Paola, ti sei preparata? Sto per fare tardi a scuola! urlai a mia sorella mentre sbattevo lultima camicia di Cirillo e la stendevo sul filo del balcone. Quel balcone, ancora aperto allaria, con i muri dipinti ormai scrostati, era il mio angolo preferito in casa.
Mi avvicinai alla ringhiera e, ancora una volta, rimasi immobile. Dal settimo piano si vedeva tutto il fiume e la città che si svegliava. Era già giorno fatto e il sole di primavera inondava tutto di luce. Socchiusi gli occhi e mi strinsi alle sbarre di ferro, fredde sotto le mie dita. Ecco, questa era la vita! Brillante, gioiosa, che acceca quasi per la speranza che regala! Tutto davanti a sé, tutto sembra ancora possibile! E per me sarà uguale, lo sento. Basta organizzarsi, sistemare ogni cosa e ce la farò, secondo i miei sogni!
Una nuvoletta passò e coprì il sole. Mi scossi, tornai con i piedi per terra. Dimprovviso tutto tornò nitido, famigliare, quasi banale. È così che succede sempre: prima le fantasie, poi… puff, la realtà. Ma forse, come diceva Sveva? La realtà è ciò che costruiamo noi? Dipende da ciò che facciamo? Forse aveva ragione. Tanto era una donna intelligente, laureata; diceva che anche io potevo benissimo andare alluniversità. Ma il problema era un altro: lo volevo davvero io? Sospirai. Desiderarlo non basta, bisogna valutare tutto. Così come stavano le cose, papà non ce la faceva a gestire tutto da solo. I più piccoli erano ancora bambini, i soldi erano pochi, pochissimi. Quindi toccava a me: università o lavoro. Al momento, non vedevo altra scelta che cercare un lavoro e aiutare papà.
Guardai lorologino che papà mi aveva regalato quando ero in seconda elementare, e sgranai gli occhi. Stavamo già facendo tardi! Presi il catino vuoto e rientrai chiudendo la porta del balcone.
Paola dormiva ancora, con la manina sotto la guancia: così dolce che rimasi lì ad ammirarla. Era bellissima, con quelle ciglia infinite che le si adagiavano sulle gote e i riccioli biondi sparsi sul cuscino. Tagliarli? Mai! Li aveva anche la mamma, capelli così. Mi rabbuiavo sempre pensando a lei. Puoi perdonare quasi tutto a una persona, ma un tradimento non si dimentica. E la mamma ci aveva abbandonato. Paola era così piccola che non se la ricorda. Da bambina chiamava mamma me, e a volte le altre mamme al parco alzavano le sopracciglia. Sorrisi, ripensando alle occhiate e alle chiacchiere velenose.
Ci trasferimmo in questo appartamento dopo che la nonna se ne andò e papà ereditò la sua casa. Prima vivevamo stretti in un due stanze, ora avevamo quattro stanze per noi. Nonna era una donna dura e distante, professoressa universitaria, schiva con i vicini che considerava ignoranti. Da bambina non ci facevo caso, poi iniziai a evitarla. Non mi piaceva come trattava gli altri. Andavo solo per aiutare, e ogni volta ridevo i denti e sopportavo tutto in silenzio.
Sei uguale a tua madre! Sarai qualcosa solo se emergono i nostri geni. Ma tuo padre? Lassù la natura si è riposata. Solo lo studio può salvarti! Studia, o finirai come tua madre.
Restavo in silenzio; impossibile replicare. Papà non mi sgridava mai. Ma guardandolo, chiuso in sé stesso per tutto il giorno dopo certe visite dalla nonna, capivo che quello era il peggio delle punizioni. Così svolgevo i lavori e, salutando, scappavo via. Una sola volta, non resistetti e urlai a nonna che non sarei più tornata.
Tuo fratello e tua sorella forse non sono nemmeno figli di tuo padre. Non mi interessano quei bastardi. Non parlarmi mai più di loro, capito?
