Piano cottura splendente

La cucina splendente

Giulia. Vieni qui.

Nessun per favore. Nessun quando hai finito. Solo vieni qui, come se chiamasse un cane.

Pose lo spazzolone contro il muro e entrò in cucina. Paolo era seduto al tavolo, immerso nel telefono. Di fronte alla finestra, nel posto di sempre, Anna Maria sorseggiava il tè. Nellaria cera odore di cavolo bollito e di qualche medicina che la suocera inghiottiva a manciate dalla mattina alla sera.

La mamma dice che non hai pulito bene il piano cottura, commentò Paolo senza staccare gli occhi dallo schermo.

Lho pulito ieri.

Male.

Anna Maria posò la tazza sul piattino con un piccolo tonfo.

In casa mia la sporcizia non è mai esistita, disse con quel tono da verità assoluta. Sono ventanni che tengo tutto in ordine. Finché ci sono stata io, la casa è sempre stata perfetta.

Giulia aveva cinquantatré anni. Restò in piedi in cucina, con i guanti ancora bagnati, ascoltando quelle parole per lennesima volta.

Dimmi dove vedi sporco, aggiunse. Torno a pulire.

Eh, proprio, fammi vedere, intervenne Paolo. Non lo vedi da sola? Bisogna inginocchiarsi per fartelo notare?

Lo disse a bassa voce. Quasi calmo. Parlava sempre così: senza urlare, ma con una nota nella voce che arrivava dritta e tagliente.

Giulia guardò il fornello. Era lucido. Laveva pulito la sera prima, strofinando per mezzora il grasso e le macchie. Era perfetto.

E in quel momento, qualcosa scattò dentro di lei.

Nessun pianto, nessun grido. Solo un senso di silenzio profondo. Come quando qualcosa, finalmente, si spezza.

Si tolse i guanti, li posò sul tavolo.

Sono ventotto anni che sento queste cose, disse piano. Ora basta.

Paolo sollevò gli occhi dal telefono. Anna Maria si bloccò a metà del sorso.

Che hai detto? replicò Paolo.

Ho detto basta.

Uscì dalla cucina. Entrò in camera da letto, prese dal guardaroba una borsa grande del supermercato e cominciò a metterci dentro delle cose. Non molte: documenti, due maglioni, un cambio di vestiti, il caricabatteria. Le mani non tremavano, e questo la sorprese. Era tranquilla, come chi finalmente ha preso una decisione che covava da anni.

Dalla cucina arrivavano voci, prima basse, poi più forti.

Paolo! Non la fermi?

Falla tu, se ci tieni.

Giulia indossò il cappotto, prese la borsa ed uscì nel corridoio. Si mise le scarpe. Aprì la porta.

Giulia! urlò Anna Maria dalla cucina. Ma ti rendi conto di cosa stai facendo? Dove vai? Senza di lui non sei niente! Niente!

Giulia chiuse la porta alle sue spalle. Piano, senza sbatterla.

Sulle scale si sentiva odore di lettiera per gatti dal piano di sopra e di vernice fresca dal piano terra. Giulia scese ed uscì. Era ottobre, freddo e umido, le foglie morte appiccicate allasfalto. Si fermò fuori dal portone e cercò il telefono.

Chiara rispose dopo due squilli.

Chiara, disse Giulia. Sono andata via.

Pausa.

Da dove?

Da casa di Paolo. Per sempre. Non so dove andare.

Passarono tre secondi di silenzio.

Ricordi lindirizzo? Tra venti minuti sono a casa. Aspettami davanti al portone, ti do il codice.

***

Chiara viveva da sola in un monolocale in via dei Tigli. Piccolo, ma suo: laveva comprato sette anni prima, lavorando alla reception di un albergo, mettendo da parte ogni euro. Cerano mensole ovunque, piante su ogni ripiano, in cucina una lavagnetta piena di calamite di varie città. Odore di caffè e di qualcosa di dolce, forse cannella.

Giulia sedeva sul divano, mani strette attorno a una tazza di tè caldo, e Chiara di fronte, raccolta a gambe incrociate, la guardava senza interrompere.

