nella vita privata si sentiva sempre meno delle altre. I ragazzi raramente la guardavano, e lei pensava fosse solo questione di aspetto.
Se fossi più bella tutto sarebbe diverso, ripeteva tra sé, senza capire che era la sua insicurezza ad allontanare gli altri.
Poi era arrivato Lorenzo. Aveva acceso la sua vita come una luce improvvisa. Si era sentita apprezzata davvero, lui notava le sue qualità, la faceva sentire lunica al mondo. Era attento alle piccole cose, le regalava fiori e sorrisi a sorpresa, ricordava dettagli, la faceva sentire finalmente abbastanza. Non perfetta come Isabella, ma amata. Ginevra aveva iniziato ad amarsi di più, a convincersi che anche lei poteva essere felice. E più passava il tempo, più credeva che fosse amore.
Ora tutto era crollato. Le parole di Lorenzo avevano distrutto la fiducia appena conquistata. Nessun amore, solo una sceneggiata. Una messinscena iniziata dal padre, luomo di cui si era fidata più di tutti.
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Nella saletta delle prove, Ginevra stava davanti allo specchio con addosso labito bianco. Il cuore, però, ora non batteva per lemozione ma per una strana, calma sicurezza. Labito la avvolgeva, seguiva le spalle e scendeva morbido. Il pizzo alle maniche giocava con la luce e il tessuto sussurrava ad ogni movimento.
Studiò il riflesso con attenzione. Non cercava più difetti come aveva sempre fatto. Quella volta si accettava: proprio così comera.
Unora dopo Ginevra percorreva la navata verso gli invitati. Testa alta, schiena dritta, passi misurati. Gli occhi brillavano di una luce limpida, non del languore sognante delle spose ma di convinzione profonda. Catturava lattenzione di tutti: la gente sussurrava, si stupiva. Non era la classica sposina che piange davanti allaltare.
Ripensava alla discussione, due mesi prima, col padre:
Papà, ho deciso di accettare la proposta di Matteo, gli disse guardandolo negli occhi.
Lui, col cucchiaino ancora in mano, rimase di sasso.
Sei sicura, Ginevra? È una decisione importante.
Lo sono. Non voglio più aspettare un amore che forse non arriverà mai. Desidero stabilità, rispetto, una famiglia vera. Matteo può darmi tutto ciò.
Ma lamore provò a replicare il padre. Ginevra lo fermò:
Lamore è bellissimo, ma non voglio più vivere nellattesa di un miracolo. Voglio essere artefice della mia felicità.
E ora, avvicinandosi a Matteo, ripeteva mentalmente quelle parole. Lui la aspettava emozionato, rassicurante. Non cera passione irrefrenabile nei suoi occhi, ma rispetto e gentilezza: ed era quello che Ginevra ora apprezzava di più.
La funzionaria celebrò il rito con le formule di sempre. E Ginevra capì che non aveva motivo di rimpiangere la sua scelta. Non era una fiaba damore travolgente, ma era il suo percorso: consapevole, maturo.
Forse Matteo non mi amerà con ardore pensò ma mi vorrà bene. E, chissà, forse impareremo ad amarci.
Questo pensiero le diede forza. Sorrise a Matteo sinceramente, non per le foto e, per la prima volta dopo tanto tempo, sentì di stare compiendo il passo giusto. Alla fine lamore ha tante forme e forse il loro inizio era proprio lì: non un lampo, ma un terreno solido su cui costruire qualcosa di vero.
Perché la vita, come in Italia si dice spesso, non è fatta di favole, ma di scelte coraggiose e di piccoli passi che ci portano dove davvero vogliamo essere. E la fiducia in se stessi è la più bella delle conquiste.


