Tre nuove chiavi d’oro

Tre nuove chiavi

Ma che faccia hai stamattina? Non starai mica digiunando di nuovo, eh? rimbalzò la voce di mia suocera per lingresso, senza neanche un saluto.

Io ero davanti ai fornelli, con un vecchio accappatoio ormai informe, mescolavo la polenta e pensavo che, finalmente, il sabato sarebbe stato tutto mio. Dallalba fino a tardi, per una rara volta. Giuseppe era partito per una pesca al lago con Sandro del pianerottolo, aveva detto che sarebbe tornato per cena. Mi ero già disegnata il programma: una colazione in silenzio, una passeggiata lungo il viale dei platani, poi tornare a casa a leggere, senza nessuna fretta di alzarmi dal divano. Giornate così capitavano di rado, quasi mai.

E invece.

Mi voltai. Maria Teresa entrava in cucina sfilandosi il cappotto, che lanciò senza guardare sullo schienale della sedia ma scivolò sul pavimento, ignorato.

Buongiorno, Maria Teresa dissi. La voce mi uscì ferma. Era una di quelle cose che ormai sapevo fare.

Sì, buongiorno. Ma dovè Giuseppe?

È andato a pescare.

Lei si bloccò in mezzo alla cucina, come se le avessi detto che aveva vinto alla lotteria.

A pescare? E non mi ha detto nulla.

Forse si è dimenticato risposi, girandomi di nuovo verso il fornello.

La polenta sobbolliva piano. Abbassai il fuoco. Fuori il cielo era di un grigio liquido, un ottobre morbido, e solo mezzora prima mi figuravo di uscire fra le foglie. Ora fissavo la polenta e capivo che quella giornata non sarebbe più stata mia.

Maria Teresa raccolse il cappotto, lo appese allingresso, tornò e si sedette. Dalla borsa tirò fuori un grande sacchetto trasparente che poggiò sulla tovaglia.

Ho fatto i panzerotti con la scarola. Sai che a Giuseppe piacciono da morire.

Grazie.

Almeno assaggiane uno, non fare quella faccia.

Non stavo facendo nessuna faccia. Solo restavo di spalle mentre mettevo la polenta nel piatto. Le mani immobili, come lacqua prima della tempesta. Dentro, sotto lo sterno, una spirale compressa. Fuori, ero calma. Sette anni dallenamento.

Siediti e facciamo colazione insieme dissi, per pura educazione.

Ho già mangiato. Solo un po di tè.

Misi il bollitore. Sedetti di fronte a lei e iniziai lentamente a mangiare. Maria Teresa mi studiava il piatto.

Solo questo per colazione? Polenta e basta?

Col latte.

Pff. Giuseppe almeno si è fatto due uova, prima di uscire?

Non lo so. È uscito alle sei, dormivo.

Lei scosse la testa. Quel gesto lo conoscevo: Ecco certo, che tipo di moglie lascia il marito partire senza nemmeno preparargli la colazione.

Io seguivo il volo incerto di un piccione che camminava sul cornicione, beccando granelli invisibili. Libero e indifferente.

Dovresti proprio cambiare le tende disse lei guardando la cucina Ormai sono grigie, queste.

A me piacciono.

Sarà, ma Giuseppe mi aveva detto che voleva cambiarle pure lui.

Ecco unaltra della sua collezione di discorsi segreti, che lei aveva con Giuseppe senza di me, nella loro lingua.

Il bollitore chiamò. Feci il tè, le posai tazza, zucchero e cucchiaino.

Grazie disse lei, mescolando lo zucchero in cerchi sempre più lenti Chiamalo, avvisalo che sono qui.

È al lago, non cè campo.

Ma dove va a pescare, sulle Dolomiti?

Così ha detto. Non prende il telefono.

Fece una smorfia, bevve un sorso, poi guardò il sacchetto.

Prendi un vassoio che metto meglio i panzerotti.

