Nella confusione ovattata di un sogno, tra vicoli che odorano di agrumi e rumori lontani di Vespe in corsa, mi sono ritrovata nella mia vecchia casa a Napoli, sola come una barca dimenticata nel porto. I miei figli mi avevano lasciata alle spalle come un vecchio soprammobile impolverato, scegliendo di appoggiare il loro padre Don Vittorio, il rispettato direttore dellazienda di spedizioni più conosciuta della città.
Quando Don Vittorio mi lasciò per una ragazza giovane dai capelli neri lucidi come il mare di Posillipo, i miei figli scivolarono senza esitazione dalla sua parte, attratti dallodore del potere e dalla sicurezza del denaro. Io rimasi in quella casa troppo grande, dove solo il ticchettio dellorologio sembrava ricordarsi di me, e la pizza della domenica non aveva più il profumo dellattesa.
Gli anni scorrevano come gondole lente su un canale pigro. Sentivo i miei figli ridere, parlare e viaggiare con il padre e la sua nuova moglie, volando dalle isole Eolie a Capri, cenando fra tartufi e prosecco, lontani dalla mia solitudine che si faceva densa come la nebbia dinverno sul Vesuvio.
Capii che aspettare era inutile. Presi un treno per la Svizzera, trovai lavoro come badante a Lugano, imparando a camminare nei silenzi ordinati e freddi del Nord. Lì, per la prima volta dopo decenni, respirai unaria nuova e diversa, e la libertà aveva il sapore dolce-amaro del cioccolato fondente.
Quando tornai a Napoli, portando con me valigie cariche di storie e di franchi svizzeri trasformati in euro, trasformai la mia casa: pavimenti di marmo nuovi, mobili in ciliegio, piatti dipinti a mano comprati in costiera. Mise da parte un piccolo gruzzolo, giusto abbastanza da non dover chiedere mai più nulla a nessuno.
I miei figli, intanto, festeggiavano i loro matrimoni fastosi con fuochi dartificio e taralli sugli argenti. Era come se la mia vecchia casa esistesse solo in una nebbia fuori stagione, fino a quella notte strana in cui, tra il fumo di una candela, arrivò la notizia: Don Vittorio aveva lasciato questo mondo, e tutto ciò che possedeva era finito nelle mani della sua giovane e bella moglie.
Fu allora, come attratti dalla promessa di un tesoro nascosto, che i miei figli iniziarono a riaffacciarsi. Prima con babà freschi e cassette di limoni di Sorrento, poi con carezze e sorrisi troppo dolci per non essere falsi. Mia figlia, Lucrezia, un giorno cominciò a parlare tra le righe: Mamma, alla tua età bisognerebbe sistemare le cose pensare al domani magari a un testamento, così
I loro abbracci odoravano di doppio fondo.
Ho settantadue anni, i capelli ancora scuri per ostinazione. Vedo bene, sento meglio. La vita mi piace, soprattutto ora che lassaporo senza brusii di fondo. Giorni fa è venuta a trovarmi mia nipote, Carlotta, che porta il cognome di un avvocato famoso di Salerno.
Nonna, non ti senti un po sola qui in questa bella casa? mi ha chiesto con gli occhi tondi di meraviglia.
Sto benissimo, Carlotta mia le ho risposto, con il sorriso dei tramonti sul Golfo.
Ma la nipote non si è arresa. Però questa casa è grande, chi la pulisce tutta? Se io e Emanuele venissimo a stare qui, faremmo compagnia a te e non dovremmo pagare laffitto no?
Il sogno si è fatto colorato e strano: un micio con occhi doro che annusava la torta in cucina, il sole che rotolava sul pavimento a righe.
Ho sorriso, il pensiero limpido come acqua di sorgente. E chi ha detto che laffitto sarebbe gratis? Un bello sconto ve lo potrei pure fare.
Carlotta ha strabuzzato gli occhi come per svegliarsi. Si aspettava forse che avrei aperto le porte gridando Tutto vostro, portate via pure i miei ricordi?
Ma nel mio cuore avevo già deciso, anni prima, guidata da sogni di bambini malati e carezze che non ho mai potuto dare: ho lasciato scritto dal notaio che questa casa, alla mia morte, sarà venduta e tutto donato a una Fondazione che sostiene i piccoli dellospedale pediatrico Santobono.
Quando Lucrezia ha saputo del mio lascito, è scoppiata come un temporale dagosto: urla, lacrime, accuse che mi graffiavano lanima. Mio figlio Marco invece venne con la voce bassa, pronto ad offrire il suo aiuto proprio adesso che il padre non poteva più difenderli.
Ma il loro improvviso affetto scivolava su di me come pioggia sulle vecchie pietre di Via Toledo. Non basta il sangue per fare una famiglia, né il pane per saziare la fame di affetto.
E nel sogno, chiedo a chiunque incontri: voi, al mio posto, lascereste davvero la vostra casa ai vostri nipoti, solo in nome della nostalgia?





