Ricciolino

Di nuovo?! Elena lesse il messaggio nella chat dei genitori dellasilo e lanciò il telefono sul divano accanto a sé.

Che succede, mamma? chiese Ottavia, alzando gli occhi dal quaderno.

Un altro concorso creativo! Ti rendi conto? Non ne posso più! Ma chi lha mai chiesto, tutta sta fatica? E poi, la consegna è dopodomani. Io domani sono di turno in ospedale ventiquattrore. Quando dovrei trovare il tempo?

Se vuoi, lo faccio io Ottavia spostò il libro di matematica. Ho quasi finito i compiti. Solo matematica, ma Marcella domani mi passa le risposte. Tanto il problema non ci ho capito nulla, magari me lo spiega.

No, no, tesoro, occupati delle tue cose. Ti manca poco alla fine del trimestre! E tra poco ci sono anche i test.

Però… Povero Giacomo, di nuovo ci rimane male. Ti ricordi come ha pianto lultima volta quando hanno dato gli attestati a tutti tranne che a lui? Eppure la sua, di lavoretto, se lera fatta da solo

Proprio per quello non lhanno guardata! Elena si incupì. Pare che nellasilo abbiamo solo dei Michelangelo! E poi, non sono certo i bambini a fare quei capolavori, ma i genitori. Ma la cosa che mi dà più fastidio nemmeno è questa.

E cosa allora?

Che le maestre mi giurano che siano davvero i bambini a farli! Magari! Io ti dico, ci sono lavori che neanche un adulto riuscirebbe a fare

Mamma, ma perché nessuno dice niente? Tutti a testa bassa, sempre a fare e basta. Comera successo la prima elementare da me? Che poi una mamma ha detto basta e da allora i lavori li fanno solo i bambini.

Parli di quando la vostra maestra, la signora Rosalia, se nè andata?

Esatto! Ottavia rise. E poi la nuova maestra, la signora Angela, ci fece fare tutto da soli! Mi ricordo che mise uno zero a Federica perché portò dallasilo un pupazzetto che le aveva fatto la mamma. Allinizio la lodò pure, ma poi ci fece portare tutte le lane e luncinetto per vedere chi sapeva davvero lavorare a maglia.

Ah, me lo ricordo sì, che una sera ero in giro tra i vicini come una matta a cercare uncinetto e lana!

Vedi? Alla fine Federica non riuscì nemmeno a fare un cerchietto e prese pure la nota. Te lo ricordi?

Lavevo proprio rimosso sono passati tanti anni.

Secondo me, per sti concorsi artistici i premi li dovrebbero dare ai genitori, mica ai bambini. Così evitiamo anche le delusioni. Ottavia chiuse lastuccio, si alzò. Vuoi che ti preparo un tè? Così leggo una favola a Giacomo?

Uhm, direi di sì! Elena si alzò e abbracciò la figlia, baciandole la tempia. Come sei cresciuta, ormai nemmeno riesco più a baciarti sulla testa da quanto sei alta… tutta tuo padre.

Non ricominciamo, mamma Ottavia si scostò un poco. Non voglio parlare di lui.

Va bene, niente papà. Vai a preparare il tè che intanto io faccio una telefonata. Mi hai dato proprio un bello spunto.

Elena strinse ancora sua figlia, spingendola dolcemente verso la cucina.

Vai pure!

Mentre guardava la schiena dritta di Ottavia, Elena rifletté su come i geni siano strani: lei era una bionda, morbida, formosa; Giacomo, il piccolo, aveva preso tanti suoi tratti. Invece Ottavia pareva uscita da una pubblicità anni 50: sottilissima, elegante, col collo slanciato, i polsi fragili, lo stile e la figura presi tutti dal padre e dalla nonna paterna. Questultima era stata una ballerina del teatro San Carlo di Napoli, mica étoile, ma brava. Solo il carattere, per fortuna, Ottavia non laveva ereditato. Lei era sempre stata solare, con quella luce calda che metteva tutti a proprio agio, anche se spesso qualcuno approfittava della sua gentilezza. Anche se per questo a volte ci rimetteva, Ottavia non cambiava mai. Sempre pronta a dare una mano.