Glielo passai. Li sistemò uno a uno, perfetti, tiepidi, con la scarola che mandava un profumo leggero di cipolla e pasta lievitata. Se fossi stata più serena, me ne sarei mangiato uno.

Ora non ci riuscivo.

Sentimi, iniziò senza smettere di sistemare Ma voi due, tu e Giuseppe, ci parlate davvero?

Certo.

Perché lui mi chiama ogni giorno, mi racconta ma tu sempre silenziosa.

Cosa racconta?

Si fermò appena, riprese il panzerotto.

Che è stanco, che in casa non cè pace.

Appoggiai il cucchiaio.

Non cè pace ripetei. Non era una domanda.

Dai su, lo capisci da sola. Io lo vedo.

Lei viene ogni due settimane

Sono la madre. Sento le cose.

Mi alzai, lasciai il piatto nel lavandino. Restai a guardare il cortile. Un uomo portava a spasso un cane volpino, dorato, che tirava il guinzaglio verso una siepe. Scena tranquilla, perfino troppo.

Irina chiamò Maria Teresa.

Sì?

Ti sei offesa?

Mi voltai. Nello sguardo aveva laspettativa classica: che io dicessi, no, figurati, va tutto bene, così poteva andare avanti.

No, non mi sono offesa.

Annuì, contenta. Bevve un sorso.

Ecco, brava. Non sono nemica di nessuno. Voglio che abbiate serenità.

Lo so.

Avevo quarantotto anni. Giuseppe cinquantuno. Sua madre settantatré. Sposati da sette anni, un secondo matrimonio per entrambi. Pensavo che al secondo giro si diventasse più saggi. Ci si capiva meglio. Si sapeva cosa volevamo. Ma tutto dipende dalle persone.

Maria Teresa posò la tazza e si alzò.

Fammi vedere cosa hai in frigo.

Perché?

Già spingeva il frigorifero.

Vediamo cosa posso preparare per Giuseppe. Torna affamato, i pescatori tornano sempre affamati.

Maria Teresa.

Che cè?

Esitai.

Preparo io la cena.

Lei si fermò, mano sul frigorifero, sorpresa.

Ma dai Irina, solo per aiutare.

Grazie, ma ce la faccio.

Dici sempre così. Guarda che si vede che state mangiando pochissimo. Giuseppe è dimagrito.

Giuseppe decide da sé.

Lui è uomo, non cucina da solo.

Ma non vive certo da solo.

Ci fissammo. Tra noi forse due metri di linoleum a quadretti, quello che avevamo scelto prima del matrimonio per rinnovare la sua casa. Lo avevamo scelto insieme. Ora Maria Teresa mi diceva che doveva essere cambiato, che nei bordi si sollevava.

Va bene sospirò. Fai come vuoi.

Tornò al tavolo per sistemare la borsa. Credevo che sarebbe uscita. Un senso di rilassamento mi attraversò lo sterno.

Aspetto qui Giuseppe annunciò.

La molla tornò a tendersi. Prese in mano i ferri e il gomitolo, si sistemò comoda come una regina sul trono. Nessuna intenzione di andarsene.

Io la osservavo. Le mani che filavano la lana, il gomitolo vicino al vassoio dei panzerotti, il cappotto si era già rimesso da solo sulla sedia, come per magia.

Senza dire niente presi la tazza e andai in salotto.

Mi accovacciai sul divano, le gambe sotto di me, e fissai il quadretto appeso alla parete: un laghetto con i salici, comprato al mercatino tre anni fa. Scena di pace, adorata.

Dalla cucina il ticchettio dei ferri.

Presi il cellulare e scrissi a Lucia: È tornata. Mi rispose in un attimo: Senza avvertire?. Ha le chiavi Lucia mi inviò la faccina con gli occhi chiusi e scrisse: Irina, ma per quanto ancora… Parlagli una volta bene.

Posai il telefono.