Dai, racconta, disse Chiara.

Non cè molto da raccontare, sospirò Giulia. Sempre la stessa storia. Il piano cottura sporco. La minestra insipida. Il pavimento pulito male. E mi guardano come se fossi… come un oggetto che non funziona.

Giulia, è sempre stato così. E oggi cosa è cambiato?

Ci pensò.

Oggi ho guardato il piano cottura e ho capito che o me ne andavo ora, o non lo avrei mai fatto. Che sarei morta lì. Un giorno mi sarei sdraiata e nessuno avrebbe detto altro che non si è saputa tenere.

Chiara annuì, versò ancora tè senza dire nulla.

Quella notte Giulia rimase sveglia sul divano di Chiara, avvolta in una coperta soffice, ascoltando il silenzio. Il silenzio vero: niente tv dallaltra stanza, nessun colpo di tosse di Anna Maria dietro il muro. Nessun dovere da assolvere, nessun ordine.

Non dormiva per lansia, ma perché non sapeva come si facesse: stare stesa, senza essere responsabile di tutto.

Poi, finalmente, si addormentò.

***

Il telefono tacque per due giorni. Il terzo giorno Paolo mandò un messaggio: Quando torni? Non scusami. Non parliamo. Solo quando torni, come fosse in viaggio per lavoro.

Giulia lesse e rimise il telefono in tasca.

Hai fatto bene, disse Chiara, che aveva visto tutto. Non rispondere. Che pensi ci sia da pensare per lui?

Niente, rispose Giulia. Pensa che tornerò. Come sempre. Che non me ne andrò mai.

E tu?

Giulia guardò fuori dalla finestra. Il cortile era grigio, umido, con alberi spogli.

Stavolta me ne vado, rispose. Solo che ancora non so dove.

Le prime settimane furono strane. Giulia non sapeva cosa fare. Per tutta la vita si era svegliata alle sette: preparare la colazione, pulire, lavare, andare in farmacia per i farmaci di Anna Maria, spesa, di nuovo cucinare, di nuovo sistemare. Dalla mattina alla sera. E, comunque, era sempre poco e male.

Adesso la giornata era vuota. Non cera niente da fare. Era quasi insopportabile.

Chiara, confessò una mattina, mentre lamica si preparava per andare al lavoro, devo fare qualcosa, sennò impazzisco.

Cerca un lavoro.

Ma cosa? Ventotto anni in casa.

Sei una pittrice.

Giulia scoppiò a ridere, breve e amaro.

Ero una pittrice. Dopo luniversità ho lavorato un paio danni in una casa editrice, poi mi sono sposata e Paolo mi ha detto che bastava il suo stipendio. E la madre ha aggiunto che una brava donna si occupa della casa e non si perde dietro certe cose.

E tu hai accettato.

Sì. Avevo venticinque anni e ho pensato che fosse questo lamore. Essere protetti.

Chiara prese il cappotto.

Giulia, ho delle tempere nel mobile, lasciate da mia nipote. E dei fogli. Prendili, prova.

Perché?

Perché le mani ricordano. Vedrai.

***

Giulia trovò le tempere in fondo a un cassetto, ancora avvolte nella carta di giornale. Erano per bambini, economiche, scatoletta di plastica con lo scoiattolo. Anche la carta cera, robusta, da acquerello. Un blocco iniziato. Portò tutto in cucina, si sedette davanti al foglio e ci restò a lungo.

Poi prese il pennello.

Allinizio non riusciva a fare nulla. I colori non prendevano, la mano tremava, le proporzioni saltavano. Strappò tre fogli. Poi si calmò e cominciò semplicemente a sporcare il foglio di colore, senza schema, senza idea. Solo colore. Solo forma.

Dopo unora, davanti a lei, cera un piccolo foglio: il cortile dautunno visto dalla finestra di Chiara. Alberi bagnati, cielo grigio con una macchia di rosa allorizzonte.

Lo guardò e pensò: ecco. Questo lho fatto io.

Non un minestrone, non un piano cottura pulito. Questo.

