Vivere e basta
Martina, una bambina vivace con due codini spettinati che saltellano da una parte allaltra, sta correndo lungo lampia e luminosa veranda della casa di villeggiatura, in piena campagna toscana. I suoi occhi brillano di gioia, le guance arrossate per i giochi senza fine. Vede lamico del fratello maggiore, Alberto, che sta uscendo piano dal portone: senza pensarci su un attimo, Martina scatta, lo raggiunge e gli afferra la mano con i suoi palmi piccoli e caldi. Alza lo sguardo su di lui con quella sincerità innocente tipica dei bambini e scoppia a ridere, allegra:
Io non ti lascerò mai! Vedrai, quando sarò grande ti sposerò, promesso! Devi solo aspettare!
Alberto si blocca, solleva le sopracciglia, sorpreso ma divertito, poi sul suo viso compare un sorriso dolce e comprensivo. Volge su Martina uno sguardo affettuoso, un po incredulo. Con tono calmo e scherzoso, le risponde:
Allora ti aspetterò, promesso.
Mentre lo dice, le accarezza i capelli ricci, spettinandole ancora di più i codini. Martina storce un po il naso per il solletico, ma subito ricomincia a sorridere, ancora più decisa nella stretta.
Però, aggiunge lui, chinandosi per guardarla negli occhi, ora sii bravissima a scuola e ascolta papà e mamma. Così un giorno sarai una fidanzata allaltezza.
La sua voce non è dura, semmai amichevole, con quella dolcezza un po complice che gli adulti adottano parlando coi bambini. Martina riflette un attimo, come se prendesse molto sul serio il consiglio, poi annuisce energica, stringendo sempre la sua mano:
Va bene! Sarò la migliore!
Intorno a loro cè il profumo dellestate, la promessa di giornate serene piene di risate e sogni semplici, di quelli che sembrano davvero poter diventare realtà
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Martina si trova ora nella sua stanza, sta scorrendo con disattenzione le pagine di un manuale di matematica. Fuori dalla finestra il crepuscolo avvolge la città di Firenze, mentre in casa regna un silenzio nuovo, rotto solo da qualche voce ovattata dalla sala accanto. Si ferma ad ascoltare: il fratello, Nicola, parla al cellulare, il tono della voce insolitamente animato.
Martina si avvicina furtiva alla porta, per cogliere meglio le parole. Quando sente il nome di Alberto, il cuore le salta in petto. Si blocca immobile, tutta orecchi. Nicola sta raccontando una serata, un caffè, la sua risata Non ci sono dubbi: sta parlando della nuova ragazza di Alberto.
Prima ancora di rendersene conto, Martina si alza di scatto e si avvicina alla porta della stanza del fratello, in punta di piedi. Accosta lorecchio al legno freddo, assetata di dettagli. Dentro di sé, una fitta spiacevole, ma continua a scacciar via i pensieri insistenti. Magari sto fraintendendo, si ripete, in un lampo.
Quando Nicola finisce la telefonata ed esce nel corridoio, Martina si raddrizza quasi temendo dessere stata sorpresa. Ma ormai è tardi, il fratello lha vista.
Alberto ha una nuova ragazza? esclama lei, senza attendere domande. La voce le trema, ma cerca di sembrare disinvolta.
Nicola la guarda con attenzione, poi sospira. Nei suoi occhi, più che fastidio, cè comprensione. Da tempo ha compreso come la sorellina guardi Alberto, come si illumini ogni volta che lo nomina o trova una foto nei social.
Ecco, ci risiamo? commenta, appoggiandosi allo stipite con aria rassegnata. Martina, tu hai già sedici anni. Smettila con questa cotta, dai. È solo uninfatuazione da bambini.
Martina solleva il mento, lo sguardo si fa determinato. Incrocia le braccia, orgogliosa:
Mai! scuote il capo energicamente; i riccioli biondi ondeggiano. Non capisci niente! Lui mi amerà, vedrai Questa non è una semplicissima cotta, è un sentimento vero!
La sua voce è ferma ma, nella testa, lo ripete soprattutto a se stessa. Le tornano in mente i sorrisi di Alberto, quei rari sguardi complici, le attenzioni che lei ha sempre conservato come tesori nel cuore.