Glielo avevo già detto, più volte. La prima discussione fu dopo i primi due anni di matrimonio, quando capii che Maria Teresa non veniva da noi, ma da Giuseppe, nella sua casa, da sempre solo sua. Gli dissi: Giuseppe, almeno avvertici. E lui: è mia madre, è abituata così. Gli risposi: questa ormai è anche casa mia. E lui: dai, lasciala stare. Gli dissi: senza telefonare non va bene. E lui: esageri.

Il secondo confronto, dopo che lei aveva spostato tutte le spezie, perché così è più ordinato. Tornai a casa e rimasi lì a fissare la mensola, ferita. Era la mia mensola. Le mie cose. Giuseppe disse: rimettili tu come stavi. Io: non è quello il punto. Lui: allora qual è? Non glielo seppi spiegare. O forse non volevo. O ero solo stanca.

Il terzo, dopo che lei venne mentre ero fuori e lavò tutto da cima a fondo. Paradossale, arrabbiarsi per una casa pulita. Eppure mi ferì: aveva toccato tutto, la mia camera, le mie cose sulla mensola, le mie pantofole. Magari aveva anche pensato qualcosa. Giuseppe disse: mamma voleva solo aiutare. Io: lo so. Ma il problema sono le chiavi. Lui: è casa mia. Io: ci vivo anchio. Lui: non capisco cosa vuoi.

Quella frase. Non capisco cosa vuoi. Dopo sette anni insieme.

In salotto, sentivo che Maria Teresa si alzava, faceva scorrere lacqua, prendeva qualcosa. Poi il frigo, poi il sacchetto si agitava.

Mi alzai e tornai in cucina.

Lei stava già affettando una cipolla sul tagliere.

Che fa?

Metto su il minestrone. Giuseppe lo adora.

Maria Teresa, avevo chiesto di non toccare le mie cose

Dai, è solo minestrone.

In cucina decido io cosa si cucina.

Lei lasciò il coltello e mi fissò. A lungo.

Tua, la chiami?

Sì.

Va bene va bene.

Riprese ad affettare, come nulla fosse.

Presi il tagliere, le tolsi la cipolla dalle mani.

La prego, basta.

Ci fissammo a venti centimetri. Vedevo tutte le rughe, la piega amara sulla bocca, lamarezza negli occhi.

Non vuoi che cucini?

Vorrei rispetto per i miei spazi.

Quali spazi? Qui parlate sempre di spazio Ma che parole sono!

Mi mossi verso la finestra. Sul cornicione il piccione era sparito. Nel cortile nessuno, solo foglie umide.

Irina, non te la prendere. Voglio solo il meglio.

Lo so.

Giuseppe senza i piatti di casa deperisce. Tu lavori tanto, non hai tempo.

Il tempo lo trovo.

E allora lascia che ti aiuti.

Lei riprese il coltello. Era capace a sentire solo ciò che voleva.

Uscì dalla cucina e chiusi la porta della camera. Mi misi a sedere sul letto, una mano sul libro ancora aperto. Dalla cucina arrivava il tintinnio delle stoviglie.

Presi il cellulare, chiamai Lucia.

Sta preparando il minestrone, dissi.

In cucina tua.

Nella mia cucina.

Irina oggi devi parlarne con Giuseppe. Non rimandare.

Lho fatto già.

No, hai solo alluso. Parla ogni volta chiaro.

Lucia aveva ragione. Da ventanni era la mia voce fuori campo, sempre diretta. Ma dire le cose in faccia mi spaventava. Non per Giuseppe, che non era cattivo né duro: solo abituato, molto abituato, a lasciar correre pur di non avere discussioni. Lucia lo chiamava infantilismo, senza batter ciglio. Io ci misi anni a dirlo.

Prometto che oggi parlo risposi.

Fra quanto mi chiami?

Appena posso.

Chiusi la chiamata. Mi sdraiai sul letto. Dalla cucina saliva il profumo di cipolla, verza, sedano. Buono, a dire il vero. In unaltra vita sarei scesa a rubare una fetta di pane e provare.

Rimasi ferma a fissare il soffitto, con quella piccola ragnatela di crepe vicino alla cornice, che conoscevo da anni.