Per casa circolavano una marea di animali che Ottavia raccattava e curava, per poi inevitabilmente sistemare in buone famiglie. Lunico rimasto a vivere con loro era il vecchio, grosso gatto che aveva trovato per strada il gennaio precedente. Aveva fatto così freddo che avevano chiuso le scuole. Ottavia era rimasta a casa col fratello, raffreddato, e dopo aver preparato la minestra si era accorta di non avere nemmeno una cipolla. Il negozietto era giusto lì a fianco, così Ottavia aveva lasciato Giacomo davanti ai cartoni raccomandandogli di non muoversi per nessun motivo, spento il fornello ed era corsa a fare la spesa. Tornando, scivolò malamente davanti al portone e si trovò gli occhi gialli, miele, di un gatto. Lui, nero come la mezzanotte, rannicchiato sullultimo gradino, pareva aver deciso che la vita per lui finiva così. Pelo stropicciato, buchi qua e là, occhi lacrimosi. Tale indifferenza espressa in quella faccia che Ottavia si commosse, ignorando il ginocchio dolorante.

Fa freddo, eh? Vieni con me?

Silenzio. Lui la fissò, poi raccolse le zampacce sotto la pancia.

Tentò di sollevarlo, ma era pesantissimo. Aprì allora il portone e lo invitò:

Dai, su, entriamo. Cè il latte a casa.

Lui aveva uno sguardo da tanto chi mi vuole?. Ottavia, un po intenerita, tornò indietro e si sedette accanto, sulle scale bagnate.

Non avere paura, dai… io ti voglio, sai?

Il gatto la fissò un altro po, poi con la testa massiccia le sfiorò il palmo. Riuscì, finalmente, a portarlo in casa.

Non temere Giacomo! Lui fa la voce grossa, ma è buono, non fa male a nessuno mormorò rientrando.

Elena, il giorno dopo, scosse solo il capo rassegnata davanti a quella creatura spelacchiata.

Ottavia, ma secondo me non ci arriva a domani

Almeno starà al caldo, mamma, che dici?

Non ho detto nulla. Lasciamolo tranquillo

Non aveva la forza di protestare. Ormai Elena viveva come in una bolla, tutto era faticoso e le energie cominciavano a mancare. Spostarsi, lavorare, curare casa e figli Si sentiva impantanata nella gelatina, appiccicata ma scivolosa. Lunica cosa che la teneva a galla erano Ottavia e Giacomo.

Il marito, Davide, se ne era andato poco a poco, vivendo per oltre un anno diviso tra due famiglie, come una commedia amara. E anche se lei non desiderava più la sua presenza da tempo, lui non voleva proprio andarsene.

Non sarai tu a desiderarmi, ma i bambini sì.

Avevano deciso di dormire in stanze separate. Per fortuna lappartamento era abbastanza grande. Ottavia, senza una parola, accolse la madre nel suo piccolo divano. Per la sua età capiva più di quanto dicesse.

Elena, con amarezza, sapeva che ormai il marito aveva un altro figlio, poco più piccolo di Giacomo, e una compagna giovane, bionda e perfetta, che non provava nemmeno a competere. Una di quelle donne sempre in forma, che portavano il figlio vestito di tutto punto al parco. Elena sorrideva amaramente, osservando la sostituta.

Per la prima volta nella sua vita, decise di non tornare a casa in autobus dopo il turno, ma di attraversare il parco che aveva sempre amato. Lautunno era caldo, secco, i rami di castagno pieni di foglie colorate da calciare col piede, una piccola pausa di respiro dopo mesi di fatica. Vide una scoiattola sfrontata davanti a un cane perplesso, guidato da un signore distinto. Un giorno, anche Davide sarebbe stato così, rifletté. Ma accanto a lui ci sarebbe stata unaltra donna. Niente più domeniche in campagna con i nipoti, niente viaggi al mare. Semplicemente, più niente.

Si voltò bruscamente e incrociò proprio il marito con la sua nuova famiglia.

Strano come una piccola scena ti cambi la vita: Elena rimase ferma, li guardò giocare, poi si girò e se ne andò, decisa per la prima volta e davvero, su quale sarebbe stato il suo futuro.

Quella sera fece la valigia di Davide. Quando lui tentò di protestare, semplicemente disse:

Vai via.

Non avrebbe ceduto, ma dalla stanza uscì Ottavia che sussurrò come uneco:

Vai, papà

Chiusa la porta, Elena scivolò a terra e Ottavia corse accanto a lei.

Mamma, che hai?

Elena chiuse gli occhi, raccolse le forze e poi sussurrò:

Metti su il bollitore, Ottavia. Ho proprio voglia di un bel tè.

I figli reagirono diversamente. Giacomo, ancora piccolo, sentì poco lassenza. Ma per Ottavia fu uno shock. Di notte rimaneva sveglia a fissare il soffitto, cercando di dare una forma alle ombre che le offriva lalberello dietro la finestra. Col tempo, la stanchezza diventò irritabilità, nervi tesi e pianti. Un po di colloqui dallo psicologo fecero poco. Solo larrivo di quel coso nero, che finirono per chiamare Peppino, iniziò a cambiare le cose.

