Tradimento di Famiglia

**L’Inganno della Sorella**

«Caterina, ma che cosa hai fatto?!» La voce di Beatrice tremava di sdegno. «Come hai potuto farmi questo? Sei mia sorella!»

«E tu cosa ti aspettavi?» ribatté Caterina, senza alzare gli occhi dalle carte sparse sul tavolo della cucina. «Dovevo forse aspettare che tu lasciassi andare in rovina questa casa?»

«In rovina?» Beatrice afferrò lo schienale della sedia. «Ho tenuto questa casa in ordine per trent’anni, dopo la morte di mamma e papà! E tu dov’eri tutto questo tempo?»

«Dov’ero, dov’ero» ripeté Caterina con tono beffardo, sollevando infine gli occhi freddi. «Lavoravo, ecco. Guadagnavo onestamente. Non vivevo alle spalle dei genitori fino a quarant’anni, come te.»

Beatrice sentì il terreno mancarle sotto i piedi. Si sedette lentamente e fissò i documenti sul tavolo.

«È davvero il testamento?» sussurrò.

«Sì» rispose Caterina, secca. «Mamma ha lasciato la casa a me. Tutta. Tu puoi cercarti un’altra sistemazione.»

«Ma come… quando ha avuto il tempo? Negli ultimi mesi era malata, non ragionava più lucidamente…»

«Proprio per questo sono venuta. Qualcuno doveva occuparsi dei suoi affari, mentre tu correvi da un ospedale all’altro con le medicine.»

Beatrice la guardò senza riconoscerla. Caterina era sempre stata dura, pratica, ma nessuno si aspettava tanta crudeltà. Soprattutto adesso, a meno di un mese dai funerali.

«Caterina, parliamone da persone civili» tentò lei, cambiando tono. «Capisco che hai diritto a una parte, ma cacciarmi…»

«Nessuno ti caccia» disse Caterina, raccogliendo le carte. «Puoi affittare una stanza. A un prezzo ragionevole, ovvio.»

«Affittare una stanza nella casa dei miei genitori?» Beatrice non credeva alle proprie orecchie. «Dici sul serio?»

«Certo. La proprietà è proprietà.»

Beatrice si alzò e camminò per la cucina. Ogni angolo era pieno di ricordi. La pianta di ficus che la mamma annaffiava ogni mattina, le conserve fatte insieme ogni autunno.

«Ti ricordi quando mamma diceva che questa casa doveva restare in famiglia?» chiese piano. «Che dovevamo conservarla per i nipoti?»

«Tu non hai nipoti» tagliò corto Caterina. «Io ho Luca e Sofia. Sarà loro.»

Beatrice si voltò verso di lei.

«I tuoi figli non sono nemmeno venuti al funerale! Io ho assistito la mamma ogni giorno, quando era malata!»

«Assistita, sì» fece Caterina con un gesto della mano. «Eppure è morta in ospedale, no?»

Quelle parole la trafissero. Beatrice si era già accusata di non aver prevenuto l’ictus della madre.

«Sai che ho fatto tutto il possibile» mormorò.

«Lo so. Ma non è stato abbastanza.»

Qualcuno suonò alla porta. Caterina andò ad aprire, mentre Beatrice restò in cucina, incapace di credere a quello che stava accadendo.

«Oh, Beatrice, sei qui?» Entrò la vicina, zia Rosina, con una bottiglia di latte. «Come stai, cara?»

«Bene» mentì Beatrice, asciugandosi le lacrime.

«Ho sentito che Caterina è tornata» disse la vicina, guardando le carte sul tavolo. «Affari di eredità?»

«Già» rispose Caterina, rientrando.

«Ricordo sempre quanto tua mamma diceva che Beatrice era la figlia più devota» continuò zia Rosina, ignara della tensione. «Mai allontanata, sempre accanto a loro. Non come certi altri…»

Caterina strinse le labbra.

«Rosina, scusa, ma abbiamo una questione privata da discutere.»

