Per trent’anni ho lavorato in fabbrica per dare ai miei figli una vita migliore: per il mio settantesimo compleanno si sono messi insieme solo per un mazzo di fiori recapitato a domicilio

Per trentanni ho lavorato in fabbrica, cucivo, perché i miei figli avessero una vita migliore. Per i miei settantanni si sono messi insieme e mi hanno fatto recapitare un cesto di fiori a casa.

Sono rimasta immobile nellappartamento vuoto, col cestino in mano consegnato dal corriere, e mi sono messa a piangere. Se qualcuno mi avesse detto quarantanni fa che avrei passato così il mio settantesimo compleanno, lavrei preso per uno scherzo di pessimo gusto. Invece la vita sa essere beffarda e la battuta finale non sempre te la chiede.

Quel giovedì mattina mi sono svegliata alle sei, anche se non avevo da andare da nessuna parte. Il corpo si ricorda, dopo trentanni di sveglia allalba per essere in tempo al primo turno in fabbrica.

Cucivo camici, divise, grembiuli. Allepoca a Torino cerano diversi opifici simili, donne chine sulle macchine da cucire, dita punte da aghi e la testa piena dei sogni per i figli. Perché per chi lo facevamo, se non per loro?

Mio marito, Giovanni che riposi in pace lavorava alle Ferrovie dello Stato. Insieme abbiamo tirato avanti la casa. Non mi lamento il nostro piccolo lo avevamo: prima un monolocale a Barriera di Milano, poi un cambio per un due camere e cucina a Santa Rita.

Riscaldamento centralizzato, balcone con vista sul cortile interno. Ma i bambini avevano sempre vestiti puliti, un piatto caldo, e libri per la scuola. Matteo prendeva lezioni private dinglese, Lucia seguiva un corso di informatica. Giovanni faceva gli straordinari, io arrotondavo il pomeriggio cucendo tende e abiti da cerimonia alle vicine.

E vedi, ne è valsa la pena. Matteo si è laureato in legge, oggi ha uno studio legale a Milano. Lucia dirige la sua impresa a Bologna, roba di marketing, non ho mai capito bene cosa, ma la pagano e basta saperlo. Sono fiera di loro. Davvero lo sono. Solo che questa fierezza, ormai, sa un po di tè senza zucchero la stessa cosa, ma manca qualcosa.

Giovanni se nè andato otto anni fa. Un infarto. Rapido, senza un saluto è andato a letto e non si è più svegliato. Il primo anno i figli chiamavano ogni giorno. Il secondo, ogni settimana. Ora Matteo chiama la domenica, dopo pranzo, se si ricorda.

Lucia invia messaggi brevi, come fossero telegrammi: Mamma, tutto ok? Un bacio. Rispondo: Tutto bene, tesoro. Che altro dovrei scrivere? Che certe sere parlo con la televisione? Che il sabato lunica persona che mi ha rivolto la parola è stata la cassiera dellEsselunga?

Per questo compleanno mi sono preparata una settimana. Sciocca che sono ho fatto la torta della nonna, quella con la pasta frolla e la ricetta scritta su un foglio della mamma mia. Ho comprato una tovaglia nuova. Ho tirato fuori il servizio buono di porcellana, quello regalato per il matrimonio, mai usato per tutti i giorni. Quattro posti. Perché Matteo aveva detto che ci provava a liberarsi, Lucia che vedeva con la sua agenda.

Mattina, chiama Matteo. Voce stanca, come se non avesse dormito. Mamma, non ce la faccio, ho unudienza che hanno anticipato, non potevo rifiutare. Ma sabato vengo, promesso?

Unora dopo, SMS di Lucia. Neanche una chiamata. Mamma, ho una conferenza a Genova, non riesco, ti voglio bene, recuperiamo nel weekend!!! Tre punti esclamativi. Come se bastassero a riempire la sedia vuota.

Sono rimasta in cucina a fissare quei quattro piatti. La torta. La tovaglia nuova con i girasoli, mi sembrava allegra. Poi ho iniziato a rimettere via tutto. Piatti sulla mensola, tovaglia piegata, torta coperta con un canovaccio.

Alle tre ha suonato il citofono. Corriere, ragazzo giovane, forse venticinque anni, giacca blu. Mi ha porto uno splendido cesto: rose, gigli, e altri fiori che non saprei nominare. E una busta: Carissima Mamma, auguri di cuore! Matteo e Lucia.

Il ragazzo ha sorriso. Tanti auguri, signora. Qualcuno le vuole molto bene.

Ho preso quel cesto. Era pesante. Lho appoggiato allingresso e ho chiuso la porta. Poi mi sono seduta sullo sgabello, di fronte allattaccapanni, e sono rimasta lì non so quanto cinque minuti, forse venti. Il profumo dei fiori era quasi troppo, in quellangolo stretto.

La sera mi ha chiamato Giovanna unica vicina con cui parlo ancora. Settantacinque anni, abita sotto, sola come me. Marcella, è il tuo compleanno, vieni per una tisana, ho fatto la torta di mele. Sono andata. Siamo rimaste in cucina fino alle dieci. Lei non mi ha chiesto nulla dei figli. Sapeva già tutto.

Sabato Matteo è venuto. Da solo, senza moglie né nipoti. Tre ore, di cui una passata al telefono sul balcone. Ha lasciato sulla credenza una busta con degli euro. Lucia alla fine ha cancellato il weekend è successo un imprevisto, mamma, però a Natale vengo sicuro.

E lì ho capito una cosa. Non era che i miei figli non mi amassero. Mi vogliono bene, a modo loro, nei ritagli di tempo, tra unudienza e una conferenza. Mi amano come io amavo il mio lavoro con coscienza, ma col pensiero già alle mani sulla macchina da cucire, controllando lorologio. Ho lavorato tutta la vita affinché loro non dovessero vivere come me. Ma nessuno mi aveva detto che il prezzo per la loro felicità sarebbe stata questa casa vuota.

La torta labbiamo mangiata io e Giovanna. I fiori sono durati una settimana, poi sono appassiti. La busta di Matteo lho infilata nel cassetto dove Giovanni teneva i documenti del treno.

Ieri ho comprato un biglietto per una gita nelle Langhe. Pullman, due giorni, gruppo di pensionati. Viene anche Giovanna. Quando lho detto a Lucia al telefono, si è sorpresa: Mamma, da quando vai in giro tu?

Dai miei settantanni, tesoro ho risposto.

Il silenzio dallaltra parte è durato tre secondi. Poi Lucia ha detto: Bello, mamma e ha cambiato discorso. Ma quei tre secondi hanno detto più di mille punti esclamativi. So che capirà, forse quando avrà anche lei una sedia vuota a tavola. Ma io non aspetto più.

Ho settantanni. Ho le gambe buone, un biglietto per le Langhe e una vicina che fa la torta di mele. Giovanni avrebbe detto: Marcella, smetti di mugugnare e vai. E allora vado.

Perché il coraggio di vivere per se stessi arriva quando meno te lo aspetti e non è mai troppo tardi per partire.

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