Allora neanche io tornerò in questa casa! le risposi a denti stretti.
Che hai detto? La nonna era tanto sorpresa che io stessa mi calmai un poco, anche se un attimo prima avrei rovesciato lintera collezione di porcellane su cui mi faceva spolverare per ore, proibendo ai più piccoli persino di entrare per paura rompessero qualcosa.
Non tornerò più! senza voltarmi, misi il giubbotto e corsi a casa. Paola cantava nel box con i suoi balocchi, e senza togliere neppure gli stivali la presi in braccio forte forte.
Tu sei mia! E anche Cirillo è mio! Siamo tutti una famiglia, non importa cosa dicono gli altri!
Papà si sporse dalla lavanderia per guardarmi, sorpreso di trovare sua figlia in lacrime nel mezzo del salotto. Paola allora mi toccò le guance, e vedendo il bagnato scoppiò pure lei a piangere più forte di me. Cirillo, che faceva i compiti in cucina, entrò curioso.
Che succede qui?
Boh!
Mah, queste donne! fece una smorfia e ci abbracciò forte. Avete fame? Abbiamo cucinato la pasta con papà.
Unora dopo chiamò nonna. Mi voltai per chiudere lacqua e appoggiai il piatto lasciato a metà. Sentivo la voce di papà in salotto che dapprima era stupita, poi arrabbiata, infine del tutto esasperata. Mi strinsi le gambe sullo sgabello in cucina. Temetti una lite
Mi sbagliavo. Non ci fu nulla. Quella sera papà entrò, mi abbracciò e mi baciò sulla tempia.
Non devi più andare da nonna.
Perché?
Perché nessuno deve permettersi di insultarti o denigrare chi ami. Neanche se è una tua parente.
Mi avvinghiai a lui e per la prima volta mi sentii sollevato. Niente più rimproveri e tensioni. Avrei potuto finalmente occuparmi delle mie cose e dei fratellini.
La nonna se ne andò un anno e mezzo più tardi. Negli ultimi mesi mi riavvicinai a lei soltanto accompagnando mio padre in ospedale. In quellanziana donna, fragile nel letto dospedale, faticavo a vedere la vecchia leonessa che era stata. Solo il modo duro di trattare la gente non era cambiato. Quando la vedevo riprendere le infermiere, stringevo la mano di papà.
Rimango io qui.
Ma figlia…
Devo farlo!
Le infermiere sospirarono di sollievo quando si accorsero che potevano contare su di me. Avendo le lezioni di pomeriggio, andavo ogni mattina. Di fronte a me, la nonna si moderava, e così le altre potevano lavorare tranquille.
Sei una ragazza speciale! mi ripeteva la caposala abbracciandomi. Non portare rancore alla tua vecchia. Se una persona è povera di cuore, non avrà mai felicità. Che pena per lei Se ne andrà senza aver capito nulla.
Lultimo giorno che la vidi, la nonna era insolitamente silenziosa. Dopo aver finito il tema sulle ginocchia, misi quaderno e penna nello zaino per andare.
Devo andare.
Aspetta… sussurrò la nonna così piano che mi voltai di scatto. Perdonami. Per tutto… Ho sbagliato molto… Proteggi tuo padre…
Annuii, presi la borsa e andai. Ma allimprovviso mi fermai, tornai a lei e la baciai piano sulla guancia.
Riposati. Vengo più tardi.
Feci appena in tempo a vedere che distoglieva il volto per non incrociare il mio sguardo.
Mia nonna se ne andò quel giorno stesso. Papà me lo disse piano, senza lacrime, e io presi i piccoli e li portai via con me in camera. Per lui, lei era stata sua madre Sapevo che sarebbe rimasto da solo in cucina tutta la sera, poi si sarebbe asciugato gli occhi e avrebbe pensato già al giorno dopo.
Andare a vivere lì fu dura. Paola si ammalava spesso, Cirillo combinava guai, papà correva tra lavoro e famiglia. Preparai le scatole di trasloco sperando in cuor mio che la vita sarebbe migliorata. Chiedevo a qualcuno, o forse a qualcosa, senza sapere nemmeno a chi.
