Paolina, ti sei preparata? Farò tardi a scuola! chiamò Viviana mentre scrollava lultima camicia di Carlo e la stendeva sulla corda stesa fra i muri scrostati di vernice del balcone. Il balcone, aperto e un po malmesso, era comunque il suo angolo preferito di casa.
Viviana si avvicinò alla ringhiera e, per lennesima volta, rimase senza parole. Dal settimo piano si vedeva tutto il Tevere e i tetti di Trastevere che albeggiavano silenziosi. La luce del primo sole primaverile accarezzava ogni cosa, un giallo talmente vivo che bisognava chiudere gli occhi per la troppa intensità. Viviana strinse le mani magre sulla ringhiera fredda di metallo. Ecco la vita! Luminosa, promettente, quando hai tutto davanti e il mondo sembra più acceso di quanto tu riesca a sopportare. Sarebbe stato così anche per lei Doveva solo sistemare i suoi impegni, e tutto sarebbe andato come sperava.
Una nuvola coprì il sole per un attimo. Viviana ebbe un brivido e rientrò nella realtà. Tutto intorno tornò ordinario, nitido, a tratti grigio. Così accade sempre prima sogni, poi, in un attimo, la realtà si impone. Ma come diceva spesso la zia Sofia? La realtà ce la costruiamo da soli. Alla fine aveva ragione: era una donna colta, aveva fatto luniversità e spronava Viviana a crederci che avrebbe potuto iscriversi anche lei, se solo lo avesse voluto. Volere però non basta; servivano ragione e sacrificio. Così come stavano le cose, il padre non ce la faceva da solo, i fratelli erano ancora piccoli e il denaro una tragedia. Le toccherà scegliere: università oppure lavoro. Per ora, non vedeva altra via se non aiutare papà.
Guardò il piccolo orologio, lo stesso che suo padre le regalò in seconda elementare, e trasalì. Stavano per fare tardi! Afferrò la bacinella vuota e spinse la porta del balcone.
Paolina dormiva, la manina sotto la guancia, così dolce che Viviana si fermò a contemplarla. Che bellezza! Le ciglia lunghe come tende sulle guance, i riccioli biondi sparsi sul cuscino. Ci perdeva tanto tempo, ma togliere quel dono alla sorellina sarebbe stato un delitto: i capelli della loro mamma erano identici. Non le piaceva pensare alla loro madre. Non tutto si può perdonare il tradimento è forse la sola cosa che non passa. E la loro mamma le aveva lasciate. Paolina era troppo piccola: non la ricorda nemmeno. Quando era piccina chiamava mamma proprio Viviana, e spesso questo attirava sguardi perplessi delle altre mamme al parco. Viviana sorrise al ricordo di quel primo confronto con le comari al giardino.
Si erano trasferiti in quellappartamento dopo la morte della nonna; la casa che era stata della professoressa fu ereditata dal padre. Nella vecchia sistemazione, due stanzette, non ci stavano più tutti qui, col passaggio alle quattro stanze, avevano finalmente respiro.
La nonna era stata una donna severa, glaciale, professoressa di letteratura alluniversità di Roma; nel cortile nemmeno parlava coi vicini che considerava poca cosa. Viviana, da bambina, non capiva. Col tempo, iniziò a evitare la nonna. Non le piaceva il modo in cui trattava gli altri e, seppur per dovere, ogni volta tornava a casa mordendosi la lingua.
Tu sei la copia di tua madre. Dubito che combinerai qualcosa di buono. Lunica speranza è nel sangue della nostra famiglia. Ma su tuo padre la natura si è risparmiata, quindi Lunica cosa che può salvarti è lo studio! Altrimenti finirai come tua madre.
Viviana masticava silenzio. Qualsiasi replica era inutile; alla nonna non si rispondeva. Suo padre non la sgridava, nemmeno se la nonna spiattellava lamentele, ma lei leggeva nel suo volto la peggiore delle punizioni: quel silenzio che calava cupo, isolando tutti. Così, imparò a non ribattere, a lavare il pavimento senza parola, ad andarsene in fretta da quellappartamento e non voltarsi indietro. Solo una volta perse il controllo.
I tuoi fratelli probabilmente non sono figli di tuo padre, perciò io non ho niente a che vedere con quei bastardi! E ti vieto di parlarne ancora in casa mia!
Allora non mi vedrai più qui! Viviana strinse i pugni davanti alla nonna.
Come hai detto?