Quando Chiara tornò dal lavoro e vide il disegno sul tavolo, si fermò.

Giulia, lhai fatto tu?

Sì.

È bello, sai?

Tutto storto.

Ma è vivo, ribatté Chiara. Di cortili ne ho visti tanti, ma questo sembra vero. Si sente.

Giulia non replicò. Ma il disegno non finì nel cestino.

***

Nellappartamento di Paolo Ferrari, intanto, succedeva qualcosa che lui non si aspettava.

Per i primi tre giorni aspettò che Giulia tornasse. Era ovvio che sarebbe tornata: dove sarebbe andata? Non sapeva fare niente. Nessun lavoro, nessuna casa. Era costretta a rientrare.

Non tornò.

Il quarto giorno notò che il frigorifero era vuoto. Completamente. Lo aprì la mattina, vide solo un brick di latte e lo richiuse. Andò al lavoro a stomaco vuoto.

La sera la madre lo fissava dalla cucina con laria di chi sapeva già tutto, ma non laveva detto per educazione.

Hai mangiato?

No.

Neanchio. Hai portato qualcosa dal supermercato?

No, non cera tempo.

Fantastico. Ho settantotto anni e non pensavo di restare senza pane in casa.

Mamma, vai tu a fare la spesa.

La pausa fu lunga.

Ho settantotto anni, disse Anna Maria lentamente, ho problemi alle gambe, la pressione alta. Cammino col bastone. E tu dici vai tu.

Mamma, lavoravo.

E Giulia? Giulia si spaccava la schiena da mattina a sera, e tu lhai mandata via.

Paolo sollevò lo sguardo.

Io? È stata lei ad andarsene!

Perché lhai costretta! la voce della madre acuta. Te lavevo detto: con la gente bisogna andarci piano. Ma tu niente.

E tu? Ogni giorno a rimproverarla! Il piano è sporco, la minestra peggiore, il pavimento non va!

Sono fatti miei! In casa mia!

È casa mia!

Restarono a guardarsi. Per la prima volta da anni. Senza Giulia a fare da cuscinetto fra loro.

Paolo si alzò, prese la giacca e uscì. Porta sbattuta.

Anna Maria rimase da sola. Fu accesa la luce, aperto il frigo: ancora solo il brick di latte.

Tornò a sedersi. Silenzio, quello vero, il silenzio di quando Giulia non cera.

***

Arrivò novembre, con il freddo e la prima neve. Giulia, ormai da tre settimane a casa di Chiara, si riprendeva piano, come chi esce dalla prigione e respira aria fresca. Al principio abbaglia, poi ti abitui.

Dipingeva ogni giorno. Comprò colori decenti, da adulto. Chiara trovò online un annuncio: una piccola stanza-atelier in affitto sulla via del Fiume, vicino al parco. Un buco venti metri quadri, finestra grande, pavimento di legno, economico perché malandato, muri scrostati.

Appena entrò capì: era il posto giusto.

Lo prendi? chiese la proprietaria, una donna anziana col cappello di lana.

Sì.

I soldi erano scarsi. Giulia vendette gli orecchini doro che i genitori le avevano regalato per le nozze. Le costò, era un ricordo. Ma pensò: Ricordo di cosa, esattamente?

Latelier divenne il suo rifugio. Veniva ogni mattina, apriva la finestra alla brezza di neve e di acqua del fiume. Odore di colori, olio di lino, legno. Metteva in fila i barattoli, srotolava carta o tela e si metteva a lavorare per ore, a volte dimenticando il pranzo.

Soggetti diversi: scorci cittadini, cortili, nature morte una tazza, una mela, una vecchia scarpa. Migliorava ogni settimana. Le mani davvero ricordavano e bastava dargli modo di risvegliarsi dopo ventotto anni di stasi.

A dicembre Chiara la chiamò proprio nellatelier.

Giulia, allhotel vogliono organizzare una mostra di pittori locali. Nella hall, piccola. Posso dare il tuo nome? Hai qualche lavoro da esporre?

Ma io non sono una vera pittrice, ho appena ricominciato!