Nel nuovo appartamento ognuno trovò il proprio spazio; allinizio ci sentivamo dispersi, ognuno isolato nella sua stanza. Alla fine però, nel mio letto finiva sempre Paola che di notte non riusciva a dormire senza di me. Cirillo si trasferiva in cucina dove aiutavo a fare i compiti.
Salala un po, la patata! gridava Cirillo mentre cercavo di risolvere un problema di fisica.
Viky, il minestrone bolle, ora che faccio?
Arrivo! lasciavo penna e cominciavo a pelare.
Non mi tornano questi numeri! Mi aiuti?
Dai, mostrami cosa non capisci
Paola, seduta accanto a noi con il suo album, si sentiva ormai grande e colorava, imitando noi ragazzi.
Dopo il trasloco fu tosto. Papà lavorava tanto e toccava a me gestire i fratelli. Con Cirillo era più semplice, Paola invece era più difficile gestirla. Lasilo aiutava, ma lei si ammalava spesso e spesso dovevo saltare scuola. Ad un certo punto arrivò Sveva.
Ci conoscemmo per caso. Poco dopo il trasloco, portai Paola al parco sotto casa. Era una giornata calda, piena di bambini, mamme e nonne intente a spettegolare. Paola corse verso laltalena, ma cera la fila.
Mamma! gridò Paola, e tutto il parco si girò verso di me.
Mamma? Così giovane? Impossibile! Che vergogna…
Immediatamente partirono i giudizi. Paola piangeva, io non sapevo come portarla via.
Che succede qui?
Mi voltai, ci mancava solo la voce della nonna… Fu abbastanza perché tutte le donne si zittissero.
Ciao Sveva, meno male che sei arrivata. La nostra nuova vicina ha già agitato il pollaio.
Sveva, elegante e decisa, riprese il suo bambino e si avvicinò.
Qual è il problema?
Una vecchia signora, la più chiassosa, si mise con le mani sui fianchi.
Ma guarda questa, Sveva! Una ragazzina madre! Non è giusto! Tu che sei avvocato dillo, non ci sono regole?
Tutto qui? tagliò corto Sveva.
La donna voleva ribattere, ma arrossì e portando via la nipotina se ne andò.
Concerto finito! Sveva ironizzò. Fammi capire, chi è quella piccola?
Mia sorella.
Qualcuna ha ancora dubbi?
Le altre, a testa bassa, scivolarono via.
Tu come ti chiami?
Vittoria. Lei è Paola.
Io mi chiamo Sveva. Niente zia, mi raccomando!
Venne naturale per me affezionarmi a Sveva. Direte voi: che amicizia può esserci tra una ragazza e una donna grande? Ma evidentemente, il destino pensò che quello fosse proprio ciò di cui avevo bisogno.
In poco tempo capii il perché del rispetto che le volevano tutti nel quartiere. Avvocato di famiglia, chiunque prima o poi si affidava a lei. Era un osso duro, ma discreta.
Ti rendi conto di quante cose so su di loro? scherzava, aiutandomi a togliere le tende. Ma perché ti rispettano? chiesi, osservandola issata sulla sedia, col corpo esile da ragazzina.
Tutti vogliono sembrare buoni. Se qualcuno scopre che non paghi gli alimenti, trascuri i tuoi vecchi, che figura ci fai? La reputazione è tutto. Capito?
Feci sì col capo. Era anche per questo che papà ci aveva portato lì, lontano da chi sapeva perché mamma non cera più…
Sveva fu la sola a cui raccontai della mamma. Ero abituata a tenermi tutto dentro, senza domandarmi se andava bene così. Ma i dubbi, i sospetti? E se davvero ero come lei, la mamma?
Un giorno Sveva mi chiese di occuparmi del gatto mentre lei era via in tribunale.