Il suo tono di sorpresa fu tale che Viviana quasi si calmò pochi istanti prima avrebbe volentieri distrutto la vetrinetta di porcellane che odiava spolverare. Ma la collezione era sacra per la nonna: vietato portare in casa i fratelli, perché il servizio da tè vale più dei bambini, che tanto non sono sangue mio
Non ci verrò più! Viviana, senza voltarsi, si gettò in corridoio, indossò al volo il giubbotto e uscì sbattendo la porta. Arrivò a casa in un soffio. Paolina giocava nel box, e appena Viviana si tolse gli stivaletti e la prese in braccio, le sussurrò forte:
Sei mia, e Carlo è nostro fratello! Siamo tutti legati, poco importa cosa dicano gli altri. Non abbiamo bisogno di nessun altro!
Il papà spuntò dalla lavanderia, le mani bagnate da bucato, e guardò la figlia maggiore che piangeva in piedi nella stanza. Paolina allungava le dita sulle guance della sorella. Quando capì che erano bagnate, scoppiò a piangere anche lei, più forte ancora di Viviana. Carlo, che studiava cucina, entrò incuriosito.
Che succede qui?
Non ne ho idea!
Donne Carlo scosse la testa e abbracciò entrambe. Piangete per niente! Allora, venite a cena? Io e papà abbiamo preparato la pasta.
Il telefono squillò unora dopo. Viviana posò nel lavandino il piatto ancora sporco e spense il rubinetto. Dalla stanza, la voce del padre si fece via via più tesa, prima sorpresa, poi rabbiosa, infine acida e amara. Viviana si raccolse sulle gambe sulla sedia. Sapeva che sarebbe finita male.
E invece no. Non successe nulla. Più tardi, il padre entrò in silenzio in cucina, la abbracciò e le diede un bacio sulla tempia:
Da domani non hai più motivo per andare da tua nonna.
Perché?
Perché nessuno può permettersi di offenderti e ferire i tuoi cari. Neanche se ti è parente.
Viviana tirò il fiato, sentendosi sollevata come non mai. Niente più pesi, niente più rimproveri. Ora poteva occuparsi dei fratellini e delle sue passioni.
La nonna morì dopo un anno e mezzo. Negli ultimi due mesi, Viviana aveva ricominciato a frequentarla, dopo una visita in ospedale con il padre. Nel vecchio corpo fragile, su un letto asettico, non riconobbe più la donna temuta di un tempo; solo il tono restava quello di sempre. Vedendola maltrattare le infermiere, Viviana strinse la mano al padre.
Rimango io.
Ma cara
Così si deve.
Le infermiere tirarono finalmente un sospiro quando capirono di avere ora un tramite. Viviana andava a lezione nel pomeriggio, ma la mattina riusciva comunque a passare in ospedale. Davanti a lei, la nonna abbassava la voce, lasciando alle infermiere il tempo di sistemare tutto.
Sei una ragazza incredibile! la caposala la abbracciò commossa. Ma non serbare rancore alla tua nonna Se il cuore è povero, la felicità non si trova mai. E si muore senza capire nulla della vita, purtroppo.
Lultimo giorno la nonna era stranamente silenziosa, fissava le nuvole che si addensavano fuori. Viviana terminò di scrivere il tema sulle ginocchia, infilò i quaderni nello zaino e si alzò.
Devo andare.
Aspetta la voce, ormai solo fiato, la costrinse a voltarsi. Perdonami, ragazza mia. Per tutto. Ho vissuto male Abbi cura di tuo padre.
Viviana annuì, sollevò lo zaino e si mosse verso luscita. Quasi alla porta, tornò indietro e diede un bacio leggero sulla guancia dellanziana.
Riposati! Passo stasera.
Vide la nonna voltarsi per celare le lacrime, poi uscì svelta attraversare Roma per andare a scuola richiedeva unora, era davvero quasi tardi.
La nonna se ne andò quello stesso giorno. Viviana ascoltò la notizia in silenzio, prese i piccoli e li portò nella stanza. Per lei, la perdita era pesante, ma per suo padre era pur sempre sua madre. Sapeva che lui avrebbe passato la sera in cucina a fissare il vuoto, poi, senza farsi vedere, avrebbe asciugato qualche lacrima e cucinato per il giorno dopo.