Dopo ore (ma erano forse solo due), uscii dalla camera. Mi risciacquai, mi rilessi allo specchio: un volto normale, occhi stanchi, niente di pallido come aveva detto Maria Teresa.

In cucina aveva già messo il pranzo in tavola. Tre piatti, cucchiaio, pane e panzerotti.

Vieni, mangia finché è caldo.

Grazie. Dopo.

Ma si fredda.

Lo riscaldo.

Mi guardò e nei suoi occhi non volle più nascondere il rimprovero.

Ma Irina, cosavrei fatto di male?

Mi fermai davanti al frigo, presi dellacqua, bevvi.

Maria Teresa, parliamoci chiaro.

Parla.

Lei entra sempre qui senza dire nulla, ogni volta. Perché ha le chiavi. Ogni volta che torno a casa, temo di trovarla dentro, o che sia già stata.

Embè? Sono di famiglia.

Per Giuseppe, certo. Per me lei rimane mia suocera. È diverso.

Si irrigidì.

Siamo comunque parenti.

La famiglia parla. La famiglia avvisa. Chiede permesso, prima di venire.

Devo chiedere permesso a mia nuora?

Ecco la parola magica: permesso. Come se chiedere rispetto fosse unumiliazione.

Basterebbe un Irina, posso venire sabato?, tutto qui.

Io vengo da mio figlio!

Che oggi non cè.

Ma ci sei tu.

Sì. Vorrei sapere quando entra qualcuno in casa mia.

Maria Teresa si alzò. Sistemò il piatto, prese la borsa, indossò il cappotto a scatti. Le mani le tremavano. Ma non per stanchezza: per orgoglio.

Va bene disse. Va bene.

Maria Teresa, non voglio litigare.

Certo, si sente.

Lo credo davvero.

E dunque io dovrei chiamare per venire a casa di mio figlio.

Dovrebbe chiamare per avvisare, sì.

Si allacciò il cappotto, prese il sacchetto, il tono tagliente.

Il minestrone è sul fuoco. Butta via quello che vuoi.

La porta si chiuse lenta, senza rumore. Forse peggio, così.

Rimasi sola. Il minestrone sobbolliva ancora nella pentola che aveva trovato lei in fondo allarmadio, una che io quasi non avevo mai usato. Non sapevo neppure che conoscesse quellangolo della mia cucina.

Mi servii una porzione, mangiai in silenzio fissando lesterno. Buono, davvero.

Lavai i piatti, coprii i panzerotti.

Scrissi a Lucia: Glielho detto.

E?

Se nè andata offesa.

È una sua scelta. Hai fatto bene.

Posai il telefono. Alla sera mancavano ore. Giuseppe sarebbe tornato e avrebbe visto il minestrone. Sarebbe toccato spiegare. Sapevo già quel dialogo: lui avrebbe chiamato la madre, senza neppure togliersi la giacca, e avrebbe iniziato con Perché hai fatto così?, io avrei risposto: Così come?. Tutto come al solito. Lui: Lei voleva solo aiutare, io: Lo so, ma non era chiesto, lui: Allora perché?. Ciclo infinito.

Presi il libro, mi sistemai sul divano. Questa volta, almeno, le parole filavano nel silenzio.

Giuseppe tornò verso le sette. Sentii i suoi passi in ingresso, rumore di borsa degli attrezzi da pesca, portò tutto in cucina.

Oh, minestrone! È venuta mamma?

Entrai.

È passata. Siediti, te lo scaldo.

Già appendeva la giacca, con aria golosa. Giuseppe era imponente, volto buono, con quellespressione soddisfatta della persona a cui basta poco per essere contenta. Gli scivolava via tutto, tranne i problemi seri che lo rattristavano subito. Gli sistemai il minestrone, i panzerotti in mezzo.

Hai assaggiato?

Sì.

Buono?

Buono.