«Certo, certo!» si affrettò a dire lei. «Ti ho portato il latte, non si spreca.»

Dopo che se ne fu andata, Caterina tirò fuori altri documenti.

«Ecco il contratto d’affitto» disse con tono professionale. «Puoi tenere la camera grande e la cucina. Cinquecento euro al mese.»

«Cinquecento euro?!» esclamò Beatrice. «Con la mia pensione di seicento, come farò?»

«Cercati un lavoro. O trasferisciti in un posto più piccolo.»

«Caterina, cosa ti è successo?» Beatrice la fissò. «Eravamo così unite. Dopo l’università sei andata a Milano, ti sei fatta una famiglia, ma non siamo mai state nemiche.»

«Non eravamo nemiche perché io tacevo» rispose Caterina, sollevando lo sguardo. «Tacevo quando vivevi alle spalle dei genitori. Tacevo quando ti hanno comprato un appartamento in città e a me dissero che non c’erano soldi. Tacevo quando sei tornata qui dopo il divorzio, di nuovo a carico loro.»

«Ho lavorato!» protestò Beatrice. «Ho insegnato, ho fatto la bibliotecaria!»

«Per pochi spiccioli. E comunque ti sostenevano.»

«E tu forse non avevi nulla? Tuo marito guadagnava bene, i figli…»

«I figli dovevano studiare! Io non ho avuto nulla da loro, ho fatto tutto da sola.»

Per la prima volta, Beatrice vide negli occhi della sorella non solo freddezza, ma un risentimento antico.

«Se ti sembrava ingiusto, avresti dovuto parlare prima» disse.

«Con chi? Con la mamma, che non ti staccava mai gli occhi di dosso? Con papà, che ti considerava la figlia perfetta?»

«Ci amavano entrambe…»

«Mi amavano finché ero utile. Quando ho cominciato a vivere per me, sono diventata estranea.»

Caterina incrociò le mani.

«Poi ti sei separata e sei tornata. E sei diventata di nuovo la prediletta. “Beatrice questa, Beatrice quella. Così premurosa, così brava.”»

«Mi prendevo cura di loro davvero» rispose Beatrice, a voce bassa.

«Lo so. Ma questo non mi ha reso le cose più facili.»

Beatrice si avvicinò alla finestra. In cortile c’era il vecchio melo piantato dal nonno. Sotto, la panchina dove da bambine giocavano insieme.

«Quando ha firmato il testamento?» chiese, senza voltarsi.

«A maggio. Quando eri in ospedale con la polmonite.»

Beatrice ricordò quel periodo. Due settimane in ospedale. E la mamma era rimasta sola. O forse no.

«Sei venuta apposta?»

«No. Avevo le ferie. Sono venuta per aiutarla.»

«E l’hai convinta a cambiare testamento.»

«Non ho convinto nessuno» rispose Caterina, dura. «Le ho solo detto che mi servivano soldi per i figli. È stata lei a offrirmi la casa.»

«La mamma era malata, Caterina. Stava perdendo la memoria.»

«Eppure è arrivata dal notaio. E ha firmato da sola.»

Beatrice si voltò e la osservò. Caterina era rigida, le mani serrate. Solo gli occhi tradivano la tensione.

«Il notaio non ha trovato strano che lasciasse tutto alla figlia lontana, e non a quella che l’assisteva?»

«Il notaio fa quello che gli chiedono. Mica deve ficcare il naso nelle famiglie.»

«E tu non hai rimorsi?»

Caterina rimase in silenzio, poi si alzò per mettere l’acqua sul fuoco.

«Ne ho» ammise, improvvisamente sincera. «Ma la giustizia viene prima.»

«Quale giustizia?» esplose Beatrice. «Tu hai una casa, unBeatrice chiuse gli occhi e decise che, nonostante il dolore, avrebbe lottato per la casa che era la sua vita, perché la famiglia non si misura in eredità ma in amore e ricordi condivisi.

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