Il trasloco fu impegnativo. Paolina si ammalò, Carlo divenne impossibile e il papà correva tra il lavoro e la casa. Viviana riempiva scatoloni sperando che nella casa nuova tutto fosse diverso. Non sapeva a chi chiedere, ma dentro di sé pregava che qualcuno la ascoltasse.
Nellappartamento della nonna, tutti finalmente ebbero la loro stanza. Allinizio si sparpagliarono, spaesati dalla novità di stare divisi. Poi, la piccola Paolina, incapace di dormire da sola, portò il suo letto nella stanza di Viviana. Carlo trascorreva tutto il tempo in cucina, dove Viviana passava i pomeriggi. Il tavolo diventò la base delle loro attività: compiti, ricette, risate.
Metti sale alle patate! ordinava Viviana, immersa nei problemi di fisica, la materia che odiava.
Viv, il brodo bolle, che faccio?
Arrivo, taglio le verdure.
Non mi tornano questi numeri! Mi aiuti con gli interi, Viv?
Fammi vedere
Anche Paolina, con un album da disegno, imitava i fratelli con impegno.
I primi tempi furono duri. Il papà lavorava, Viviana doveva occuparsi dei piccoli. Con Carlo si ragionava, ma con Paolina era più difficile. Lasilo era una salvezza ma lei si ammalava spesso e Viviana doveva restare a casa. Così, fino allarrivo di Sofia.
La incontrò per caso nel cortile, la prima settimana dopo il trasloco, mentre Paolina la trascinava alle altalene. Le mamme, le nonne e le babysitter erano tutte lì, a scrutare e a parlar fitto. Paolina voleva laltalena, ma cera fila.
Mamma! la voce acuta di Paolina echeggiò ovunque, attirando lattenzione delle donne.
Ma che mamma, questa?, A che età lha fatta?, Che scandalo! furono i commenti sussurrati.
Le comari non persero tempo e cera chi avrebbe dato la bambina in orfanotrofio, tanto nessuno poteva crescerla così. Viviana era sul punto di allontanarsi, quando una voce metallica zittì tutte.
Cosè questo teatro?
Viviana si voltò di scatto: per un attimo, quella voce pareva proprio la nonna, la fermezza era la stessa.
Sofia! Sei arrivata! Questa è la nuova vicina, ma presumo che il nostro pollaio non le sia andato proprio a genio.
Sofia infilò il braccio sotto quello del suo bambino e lanciò uno sguardo tagliente alle donne.
Qual è il problema? domandò.
La più vecchia, la regina dei pettegoli, protestò:
Ma Sofia, questa ragazza a quelletà già madre? Tu che sei avvocato, che leggi le conosci, che dici? Non sarebbe meglio il Tribunale dei Minori? E lei dovrebbe studiare, lasciare la bambina alle istituzioni!
Tutto qui? Sofia sollevò il sopracciglio, osservando la donna annichilita.
Viviana vide che quella signora cercava cosa dire. Chissà perché tutti hanno sempre qualcosa da dire, specie se non riguarda loro. La pettegola abbassò lo sguardo e, sussurrando qualcosa, portò via la sua nipote.
Spettacolo finito! Sofia alzò le spalle. Ragazza, chi sei per questa dolce? È tua sorella?
Sì.
Qualcuno ha domande? chiese alle donne rimaste, che sparirono.
Come ti chiami?
Viviana, e questa è Paolina.
Il mio lo sai già. Dammi del tu. Vietato signora.
Allora solo Sofia!
Viviana non ricordava come Sofia fosse diventata la sua confidente. Qualcuno avrebbe giudicato strano il legame tra una ventenne e una donna di trentanni, ma forse lassù, nel destino, avevano capito che Viviana aveva bisogno proprio di lei.
Presto, Viviana capì perché Sofia era rispettata e un po temuta in quel condominio. Faceva lavvocato di famiglia. Prima o poi tutti ne avevano bisogno, e Sofia era un vero mastino ma sapeva tenere per sé i segreti.
Immagina quanti ne so qui dentro! rideva aiutando Viviana con le tende. Complicate queste stoffe, verranno bene pulite?
Perché ti temono? chiese Viviana, osservandola sul davanzale in shorts e maglietta.
Tutti vogliono sembrare brava gente, Viviana. Ma quando uno sa che nascondi cose poco belle, la reputazione è minacciata. Ecco perché sono prudenti con me.
Viviana annuì. Lo sapeva bene il papà aveva cambiato casa apposta, per stare lontano dai giudizi di chi ricordava perché la mamma li aveva abbandonati
Sofia fu la sola a cui Viviana si confidò riguardo la madre. Aveva imparato a tenersi tutto dentro, e non si era mai accorta quanto questo facesse male davvero cova rancore, genera dubbi.