Sei una pittrice. Lho visto coi miei occhi.

Roba da dilettanti!

Smettila con solo e appena. Li dai i tuoi lavori?

Giulia esitò.

Daccordo.

***

Fu in quelloccasione che conobbe Matteo De Santis.

Era venuto allinaugurazione per caso pernottava in albergo per affari e si era ritrovato nella hall. Alto, con camicia a quadri, capelli grigi alle tempie e occhi calmi. Stava davanti a una delle opere di Giulia: parco innevato, una panchina, tracce sul manto bianco.

Giulia si avvicinò per raddrizzare la cornice. Lo sentì mormorare piano:

Ecco come succede. Arrivi, ti siedi e poi vai via.

Parla delle orme? gli chiese.

Si voltò, per nulla imbarazzato di essere sorpreso a parlare con una tela.

Sì. Immagino due persone sedute insieme. Poi ognuno se ne va chissà come: saranno rimasti felici o avranno litigato?

Io ci vedevo una sola persona, disse Giulia. Che arriva, siede e torna a casa.

Uno solo non fa tutte quelle curve, ribatté serio. Si vede che sono in due.

Lei riguardò il quadro con occhi nuovi.

In effetti può essere.

Parlarono ancora venti minuti. Lui era giunto da una città vicina dal fratello, per aiutarlo con la casa. Matteo era un tuttofare: legno, elettricità, idraulica. Vedovo, due figli adulti. Parlava poco ma ascoltava con attenzione; questa fu la prima cosa che Giulia notò. Non interrompeva. Non fissava il telefono. La ascoltava.

Non sapeva come comportarsi, non era abituata.

Prima di andare, chiese:

Ha un biglietto da visita?

No, arrossì Giulia. Non ne ho mai fatti.

Allora può darmi il numero?

Glielo diede. Poi, a lungo, si domandò: perché? Forse vorrà il quadro.

Dopo tre giorni scrisse: Buonasera. Matteo, ci siamo conosciuti parlando di tracce sulla neve. Vorrei acquistare quel quadro, se possibile.

Il quadro era ancora lì. Venne, lo portò via, con cura, e chiese se poteva vedere altro.

Andarono in atelier. Guardò con calma. Ne acquistò altri due.

Si vede che è il suo mestiere, disse.

Non dipingevo da anni, rispose lei.

Perché?

Giulia fece spallucce. Non spiegò. Non ancora.

Così andava la vita.

Lui annuì, accettò la risposta e non chiese oltre.

***

A gennaio fu Paolo a chiamare. Erano ancora legalmente sposati, lei viveva ora da Chiara, ora in atelier. Stava finendo di dipingere dei rami dabete in un vaso trasparente, qualche pigna, una candela.

Giulia, fece Paolo.

Sì.

Come stai?

Bene.

Silenzio.

La mamma è malata.

Mi dispiace.

Potresti venire almeno una volta a settimana. Aiutare in casa.

Giulia posò il pennello.

Paolo, sono andata via. Vivo per conto mio. Non tornerò.

Sei ancora mia moglie.

Per poco ancora. Ma solo perché devo sistemare i documenti.

Giulia, non esagerare. Torna a casa. Parliamo.

Noi non abbiamo mai parlato, Paolo. Ventotto anni. Parlavate tu e tua madre, io ascoltavo e facevo.

Esageri.

Forse. Ma non tornerò.

Riagganciò. Le mani stabili. Si stupì.

Poi pensò che la sua storia, allesterno, sembrava banale: una moglie che lascia il marito. Ma dentro era tutto meno semplice. Come imparare di nuovo a camminare.

***

Imparare a gestire i soldi venne con gradualità. I quadri li vendeva raramente e a prezzi bassi. Ogni tanto ordinavano delle cartoline, a volte piccoli paesaggi. Con laiuto di Chiara si fece una pagina online; lentamente, comparvero persone interessate che le scrivevano.

Si viveva col necessario. Atelier, cibo, vestiti. Mai niente di più, ma bastava.

Non pensava che si potesse considerare ricchezza. Eppure era questa la ricchezza per lei.