Nicola la scruta, indeciso su cosa dirle. I suoi occhi brillano, le labbra tremano sa che nessuna ragione basterà. Quelladorazione infantile è ormai assai più di un capriccio passeggero
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Un raggio di sole filtra tra le tende, colorando la stanza di una luce dorata e tiepida. Martina entra in soggiorno leggera come un soffio, trasportata da un entusiasmo improvviso. Il suo volto irradia una felicità contagiosa, gli occhi brillano come stelle, la bocca si apre in un sorriso che le illumina tutto il viso.
Ancora senza fiato dopo essere scesa di corsa, si avvicina a Nicola, che sta sorseggiando il caffè leggendo il tablet.
Mi ha chiesto di metterci insieme! annuncia tutta dun fiato, trattenendo a stento la gioia. La voce le risuona argentea, le mani si stringono nervose: Per il mio compleanno mi ha regalato una scatolina incisa e ha detto che ora che sono maggiorenne, finalmente può dirmelo: mi ama! Alberto mi ama!
Sembra quasi saltare dalla gioia, si passa la mano sui capelli, ansiosa di essere perfetta. Nei suoi occhi, una gioia smisurata, che sembra contagiare persino laria intorno.
Nicola distoglie lo sguardo dal tablet, mette via la tazzina, lasciando affiorare un sorriso sincero. Aspettava quel momento non solo per Martina, anche per Alberto. Da mesi lamico lo tartassava di domande: che cosa fa Martina la domenica, quali sono i suoi fiori preferiti, o se piacerebbe a Martina fare una gita tutti insieme in campagna.
È così bella ripeteva spesso Alberto con un sorriso perduto. E intelligente, e buona Non vedo lora che compia diciotto anni. Tu non hai nulla in contrario se stiamo insieme, vero?
Nicola rispondeva sempre uguale: Se lei è felice, sono contento anchio. Conosceva Alberto da sempre, un ragazzo serio e affidabile. Ora, davanti alla sorella raggiante, ne è certo: non avrebbe potuto fare una scelta migliore.
Allora congratulazioni! dice Nicola, alzandosi per abbracciare Martina. Sono felice per voi, davvero.
Martina si stringe forte al fratello, incredula che tutto questo sia realtà e non sogno. Il mondo, in quellattimo, le sembra più luminoso, gentile, perfetto. Sullo sfondo, le fusa soddisfatte di Mimì, la loro gatta, distesa al sole sul davanzale
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Martina siede nel corridoio stretto dellospedale, su una sedia rigida di plastica grigia. Le pareti spente e il cielo grigio filtrano dalla finestra, come se anche la città avesse spento i colori per tristezza. Fissa il vuoto davanti a sé: non vede il pavimento, né i dottori che passano, ma qualcosa di lontanissimo e irraggiungibile.
Le dita sono immobili sulle ginocchia, i vestiti spiegazzati, i capelli raccolti alla meglio e ricaduti sulle spalle. Sembra una bambola rotta, senza la sua solita energia. Nella mente, si rincorrono le ultime immagini: ieri con Alberto a progettare i dettagli della sala per il matrimonio, a discutere del colore dei nastri. Lui che scherza, promette che sarà tutto perfetto Oggi, di lui non cè più nulla.
Tutto troppo in fretta, senza senso Un automobilista distratto, tre macchine sventrate in viale dei Colli. Non si salva nessuno. Né Alberto, né gli altri due passeggeri, né chi guidava. Un secondo, e la vita di Martina si è frantumata.
La pace del corridoio è interrotta dal rumore di passi. Nicola compare, il volto pallido, gli occhi arrossati per le lacrime trattenute. Si inginocchia accanto alla sorella, labbraccia sulle spalle. Le mani tremano, ma si sforza di restare forte, per lei.
Marti? La voce è flebile, quasi un sussurro, come se parlasse a una farfalla pronta a sparire. Parla con me, ti prego.
Martina gira piano il viso. Gli occhi asciutti, ma dentro una sofferenza che fa stringere il cuore a Nicola. Sembra che guardi attraverso di lui, verso qualcosa dove nessun altro può arrivare.
Di cosa vuoi parlare? La voce è vuota, meccanica.