Lo chiamarono Peppino e fin da subito sembrò il nonno in versione pelosa: grande, pesante, taciturno. Mai che facesse le fusa, mai che reclamasse coccole. Ma la sera, quando Elena si aggirava insonne, il gatto veniva a sedersi vicino in cucina. Lei allora, a bassa voce per non svegliare i figli, gli confidava le proprie preoccupazioni, i rimpianti, le sue paure, anche qualche lacrima. Lui non si spostava mai. Rimaneva con quegli occhi gialli come per dirle va tutto bene.

Accorgendosi che sua figlia era più serena, Elena capì che anche Ottavia confidava qualcosa a Peppino. E un giorno, come nulla fosse, le disse:

Se mai ti venisse in mente di darlo via, sappi che io non sono daccordo. Resta con noi.

In un anno Peppino tornò quasi bello: pelo lucido, pancia tonda, cattiveria zero. Quando le amiche chiedevano della sua vita sentimentale, Elena scherzava:

Ho trovato il compagno ideale: mi ascolta, ama i miei figli, mangia poco e soprattutto… niente calzini buttati in giro per casa. È il sogno!

Non pensava per niente a risposarsi. Si sentiva rotta. Viveva di pilota automatico e tutto quello che voleva era dare il meglio ai figli.

Con Ottavia le cose filavano lisce: niente gare creative, solo lustrini e vestitini per le recite, ricordi positivi. Con Giacomo, invece, la musica era diversa: nuove maestre, parenti iperattivi nel comitato, mille iniziative.

Dopo aver cacciato il marito, lui le disse che avrebbe dato il mantenimento solo per via legale. Sapeva che lo stipendio da infermiera bastava appena. Si aspettava che lei avrebbe chiesto aiuto: invece, Elena si mise un secondo lavoro. Si stancava moltissimo, certo, ma almeno non doveva piegarsi alle richieste di quelluomo.

Purtroppo il tempo per i figli calò. Ottavia aiutava come poteva, così anche Giacomo si ingegnava, ma alle mostre i suoi lavori venivano sempre nascosti, ignorati. Un giorno Elena venne pure chiamata davanti a tutti i genitori e rimproverata duramente; lei rimase senza parole e giurò che non sarebbe mai più andata a una riunione in asilo.

Calma calma, cercò di mediare la maestra Annamaria quindi? Se non spendete mezz’ora per il vostro bambino, cosa vi rimane?

Elena si isolò, pensò a Peppino e simmaginò a casa coi figli, una tazza di tè, le loro chiacchiere serali.

Non appena il meeting terminò, sgattaiolò via ignorando tutti.

La riunione era stata una settimana prima. E oggi, ecco lennesimo messaggino del concorso. E per la prima volta si arrabbiò: basta! Questa volta i lavori li fanno i bambini, che le cose da adulti restino agli adulti! Parlarne con altri genitori fu facilissimo. Tutti daccordo.

Il giorno del famoso concorso, Elena entrò in asilo di ottimo umore. Se va tutto male amen, da oggi non si sentirà più dire che è una pessima madre, né accetterà altre umiliazioni.

Il lavoro di Giacomo, come sempre, era nellangolo più nascosto dello scaffale delle creazioni. Elena spostò alcuni lavoretti patentemente non da bambini, mise il riccio di Giacomo ben in vista.

Ma Elena, che fai? domandò sorpresa la maestra.

Voglio che il lavoretto di mio figlio sia visto da tutti. Così posso anche mettere a posto la targhetta con il suo nome.

La maestra si rabbuiò ma non osò rimuoverlo davanti a lei. Giacomo, vedendo il suo riccio in primo piano, non credeva ai suoi occhi. Qualcuno lo lodò e lui, neanche a dirlo, era gonfio dorgoglio.

In aula arrivavano genitori e bambini, chi urlava, chi si preparava. Poi, tutti nel salone della musica per la festa.

Elena, scambiando unocchiata con il papà di Barbara, scese anche lei.

La recita andò benissimo: Giacomo recitò la sua poesia e ballò il valzer con Barbara. Elena pensò che forse aveva preso i movimenti fluidi dalla nonna.

Poi, la lunga premiazione: diplomi, cioccolatini, ma Giacomo ovviamente non fu chiamato tra i vincitori ufficiali.

E adesso… la maestra era pronta a concludere, ma Elena si alzò:

E adesso, i genitori della nostra classe hanno una sorpresa.