Matteo passava ogni due-tre settimane: vedeva il fratello e andava a trovarla. Prendevano caffè in una minuscola caffetteria vicino al parco, o passeggiavano per strade silenziose e bianche. Parlava dei figli, uno già sposato in attesa del primo bambino. Lei raccontava delle sue tele, del desiderio di provare lolio oltre agli acquerelli.

Non la forzava mai. Una volta, Giulia capì che aspettava con gioia quelle visite; quando non veniva, in atelier cera più silenzio.

Chiara, disse una sera. Matteo mi spaventa quasi, la sua gentilezza.

Perché?

Non sono abituata alle cose buone. Quando qualcosa va bene temo che dietro ci sia una fregatura.

Chiara la scrutò a lungo.

Forse non tutti hanno qualcosa da nascondere.

Giulia ci pensò per giorni.

Alla fine scrisse per prima a Matteo: Se le va, sabato può passare? Sto lavorando su un quadro nuovo, vorrei mostrarlo.

Venne quel sabato. Guardò il quadro, disse che era bello, poi andarono in caffetteria. Alla fine chiese:

Vorrebbe venire con me domenica a vedere un vecchio monastero a unora da qui? Dinverno è spettacolare.

Giulia accettò subito.

***

Di casa Ferrari, Giulia veniva a sapere qualcosa solo tramite la vicina, signora Rosa del quarto piano, una pensionata con cui spesso chiacchierava sulle scale.

Giulia, come va? le diceva la signora Rosa. Là è linferno. Si sente litigare attraverso il muro. Tua suocera rimprovera Paolo ogni giorno perché non ti ha fermata. Lui risponde. Laltra sera urlavano tanto che pensavo di chiamare i carabinieri.

Giulia ascoltava sentendosi solo distante, nessuna gioia maligna, nessun trionfo. Solo una tristezza lontana. Così succede: senza di lei, nessuno più assorbiva i colpi. Erano sempre stati abituati a sparare dalla stessa parte, ora quella parte non cera più e i colpi andavano luno sullaltro.

A febbraio Rosa le disse che Anna Maria era stata portata via in ambulanza: pressione alta, cuore. Paolo passava le notti solo in ospedale.

Giulia mise su il bollitore e pensò: dovrei chiamare. Ventotto anni, è pur sempre una persona.

Poi ci ripensò. No: smettiamola coi doveri. Aveva sempre vissuto per il dovere. Ora toccava a lui arrangiarsi.

***

Marzo portò il disgelo, lodore dellacqua che scioglie la neve. Una mattina Giulia attraversò il mercato con una borsa di tela, scegliendo cosa comprare per colazione. Si fermò al banco dei primi pomodori di serra, pensando che avrebbe voluto dipingere quel mercato: colori, voci, gente.

E vide Paolo.

Procedeva con una borsa, attento al cellulare. Sembrava invecchiato, forse era solo una sua impressione. Le spalle curve. Il giubbotto stropicciato. Il viso di colore spento.

Aspettò di sentire qualcosa. Paura? Rabbia? Desiderio di scappare?

Niente di tutto questo.

Paolo la notò. Si fermò.

Si guardarono tra tre bancarelle.

Giulia, disse lui.

La voce come sempre, lieve. Ma cera qualcosaltro: smarrimento, forse.

Paolo, rispose lei.

Lui si avvicinò. La fruttivendola lì accanto faceva finta di essere assorbita dalle mele.

Come stai?

Bene.

Sei dimagrita.

Può essere.

La mamma è in ospedale. Il cuore.

Lo so. Mi dispiace.

Silenzio. Paolo spostò il sacchetto da una mano allaltra.

Non torni davvero?

Giulia lo guardò. Serenamente. Né odio né compassione. Solo calma.

No, Paolo. Non torno.

Dobbiamo pur vivere

Tu devi. Io sto già vivendo.

Lui rimase senza parole. Giulia prese i suoi pomodori, pagò e si allontanò.