Nicola deglutisce, cerca parole che non feriscano:
Qualunque cosa va bene, stringe le sue spalle, nella speranza di richiamarla alla realtà. Dimmi come ti senti. Piangi, sfogati! Non tener tutto dentro!
Martina scuote la testa, le labbra si muovono ma niente lacrime:
Non ci riesco, dice dopo un attimo. Non ho più lacrime. E nemmeno voglia di vivere.
Le parole si sospendono nellaria, pesanti. Nicola chiude gli occhi, soffocando un grido dentro di sé. Sa che non può crollare, deve essere forte per lei, anche se il mondo gli crolla addosso.
Dopo questo, Martina si isola. Resta lì, ferma, immobile, uno sguardo fisso nel vuoto, e nessuno riesce a raggiungerla, non i familiari, non i medici che entrano per verificare il suo stato. Solo quando uninfermiera, mossa a compassione, le fa una puntura, Martina sente il corpo farsi pesante, i pensieri dissolversi, e un sonno inquieto la avvolge senza conforto.
Al risveglio trova intorno a sé la stanza di casa: le tende con motivi verdi, la libreria, la foto sulla mensola. Tutto familiare, eppure estraneo, come se fosse tornata in un luogo che ormai non le appartiene.
Martina gira il capo e vede Nicola accasciato su una poltroncina, non rasato e con occhi arrossati. Sta parlando sottovoce con la mamma, appena tornata da Milano per lei. Ha il volto segnato, ma negli occhi una volontà decisa.
sono preoccupato per lei, sussurra Nicola, per Martina Alberto era tutto, non guardava altri. Cosa sarà di lei ora?
Il tempo aggiusta tutto, risponde mamma, priva di convinzione. Martina davvero viveva solo per Alberto: la sua voce, il futuro insieme Ogni pensiero era per lui. Ma noi ci saremo sempre, aggiunge più salda.
Martina ascolta, non osa farsi scoprire sveglia. Dentro si sente vuota: finge di dormire, perché non saprebbe cosa dire né come spiegare che il dolore non passa, si nasconde solo dietro la stanchezza.
Nicola si alza senza fare rumore, rivolge un cenno alla madre e lascia la stanza. Lei si siede vicino al letto, le accarezza piano la mano, trasmettendo forza silenziosa. In camera, solo il ticchettio dellorologio e il respiro affannoso di Martina
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Nove giorni poi quaranta Il tempo scorre lentissimo, come miele grezzo che incolla ogni istante. Martina non si muove quasi più dal davanzale della finestra, raccolta su se stessa, lo sguardo nel cortile ormai deserto.
Di tanto in tanto guarda la vecchia panchina di legno sotto il platano. Proprio lì, in una sera tiepida di settembre, Alberto le aveva chiesto di diventare sua moglie. Si ricordava tutto: le mani che tremavano mentre estraeva lanello, le frasi balbettate, poi tutto dun colpo, vinto dalla paura di non riuscirci E lei aveva subito detto sì!, senza lasciargli finire.
Ora quella panca pare solo uno sbiadito ricordo. Gli alberi sono spogli, il cortile vuoto: autunno e inverno si sono già alternati, ma Martina non se nè nemmeno accorta. Per lei il tempo si è fermato allannuncio della tragedia.
Martina, vuoi venire a mangiare? la voce materna la raggiunge fievole, quasi un sussurro.
La mamma si avvicina con tatto, le tocca la spalla; ha mani gelide, come se anche dentro di lei fosse sbocciato linverno. I suoi occhi sono pieni di lacrime, anche se si sforza di non farle vedere.
Non ho fame, Martina non si gira nemmeno. La voce spenta, come se parlasse di una sconosciuta.
Devi mangiare qualcosa, è importante per la salute, insiste la mamma, ma trema.
Perché? Martina finalmente la guarda, ma lo sguardo è assente. Non devo niente a nessuno.
La mamma resta immobile, ferita da quelle parole. Vorrebbe rispondere, ma non trova la forza. Sospira, abbassa le spalle e si allontana. In corridoio, Nicola la osserva: non serve parlare per capire cosa abbia ascoltato.
Ho sentito il dottore, sussurra la madre, stringendo il grembiule forse serve davvero un aiuto, da soli non ce la facciamo.