Metà platea già sapeva, laltra pareva spaesata. Elena prese una pila di attestati dalla mamma di Alessandro, chiamò vicino la mamma di Lisa con una scatola.

Innanzitutto grazie alle maestre, sempre creative e attente ai nostri figli! Grazie di cuore! Dai, ora tutti insieme!

Un applauso, molte risate.

Ora premiamo chi ci ha provato, ha partecipato, pur senza vincere nulla. Bravi lo stesso! Giusto applaudire anche loro!

Si aprì lelenco, e i bambini non premiati ricevettero il loro attestato e un cioccolatino, scomparve ogni broncio. Poi, Elena tirò fuori una serie di premi speciali:

Ma non è tutto! Ora diamo i diplomi a chi ha fatto i lavori più incredibili i nostri genitori!

La presidente del comitato prese sgomenta il suo maxi Chupa Chups, anche lei premiata.

Elena, ma che stai facendo?

Non sei lunica brava, lascia fare.

Così, nessun genitore col tocco magico tornò a mani vuote.

Alla fine, tutti si voltarono verso un secondo scaffale, pieno di lavori fatti davvero dai bambini, con sopra un cartello scritto da Ottavia: Io ho fatto da solo!

Elena prese Giacomo, lo aiutò a cambiarsi e uscirono veloci dallasilo, entusiasti allidea di correre da Ottavia per raccontare tutto.

Mamma?

Dimmi, amore, Elena guardò il suo bimbo stringendo la pergamena.

Se mi hanno dato questo diploma, allora il mio lavoretto era bello?

Certo! Lhai sentito anche tu. Il più bello, perché è tuo ed è fatto da te. Neanche Ottavia ti ha aiutato questa volta.

Però il mio riccio è un po storto.

E allora? Ma è il tuo riccio.

Giacomo camminò in silenzio, poi chiese:

Mamma, tu sei fiera di me?

Elena si fermò, lo prese per mano, si abbassò al suo livello.

Sono orgogliosa di te perché sei autonomo, perché non hai chiesto aiuto per la tua creazione, perché mi dai una mano con tutto. Lo so che ieri hai lavato tu i piatti, non Ottavia. E ti ringrazio tanto! Stai diventando un vero uomo!

Cosa vuol dire essere un vero uomo?

Elena ci pensò un attimo.

È uno che risolve da sé, ma ringrazia per laiuto. Che non si ferma ai ruoli, che ama aiutare i suoi cari. Ieri, tu hai lavato i piatti per lasciar tempo a Ottavia di studiare. Ha preso dieci in chimica grazie a te. Hai regalato tempo, che è la cosa più preziosa.

Ma come si fa a usarlo bene?

Quello te lo racconterò unaltra volta Sai che penso? si alzò, prendendo la mano del figlio.

Che cosa?

Credo ci meritiamo una piccola festa, che dici?

Sììì!

Allora serve una torta?

Sì!

Seduta in cucina con la sua tazza di tè al timo, Elena guardava i figli chiacchierare, Peppino acciambellato nellangolo, e pensava a quanto poco basti davvero per rendere felice una persona. Basta dirle che conta, che le sue cose sono importanti.

Decise: avrebbe silenziato il cellulare e messo via la chat dei genitori. Basta notiziari disse scherzando a Lisa.

Due anni dopo, Giacomo sarebbe entrato al Liceo delle Scienze Applicate, e il suo riccio storto avrebbe accolto Ottavia nelle vacanze, seduto accanto alla teiera che lei avrebbe portato a Elena tornando da Milano, dove si sarebbe trasferita per luniversità.

Quando Elena e Peppino sarebbero rimasti soli, allinizio lei si sarebbe sentita persa. Invece, piano piano, nella sua vita sarebbe entrato Gabriele, un ometto basso, tondo proprio come lei, che le avrebbe dato tutto quello che sognava per il dopo. Gite fuori porta, barbecue in giardino con le rose che tanto amava, viaggi al mare e, soprattutto, serenità. Lui sarebbe stato bravissimo coi ragazzi, e per Elena questa sarebbe stata una sorpresa, perché aveva sempre creduto al suo ex, che non si potesse amare su due piedi i figli degli altri. Invece Ottavia, tornando a casa, avrebbe guardato la mamma e Gabriele camminare mano nella mano nel parco, e avrebbe sperato un giorno di saper vivere così. Andare a calpestare le foglie, dare qualcosa agli scoiattoli, e poi tornare nella loro cucina, sedersi con un tè forte e stare in silenzio, che tanto, a capirti, a volte basta poco, basta chi ti sente col cuore.

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