Un giorno, Sofia le chiese di dare da mangiare al gatto.
Ho unudienza che si prospetta lunga, poi il medico. Passi tu da me? Se no, quello mi farà fare notte bianca miagolando sul letto.
Ma è un gatto… Viviana rise.
Ma giura che è un problema! Quando mi offende resto sveglia, mi tormenta toccandomi con la zampa.
E chiudilo in cucina!
Vieni qua. Sofia la portò dove Ettore, il micione, dormiva sul divanetto.
Sofia pose un dito sulle labbra e sussurrò appena:
Uno, due, tre!
Un rumore di graffiata forte fece saltare Viviana.
Ecco! Così, finché non apro la porta. Sofia prese il gatto in braccio. Non ti seccare
Il gatto borbottò sistemato tra le sue braccia.
A volte mi chiedo chi viva davvero a casa di chi.
Dopo poco Sofia uscì. Viviana fu trattenuta a scuola, Paolina ci mise una vita a vestirsi e Carlo la impegnò con i compiti. Arrivò da Sofia che erano quasi le otto di sera.
Scusa Ettore! posò i croccantini al gatto, che la guardò offesissimo.
Sbatteva la porta poco dopo: era Sofia, che gettò la borsa sul divano ed esalò un lungo sospiro; con le mani tremanti sul viso, pianse. Viviana rimase paralizzata: Sofia era sempre forte, implacabile vederla piangere la sconvolse. Si sedette accanto e la abbracciò.
Perdona Giornata pesantissima e non ho nessuno con cui parlare. Ho perso mia madre… e sono sola.
E io? Che sono, trasparente? chiese Viviana, guardandola negli occhi.
Sofia sorrise, ancora umida di lacrime, e accarezzò i ricci di Viviana.
I tuoi riccioli quanto ho sognato di averli! Le donne desiderano sempre quello che non hanno. Volevo i ricci e un bambino.
Sofia restò in silenzio.
Beh, i ricci si possono fare, dai e il bambino?
Viviana si fece coraggio. Era indiscreta, sì, ma se una persona sta male? Sofia aveva fatto così tanto per lei, anche con Carlo e Paolina, le era sempre stata vicina.
Sofia prese dal borsone una cartelletta trasparente.
Il bambino questo è il mio destino. Non potrò mai averne. Una mia colpa, nessun altro. Ricordatelo bene: certi errori costano troppo.
Per Sofia, era successo subito, appena lei e Massimo decisero di provarci. Era già il suo compagno dinfanzia: amici da quando erano piccoli, poi fidanzati, sposi. Sognavano un figlio, ma rimandavano sempre: un lavoro migliore, una casa più grande Quando arrivò, li prese alla sprovvista.
E le vacanze, Max? Non pensavo arrivasse così presto
Avevano prenotato una settimana ad Amalfi. Il ginecologo diede il via libera. Partirono. Non potevano prevedere un motorino impazzito in curva. Sofia si svegliò in ospedale.
Il bambino non cera più. Costole rotte, una gamba rotta. Il medico consigliò allegria.
Come? Non si consola mai Massimo era esasperato piange in silenzio, non mi parla.
Il loro rapporto si frantumò. Lui restava, ma lei si era annientata nel dolore dimenticandosi che quel figlio era anche suo. Si separarono appena tornati a casa. Allinizio fu una pena, poi labitudine.
Un anno dopo, per caso, si incontrarono in tribunale. Si parlarono tutta la notte, senza sfiorare la ferita alla fine rimasero amici, il legame di una vita. Poi, quando lui le propose di nuovo di sposarlo, Sofia ci pensò tanto, ma
Ecco cosa ho deciso soffiò Sofia, respingendo via i documenti. Non posso, non posso imporgli una vita senza figli.
Ma sei sicura, Sofia? I medici non sbagliano mai? Anche loro sono umani
Solo una possibilità su mille. Non posso offrirgli un sogno così fragile.
Allora prova, e poi piangi se serve! Viviana la strinse.
Sei sorprendente, Vivi. Hai una saggezza da vecchi.
Buoni maestri borbottò Viviana, andando verso il bollitore.
Raccontami di te. Non parli mai della tua mamma. Perché hai solo il papà? Dai, sincerità per sincerità.



