Sono partita per un viaggio in Italia con un gruppo di pensionati: Mai avrei immaginato che all’ombra del Colosseo avrei incontrato un uomo capace di farmi sentire di nuovo giovane

Sono partita per un viaggio organizzato in Italia insieme a un gruppo di pensionati. Non mi aspettavo nulla di straordinario giusto qualche giornata a fare la turista, scattare qualche foto per lalbum, comprare due calamite e un magnete per i nipotini. Avevo solo voglia di evadere un po dalla routine, da quella solitudine testarda che mi teneva compagnia ormai da qualche anno.

Pensavo che Roma, Firenze o Venezia sarebbero state solo le solite tappe previste dallagenzia. Un po di arte, qualche gelato, chilometri sui sanpietrini, nulla più. E invece, proprio allombra del Colosseo, ho incontrato un uomo che mi ha fatto sentire leggera come quando avevo ventanni.

Ero lì, sotto gli archi imponenti dellanfiteatro, rapita dalla grandezza di tutto quel marmo antico. La guida spiegava qualcosa sui gladiatori, ma io avevo la testa fra le nuvole. Poi, allimprovviso, accanto a me qualcuno scherza: Chissà se pure i gladiatori si lamentavano del caldo, come noi oggi.

Mi volto e lo vedo: alto, qualche capello bianco che spuntava sotto il classico cappello di paglia da turista, sorriso disarmante e uno sguardo che mi ha fatto dimenticare la guida, i gladiatori e pure la cartolina in mano. Portava una semplice camicia, unaria rilassata e mi guardava come se fossimo solo noi due sotto quellarco.

Abbiamo cominciato a chiacchierare. Lui si chiama Marco con la c, non con la k , vedovo, anche lui in pensione da qualche anno. Viaggiava da solo, secondo parole sue perché tanto il momento perfetto non arriva mai, Roma va vista almeno una volta nella vita. Prendere o lasciare.

La conversazione era piacevole, ci scherzavamo su, come se ci conoscessimo da una vita. Sotto il Colosseo ci siamo seduti a prendere un caffè anzi, un espresso fatto male per i turisti, figurati e mi sono accorta che erano mesi che nessuno mi ascoltava con quella attenzione.

I giorni successivi, la vacanza ha cambiato musica: mi trovavo sempre accanto a Marco sul pullman, pranzavamo insieme durante le tappe, ci perdevamo più per scelta che per caso tra i turisti nei vicoli, e ci ritrovavamo con uno sguardo. Cera qualcosa di innocente, ma anche di frizzante, come le bollicine di un buon prosecco.

La sera, invece di unirmi al torneo feroce di burraco della comitiva o ai programmi spagnoli tradotti in italiano in TV, restavo con Marco sul balcone dellalbergo a guardare le luci della città, una città che non dorme mai e ti fa sentire, anche a settantanni, piena di possibilità. Parlavamo di tutto: dei figli, dei mariti e delle mogli che non ci sono più, della vita che sembra allimprovviso tornare a girare, come le giostre delle fiere di paese.

Mi sentivo una ragazzina. Ho ricominciato persino a truccarmi e perderci dieci minuti davanti allo specchio, a ridere forte, senza vergogna. Le altre signore del gruppo mi guardavano sottecchi: qualcuna sorrideva in modo complice, altre stortavano la bocca. Ma a me importava poco finalmente avevo rispolverato quella parte di me che pensavo ormai destinata al grandi archivi dei ricordi.

Ma più si avvicinava la fine della vacanza, più la domanda faceva capolino: E ora? Lui viveva a centinaia di chilometri da casa mia. Ognuno aveva le proprie abitudini, la propria città, i propri nipoti da viziare. Ci univa solo quella settimana sospesa dal tempo, quasi magica. Sarebbe bastata?

Lultimo giorno abbiamo deciso di mollare la compagnia per un po. Passeggiavamo per Roma senza meta, come due ragazzini che saltano scuola. Finimmo sulle scale di Piazza di Spagna, due coni gelato in mano a fissare la folla. In silenzio, come se il resto del mondo fosse solo un fondale. Poi Marco mi guarda e dice: Sai, era tanto che non mi sentivo così bene. Ma ho paura che appena torniamo tutto evapori. Tu hai la tua vita, io la mia. Forse è stata solo unillusione da vacanza?

Non sapevo cosa rispondere. Nel mio cuore ballavano due sentimenti: la voglia di credere che stava iniziando qualcosa di vero e la paura che fosse solo quella magia che dura il tempo di un biglietto aereo.

Ci siamo salutati in aeroporto. Un abbraccio tuttaltro che formale, e uno sguardo lungo, più pieno di promesse che di addii. Ci siamo scambiati i numeri, ma nessuno ha avuto il coraggio di dire: Vediamoci ancora.

Oggi, ripensando a quei giorni, ho come la sensazione di aver vissuto un sogno: intenso, bello, ma fragile. Forse Marco aveva ragione magari era tutta unillusione da reportage fotografico e caffè troppo cari. O forse sarebbe codardia non provare a vedere se il destino mi sta davvero offrendo una seconda possibilità.

E allora mi domando: vale la pena rischiare la mia tranquilla routine per un sentimento comparso così, tra un monumento e una bottiglia di Chianti? Era solo una storia da raccontare sotto il cielo italiano, o linizio di un capitolo nuovo, che non oso ancora scrivere? Il cuore mi batte più veloce se penso a Marco, e la testa mi ripete che sono tutte follie.

Forse racconto questa storia proprio per sapere che ne pensano gli altri: secondo voi, dopo i cinquanta, i sessanta, magari anche a ottanta, ci si può ancora permettere di aprire il cuore? Meglio tenersi il ricordo come un bijoux chiuso nel cassetto, o lanciarsi, rischiando, per vedere dove può portarci questa voglia di sentirsi vivi?

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