Nicola annuisce; lo sa già da tempo, ma ammetterlo fa ancora più male. Non sopporta vedere la sorella così: spenta, lontana, persa in un dolore che divora tutto. Stringe i pugni, trattiene la rabbia per lingiustizia del mondo:
Chiamo la dottoressa Bianchi, prende il telefono, aveva detto che sarebbe intervenuta se fosse peggiorata.
La mamma annuisce, con lo sguardo fisso sulla porta chiusa, dietro cui Martina resta immobile sul davanzale, ormai parte della finestra stessa.
Quando il buio avvolge la città e la luna proietta riflessi freddi sul parquet, Martina si alza a fatica. Le gambe tremano è così debole che anche i gesti semplici sono una battaglia. Lentamente si spoglia, si infila sotto il piumone.
La stanza è silenziosa, solo qualche voce proviene dalla cucina. Martina chiude gli occhi, sperando che il sonno sia veloce e dolce. Invece no.
Sogna Alberto. Sta davanti a lei, identico a come lo ricordava: il sorriso tranquillo, la felpa grigia preferita. Ma stavolta è severo, quasi burbero.
Martina, la voce sembra reale, ma ti vedi? Che fine hai fatto?
Tenta di rispondergli, ma non ci riesce. Lui si avvicina ancora:
Ti guardi mai allo specchio? Ti stai lasciando andare. Non devi farlo.
Cerca di toccarlo, ma la mano passa nel vuoto: è solo un sogno.
Non posso stare senza di te, sussurra tra le lacrime.
Invece sì. Sei forte, lo sei sempre stata. Devi vivere, capito? Devi andare avanti.
Sembra di sentire la mano calda sulla guancia per un istante.
Hai ancora tutta la vita davanti ci saranno giorni belli e altri duri, è normale. Ma non devi fermarti. Io resto vicino, sempre. Quando ti sentirai persa, guardami tra le stelle. Se ti servirà, chiamami: ci sarò.
Martina singhiozza, vorrebbe trattenerlo, ma il suo viso si dissolve, resta solo un soffio:
Vivi, Martina. Promettilo.
Si sveglia di scatto, in camera sua, la luce della luna sul pavimento. Il cuscino è bagnato di lacrime, il cuore impazzito.
Senza capirlo, grida: una voce straziante che spezza il silenzio della notte. Subito entrano mamma e Nicola.
Martina, cosè successo? la madre le prende le mani, la scruta in volto.
Ti fa male qualcosa? chiede Nicola, in preda allansia.
Martina non risponde. Si accovaccia, piange a singhiozzi. In testa le risuonano le parole di Alberto, il suo sguardo sicuro.
Promettimelo, risuona dentro di lei.
E tra le lacrime, sottovoce:
Prometto
La mamma la stringe forte, come fosse di nuovo una bambina, Nicola le mette una mano sulla spalla. Non sanno cosa dire, ma sono lì per lei.
E Martina, accoccolata su mamma, si chiede: come si fa a vivere ora? A respirare, a mangiare, a sorridere senza di lui? Ma, in fondo, sente germogliare un pensiero: se lui crede in lei, e le chiede di vivere, dovrà provarci.
Anche solo per lui.
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In una sera grigia, tutta la famiglia è riunita in soggiorno. La mamma ha messo il tè, ma le tazze restano piene: nessuno ha fame o sete. Capiscono tutti che occorre prendere una decisione.
Credo dovremmo trasferirci, dice Nicola, guardando la sorella. Qui per Martina ogni angolo è un ricordo. Ogni strada le fa male.
Martina siede in poltrona, le gambe raccolte. Non oppone resistenza, non discute. Guarda la pioggia che batte sui vetri, confondendo il profilo di Firenze. È pallida, ma lo sguardo è meno vuoto.
In una città diversa può essere più semplice, la sostiene piano la mamma. Volti nuovi, nuovi posti forse riusciamo a ricominciare.
Martina si volta, la voce è debole ma non più smorta:
Dove pensate?
Potremmo andare a Bologna, suggerisce Nicola. Un mio amico lavora in una ditta, può aiutarmi con un impiego. Per la casa allinizio affitteremo, poi vediamo.
La mamma annuisce:
Troveremo anche ununiversità per te. Limportante è che tu stia meglio.