Il cuore le batteva regolare. Questa era la vittoria, non laverlo lasciato, non non essere tornata, ma stare lì davanti e non avere paura. Nessuna scusa, nessun magari sono io esagerata, nessun devo essere gentile. Solo una conversazione tra due estranei, o quasi.

Scelse anche dellinsalata, prese il pane fresco e tornò a casa. Casa, cioè atelier: ormai per lei casa era quella stanza con lodore dei colori.

***

Avviò la pratica di separazione in aprile. Tutto da sola, senza avvocati. Paolo non oppose nulla. Si videro una sola volta dal notaio, firmarono e basta.

Non aveva una casa sua. Paolo restava nel loro appartamento. Giulia non chiese la divisione dei beni: troppo lungo, troppo faticoso. Chiara disse che sbagliava, che quei soldi le spettavano.

Non mi interessa quella casa, Chiara. Voglio solo ricominciare.

Ma i soldi?

Arriveranno. Diversi, ma miei.

All’arrivo dellestate, lei e Matteo si vedevano ogni settimana. A volte Giulia andava da lui, a volte lui veniva da lei. Aveva una casa con un piccolo giardino in una zona tranquilla, un vecchio melo e cespugli di ribes. Giulia arrivò in maggio e sostò a lungo davanti al melo in fiore.

È incantevole, disse.

Lha piantato mia moglie, rispose lui, sereno. Sono otto anni che non cè più. Ma il melo fiorisce ogni primavera.

Rimasero lì, fianco a fianco, a guardare lalbero.

Matteo, chiese Giulia, non ha paura? Ad avvicinarsi di nuovo a qualcuno?

Sì, rispose schietto. Ma mi piacete. E penso che la paura non è una scusa per non vivere.

Lei rise, sorpresa di se stessa.

Saggio.

Sono abituato a piantare i chiodi diritti.

***

In autunno, a un anno preciso da quel giorno di ottobre in cui Giulia raccolse le sue cose e uscì da casa Ferrari, lei e Matteo erano seduti in cucina. Lui riparava un cassetto che non si chiudeva, lei prendeva appunti nel taccuino, con una tazza di caffè.

Era caldo, tranquillo. Odore di legno e caffè.

Giulia, disse Matteo senza staccarsi dal cassetto, ti va di trasferirti?

Lei alzò gli occhi.

Dove?

Da me. Qui.

Esitò. Lui aspettava, continuando a lavorare.

Ho latelier di là.

Qui cè una stanza con una bella finestra a est. Al mattino entra la luce. Te lho detto?

Sì.

Allora?

Giulia guardò il taccuino. Sulla pagina uno schizzo: cucina, uomo col cacciavite, donna con la tazza. Finestra. Fuori il giardino.

Devo pensarci, disse.

Va bene.

Non hai fretta?

No.

Perché?

Lui rimise il cassetto a posto.

Perché il tempo ce lho, disse. E far pressione a chi ha già vissuto non ha senso.

Giulia osservò ancora lo schizzo.

Va bene.

Va bene che pensi o che ti trasferisci?

Va bene, mi trasferisco.

Lui annuì. Si sedette accanto con il tè. Rimasero seduti lì, nel silenzio buono.

***

Passarono altri sei mesi.

Giulia abitava con Matteo ma conservava latelier sulla via del Fiume. Veniva tre volte a settimana a lavorarci. La stanza col grande finestrone nella casa di Matteo era diventata il suo spazio mattutino, per gli schizzi mentre lui era al lavoro.

I suoi quadri ora si vendevano un po più spesso. Non era una celebrità, certo, ma aveva trovato i suoi clienti, persone che tornavano proprio da lei. Era poco, ma era tutto suo.

Di Paolo aveva solo notizie indirette: la signora Rosa la chiamava di tanto in tanto. Anna Maria, dopo il ricovero, usciva di rado. Paolo aveva assunto una signora a ore. Lavorava, tornava a casa. Viveva.

Giulia ascoltava questi racconti e pensava che un tempo quelluomo era stato tutto il suo orizzonte. Lumore di lui era la sua meteorologia. Le sue parole, le sue regole. Da fuori una bella famiglia, dentro una prigione senza chiave la chiave la teneva lei stessa dallinterno.