Ho unudienza lunga, magari faccio tardi dal medico, dopo vado anche a cena. Puoi dare da mangiare a Brando? Altrimenti miagola tutta notte!
Ma è solo un gatto!
Rise.
Prova a chiuderlo in camera. Fai, fai…
Mi fece ascoltare i graffi contro la porta che tremava.
Visto? Non molla finché non lo tiro fuori.
Mi spiegò dove stava il cibo e uscì. Mi trattennero a scuola, poi Paola si impuntò su quale cioccolata voleva e con Cirillo i compiti andarono lunghi. Così da Sveva arrivai alle otto di sera.
Scusa Brando! dissi, e riempii la ciotola al gatto affamato.
Sentii la porta.
Ah, sei tu Sveva gettò la borsa e si sedette stanca. Poi, senza preavviso, iniziò a piangere.
La guardai sbalordito. Non lavevo mai vista così, lei, la forte, la donna che regge tutto! Sedetti vicino e la abbracciai.
Scusami… Giornata dura, e sono sola. Mia madre non cè più, e non ho nessuno
Ma io? Non conto?
Sveva mi sorrise tra le lacrime, mi carezzò i capelli.
I tuoi ricci… Che invidia! Sai, alle donne manca sempre quello che non hanno. Io avrei voluto ricci e… un figlio.
Si fermò.
Sveva, i ricci si fanno, lo sai bene tu che sei donna moderna. Ma… un bimbo?
Buttai il cuore oltre lostacolo, anche se farmi i fatti miei mi era stato insegnato a forza. Ma Sveva aveva aiutato tutti a casa, con Paola, con Cirillo, anche a sistemare la casa…
Si asciugò e mi mostrò una cartella con degli incartamenti.
Hai presente i rimpianti? Ecco, io… Un figlio non potrò mai averlo. E la colpa è solo mia.
Rimase subito incinta dopo il matrimonio. Tutto perfetto. Solo che le tante cose da fare, il lavoro, i viaggi… Avevano sempre rimandato. Quando accadde, erano pronti a partire per la Sicilia. Anche il marito, Massimo, era al settimo cielo.
E i biglietti? Non pensavo venisse così presto…
Andiamo lo stesso! Massimo la tranquillizzò. Un po’ di mare e poi casa.
Con il via libera del medico salirono lo stesso sullaereo. Solo che, in uno sfortunato giorno, un ragazzino in motorino investì Sveva. Si svegliò in ospedale. Aveva perso il bambino; le costole e la gamba rotte. Il medico consigliò al marito di aiutarla a pensare positivo.
Ci provo, ma non reagisce, non parla nemmeno…
Con il tempo, lui si stancò, lei si chiuse sempre di più. Si lasciarono appena tornati. Fu dura, ma pian piano ci si abituò. Dopo quasi un anno si rincontrarono per caso in tribunale e si resero conto che certi nodi erano sciolti ma la stima reciproca ancora cera. Quella sera si raccontarono tutto. Tornarono amici, la complicità non era sparita, ma il tentativo di ricominciare fallì: Sveva non poteva più avere figli.
Lui li ha sempre voluti. Non potrei costringerlo a restare? mi confidò.
Ma sei sicura? Proverete ancora? Sei giovane, può succedere…
I medici non lasciano speranza.
Però i dottori sono esseri umani, possono sbagliare… Perché non provate?
Sveva mi abbracciò.
Grazie… Sei saggia per la tua età. Come hai fatto?
I buoni maestri… borbottai, cercando il bollitore.
Raccontami di te. Dove sta tua mamma? Perché siete solo con papà? Dai, sincerità per sincerità…
Quella sera, mentre raccontavo la mia storia a Sveva, capii che a volte la vita è amara ma non si può vivere aspettando che sia tutto giusto o facile. Bisogna farsi forza, accettare i difetti propri e degli altri, sostenersi a vicenda, e se puoi far sorridere una persona, anche solo per un momento, forse quella sarà la cosa più importante che farai nella giornata.
Ecco la mia lezione di oggi.