Martina riflette. Negli occhi scorrono immagini: lei e Alberto sulla panchina, a ridere; a passeggiare mano nella mano sulle strade familiari; lui che le porge fiori sul portone dellistituto. Ogni luogo la ferisce, ogni ricordo punge ancora di più.
Va bene, sussurra infine. Andiamo.
Quelle parole sono difficili. Cè dolore, ma anche un barlume di speranza. È la prima decisione che prende da sola dopo tanto.
I giorni seguenti sono un via vai di scatoloni. Martina partecipa poco: osserva i genitori e Nicola impacchettare, svuotare, pulire. A volte raccoglie un oggetto un portachiavi, una foto, un biglietto del cinema e lo tiene in mano a lungo prima di riporlo.
Il giorno della partenza si affaccia per unultima volta dal balcone. Lancia uno sguardo al cortile dove tutto era cominciato. Il dolore punge, ma non si lascia più travolgere. Ce la farò si ripete. Devo.
Il nuovo inizio a Bologna è sotto un cielo plumbeo. La casa è spaziosa, luminosa. Martina passa a lungo immobile davanti alla finestra della sua camera nuova, osservando strade mai viste, gente sconosciuta. Tutto è alieno, ma questa novità porta anche sollievo: qui non ci sono ricordi, può cominciare davvero da capo.
I primi giorni sono durissimi. Martina si sveglia pensando che quella non è la sua vita, le manca tutto. Di tanto in tanto Alberto le appare in sogno: sorride, pronuncia parole di conforto, e lei si sveglia con le guance bagnate.
Ma piano piano comincia a cogliere particolari diversi. Nel parco vicino spuntano i primi tulipani. Nel bar sotto casa il barista si ricorda del suo cappuccino e le sorride la seconda volta che entra.
Sono passi minuscoli, ma aiutano. Martina non dimentica Alberto mai lo farà. Ma ora sa che vivere ancora non significa tradirlo. È esaudire la sua ultima richiesta.
Va ai corsi, aiuta la mamma, ogni tanto cammina con Nicola per strade sconosciute. Ogni giorno è una sfida, ma ogni giorno porta qualcosa di nuovo non al posto del passato, ma accanto ad esso.
E lei lo sente. Qualcosa le dice che lui la guarda.
E che è orgoglioso di lei.
Perché lei resiste.
Perché lei viveUn pomeriggio di primavera, Martina si ferma davanti alla vetrina di una libreria. Il suo riflesso le sorride timidamente: i capelli raccolti in modo disordinato, una sciarpa colorata sulle spalle, lo zaino con gli appunti sparsi. Dentro, la commessa sistema volumi in una pila instabile e, dimprovviso, uno cade per terra.
Martina entra di slancio, lo raccoglie e glielo porge. La giovane la ringrazia con un sorriso, poi osserva il titolo: Vivere e basta.
Martina sfiora la copertina e sorride a sua volta. Buona lettura, le augura la commessa.
Esce e si lascia inghiottire dalla luce del tardo pomeriggio, passeggiando senza meta. Nel viale, una bambina con due grandi codini la supera correndo e per un istante sembra quella che era stata lei tanti anni prima. La guarda allontanarsi tra le risate di amici, il mondo che si apre davanti ancora tutto da costruire.
Martina si ferma a respirare piano. Il cuore le batte forte, non più solo di nostalgia, ma di nuove possibilità. Pensa ad Alberto, allamore che la tiene sveglia nelle notti lente, e in quel momento sente che il dolore è diventato parte di lei, cicatrice che non ostruisce il cammino, ma lo segna di verità.
Un soffio di vento le scompiglia i capelli, solletica lupini e tulipani accanto al marciapiede. Martina le accarezza con la punta delle dita, gli occhi pieni di fiducia.
Poi riprende a camminare, ogni passo un piccolo miracolo. Non dimentica, non cancella; semplicemente, va avanti. La vita non sarà mai più la stessa questo lo sa ma è sua, da plasmare un giorno alla volta. E, in fondo, una voce antica, dolce e lontana, le sussurra ancora: Io ti aspetto, promesso.
Martina allora sorride sul serio. E dentro di sé si dice, con la tenacia di chi ha visto il dolore e scelto di resistergli: Vivo. E basta.