Ora, il cielo era diverso.

Un martedì di dicembre, Giulia era in atelier di buonora. Accese la luce, mise su il tè. Fuori cadeva la neve, fitta, lenta.

Squillò il telefono. Era Chiara.

Giulia, buongiorno! Tutto bene?

Sì. Lavoro.

Senti, una novità: una piccola galleria in centro cerca artisti per la mostra di primavera. Hanno visto i tuoi lavori online e vogliono parlarti. Vuoi il numero?

Giulia prese carta e penna.

Chiara, magari vogliono qualcuno di grosso nome io non ho né curriculum né fama.

Giulia, in cinque anni hai ricominciato a dipingere, hai cento e più opere. Non è serio questo?

Forse.

Chiama. Magari.

Daccordo.

Riattaccò. Guardò il numero. Guardò fuori: la neve aveva coperto tutto, bianca e pulita come un foglio nuovo.

Si versò il tè, prese il pennello e cominciò a lavorare. La telefonata sarebbe arrivata dopo. Prima doveva catturare quella neve, prima che si sciogliesse.

***

La sera Matteo passò a prenderla in atelier. Bussò, entrò, la trovò sul lavoro.

Sei pronta?

Cinque minuti ancora.

Si sedette in disparte, la osservava. Lei si accorgeva spesso di quello sguardo: calmo, attento. Lo sguardo di chi ti custodisce.

Dopo poco lei rimise via pennelli e colori.

Fatto.

È venuto bene, fece lui indicando il quadro.

Non lo so. Dipingere la neve è difficile: sembra bianca, ma è blu, grigia, rosa tutto, ma mai solo bianca.

Interessante, disse serio. Non ci avrei mai pensato.

Ecco. E uno pensa che sia semplice. Guarda e non vede.

Uscirono. Freddo e silenzio, la neve cessata, laria pungente, limpida.

Matteo, disse Giulia camminando nella notte, mi hanno chiamato per la mostra in galleria.

E tu?

Vorrei andarci, ma ho paura.

Paura di cosa?

Di sentirmi dire che non valgo, che non sono una vera artista che tutto questo non conta.

Matteo camminava con le mani in tasca, lo sguardo dritto.

Giulia, sai che il peggio lhai già superato?

In che senso?

Nel senso che il difficile, il davvero spaventoso, lo hai già affrontato: ventotto anni a sentirti dire che non eri niente, e poi andartene con una borsa. Quella era la vera paura. La galleria possono anche dire no. E allora?

Giulia si fermò.

Sempre diretto tu.

Ci provo.

Lei rise. Anche lui sorrise, poco, illuminato da un lampione.

Dai, torniamo a casa, fa freddo.

Si incamminarono. La neve scricchiolava sotto le scarpe; le luci dei lampioni si riflettevano sulle pozzanghere gelate. In fondo brillavano le finestre di casa.

Matteo, disse Giulia.

Sì?

Grazie.

Del cosa?

Di non usare mai devi con me.

Aspettò un attimo.

Una persona adulta sa già cosa deve fare, disse. Al massimo, ogni tanto, glielo si ricorda.

Arrivarono a casa. Matteo aprì, la fece entrare prima. Dentro odore di legno e, appena appena, di mele conservate le aveva messe da parte in autunno.

Giulia si tolse le scarpe, andò in cucina, accese la luce.

Tutto familiare: tavolo di legno, due sedie, finestra sul giardino. Sul davanzale il suo taccuino di schizzi, lasciato lì la mattina.

Lo aprì e guardò il disegno del giorno prima: la cucina, luomo col cacciavite, la donna con la tazza. Finestra. Il giardino fuori.

Ora doveva aggiungere la neve.

Prese la matita.

***

E capì, finalmente, che nessun compito, nessuna casa ordinata, nessuna aspettativa degli altri contiene il valore della vita. Il vero coraggio è ascoltarsi, rispettarsi, e trovare la propria voce. Nulla vale quanto la libertà di essere se stessi e la gioia tranquilla di sentirsi, finalmente, davvero a casa.

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