Se solo avessi saputo che sarebbe finita così…
L’autobus sobbalzava sulle buche della strada. L’autista imprecava, cercando di evitare le pozzanghere, a volte sbandando persino sulla corsia opposta. C’erano pochi passeggeri, dopotutto era un giorno lavorativo.
Edoardo guardava dal finestrino la neve sciolta e sporca. Ancora un po’ e sarebbe sparita del tutto, e poi l’estate sarebbe arrivata in un batter d’occhio. A ogni buca, l’autobus sobbalzava di nuovo, e l’autista lasciava sfuggire un’altra imprecazione.
“Così ci rimettiamo anche le ruote.”
Finalmente, davanti a loro apparve il recinto del cimitero, dietro cui si stagliavano file di lapidi.
Ogni volta che veniva qui, Edoardo provava un peso opprimente, un senso di ineluttabilità e della fugacità della vita. Pensare che un giorno anche lui avrebbe riposato lì non gli piaceva. Non veniva per desiderio del cuore, ma per obbligo, per rispettare un rituale. Era giusto così—visitare le tombe dei cari in certe date. Si sentì in colpa per i suoi pensieri e sospirò profondamente.
L’autobus si fermò davanti al cancello del cimitero. Le porte si aprirono con un cigolio, e i passeggeri scesero per sgranchirsi le gambe. La gente si diresse subito verso le bancarelle di fiori artificiali allineate lungo il recinto. Anche Edoardo camminò lentamente, cercando fiori freschi. I petali colorati e lucidi, impregnati di cera, gli davano quasi le vertigini. Alla fine della fila vide una donna con un secchio di garofani rossi.
Ne comprò quattro e varcò il cancello. I sentieri erano sommersi dalle pozzanghere. Cercava di evitarle, ma sotto la neve fradicia l’acqua schioccava ugualmente. Rimpiangeva di aver messo quegli stivali invernali vecchi.
Arrivò quasi al limitare del bosco e svoltò a sinistra. Trovò subito la tomba della moglie, riconoscendola dalla croce. “Dovrei farle una lapide. O forse aspettare? Magari nostro figlio ne farà una per entrambi.” Intorno non c’erano più croci temporanee. Osservò la città dei morti che si estendeva davanti a lui. Tante nuove tombe erano apparse dall’ultima volta che era venuto, in autunno.
Oltrepassò la bassa inferriata e affondò nella neve, pestandola per compattarla. Sentì che i piedi si erano bagnati comunque.
“Ciao, Livia.”
Dalla foto sbiadita nella cornice accanto alla croce, la moglie gli sorrideva. Amava quell’immagine. L’aveva ricordata così, anche se qui ne aveva solo trentasei.
Rivide quel compleanno. Era uscito di prima mattina per comprarle dei fiori, e al suo ritorno Livia si era già svegliata, vestita con un abito nuovo. Le aveva regalato orecchini d’oro. Li aveva subito indossati, sorridendo felice. Lui era riuscito a fotografare quel momento. Sembrava ieri…
“Buon compleanno. Oggi ne avresti compiuti cinquantasei.” Edoardo cercò un posto dove sistemare i garofani.
La tomba era coperta di fiori artificiali infilati nel terreno. Loro non si erano scoloriti, sembravano appena messi lì.
Edoardo si chinò, tirò fuori dalla neve un rametto di fiori gialli proprio davanti alla croce e lo ripiantò ai piedi della tomba. Al suo posto mise i garofani. Il terreno era gelato, i gambi troppo fragili per infilzarlo, e la neve si sarebbe sciolta presto, facendoli cadere. Sembravano modesti accanto ai finti boccioli sgargianti. Ma almeno erano vivi.
“Mi manchi. Ma non posso venire qui spesso. Perdonami e non arrabbiarti. Avrei dovuto essere io a riposare qui, non tu. Invece la vita ha deciso così…”
Parlò a lungo, raccontando novità fissando il ritratto, finché i piedi non gli si intorpidirono dal freddo. Ogni tanto il gracchiare di un corvo rompeva il silenzio, rendendo tutto più angosciante.
“Vado via, Livia. Ho messo questi vecchi stivali e mi sono bagnato i piedi. E non c’è più nessuno che mi sgridi. Tornerò dopo Pasqua, quando sarà più asciutto. Allora pulirò la tomba e porterò una foto nuova, uguale a questa. Sei troppo bella qui. Perdonami per tutto.” Sospirò, oltrepassò l’inferriata e si allontanò senza voltarsi.
Alla fermata c’erano già alcune persone in attesa. Quando finalmente salì sull’autobus, non sentiva quasi più le dita dei piedi.
Arrivò a casa a stento. Si tolse subito gli stivali e i calzini bagnati, mise il bollitore sul fuoco e, quando l’acqua bollì, bevve due tazze di tè col miele. Indossò calzini di lana asciutti, accese la tv e si sdraiò sul divano. Passava un film qualunque. Il tè lo aveva intorpidito, e cominciava ad addormentarsi…
***
Valentina arrivò al loro cantiere dopo il diploma. Giovane, occhi grandi, lentiggini sul naso e un sorriso che sembrava il sole primaverile dopo la pioggia. Edoardo non poteva fare a meno di guardarla. Aveva una moglie, un figlio in terza elementare, ma non riusciva a distogliere lo sguardo da quella ragazza. E cosa avrebbe dovuto fare, se continuava a incrociarla? Non poteva certo evitarla.
Poco prima di Natale, si incontrarono alla fermata dell’autobus. Valentina si stringeva nel colletto del cappotto. I suoi grandi occhi riflettevano le luci dei lampioni. Edoardo la osservava di sfuggita. Quando arrivò l’autobus, si fece largo tra la gente e salì dopo di lei, sedendosi accanto.
“Ciao, Valentina. Torni a casa?” le chiese, per rompere il ghiaccio.
“Sì. E tu?”
“Anch’io.” Edoardo tacque un attimo. “Hai già addobbato l’albero?”
“No. Mio padre comprava sempre un abete vero. Stava sul balcone. E il 30 dicembre lo decoravamo tutti insieme. Che profumo in casa! Sembrava già Natale.”
“Ma oggi è il 30 dicembre. Hai un abete vero sul balcone?” chiese Edoardo.
Valentina rise, con un suono limpido e allegro. Edoardo ne fu incantato.
“I miei genitori sono lontani, e io ho un albero finto. Quando torno a casa, tiro fuori la scatola, lo monto e lo addobbo. Metterò anche le caramelle, come faceva mia mamma. Poi berrò il tè e lo ammirerò.” Rise di nuovo.
Edoardo si immaginò vividamente la stanza, l’albero, Valentina con le guance rosse mentre allungava una mano per appendere una pallina… E in cucina, il bollitore che fischiava…
“Posso venire con te? A farti visita?” chiese all’improvviso, sorprendendo persino sé stesso.
“Perché?” Valentina era confusa.
“Ti aiuto con l’albero. Poi berremo il tè insieme.” Si vergognò della sua audacia. Cosa avrebbe pensato di lui? Si affrettò ad aggiungere:
“Hai parlato del tè, dell’albero… Sai, mia moglie e mio figlio hanno già decorato il nostro due settimane fa. Sono tornato dal lavoro ed era già pronto. Mio figlio non ha resistito. ForseEd ora, seduto in quella casa silenziosa, capì che il vero castigo non era la morte di Livia, ma sopravvivere con il rimpianto di non averla amata come meritava.