Mangiava, mi guardava. Raccontava della pesca, del lago, di Sandro che aveva preso una carpa, del vento e della bellezza del giorno. Io ascoltavo e aspettavo il momento.

È rimasta male mamma? chiese fra un cucchiaio e laltro.

Un po.

Hai parlato con lei?

Sì. Giuseppe, dobbiamo parlare anche noi.

Si immobilizzò. La forchetta nellaria.

Di cosa.

Delle chiavi.

Silenzio.

Irina.

Chiedo di togliere a lei le chiavi di casa.

Ma è mia madre.

Lo so. E proprio per questo dovrebbe avvisare prima di entrare. È educazione, rispetto per la nostra famiglia.

Ci fa visita.

Ma entra senza avvisare, sposta le cose, cucina in una cucina che io non ho chiesto venga usata.

Ha cucinato, tutto qua.

Giuseppe. Te lo chiedo per lennesima volta: ascoltami. Non lei, me. Io non mi sento a casa qui. Ogni minuto temo che entri. Entro in cucina e controllo se tutto è cambiato. Non è sano. Non è normale.

Lui si adagiò alla sedia, braccia incrociate. Esageri.

Chiusi un attimo gli occhi. Lo dici sempre.

Perché lo fai sempre! Mamma viene, aiuta, e tu

E io?

Fai di tutto un dramma.

Giuseppe, è entrata con le chiavi in nostra assenza nella nostra casa. Ha spostato tutto. Ha cucinato senza permesso. Non è un evento, è uno schema ripetuto.

Schema ripeté amaro. Che vuoi? Vuoi che dica a mamma di non venire più?

Che almeno chiami, avvisi.

È vecchia. È sempre stata così.

Ha settantatré anni, Giuseppe, non centanni. Sa cosa vuol dire telefonare.

Ma chiedi di toglierle le chiavi.

Sì. Te lo sto chiedendo.

Si alzò, andò a bersi un bicchiere dacqua guardando fuori.

Lo sai che dopo la morte di papà, sono rimasto solo io per lei.

Lo capisco.

Quei duplicati la fanno sentire più sicura, meno sola.

Si fa compagnia telefonando, venendo quando invitata. Avere le chiavi di una casa daltri non risolve la solitudine. Serve a controllare.

Daltri mormorò voltandosi. Quindi casa daltri.

Intendo che è la nostra casa, non la sua.

La mia, cioè.

Era la sua frase definitiva, lultima carta. La mia casa.

Sì sussurrai.

Silenzio.

Non le tolgo le chiavi.

Va bene.

Va bene? quasi confuse.

Sì. Ora so qual è la tua scelta.

Irina. Non fare così.

Così come?

Così, fredda.

Non sono fredda. Ho solo capito.

Capito cosa?

Presi la tazza.

Che hai scelto, Giuseppe.

Non ho scelto nulla. Solo non voglio ferire mamma.

Lo fai da sempre. A me, invece, va bene ferirmi?

Nessuno ti ferisce.

Mi fermai sulla soglia.

Ti sei mai chiesto cosa si prova a vivere sapendo che chiunque, in ogni momento, può entrare con le chiavi? Mai. Perché conosci la risposta, e ti è scomoda.

Mi sedetti in salotto. Lo sentivo camminare nella cucina. Poi il telefono. Parlava, sottovoce: Mamma, non preoccuparti Irina è fatta così Lo sai Vieni quando vuoi

Vieni quando vuoi.

Ero lì, sentivo tutto. Dentro era solo silenzio. Non tristezza, non rabbia: solo silenzio, come una stanza dove qualcuno ha spento la luce.

Poi entrò.

Irina.

Sì.

Mettiamoci almeno di nuovo a parlare

In che senso?

Così, in silenzio, non va bene.

Si sedette vicino. Non mi mossi.

Hai chiamato lei?

Sì. Lho tranquillizzata.

È rimasta male?

Un po.

Chiaro.

Irina davvero non puoi essere più dolce? Più morbida? È anziana, è sola.

Giuseppe, sono stata dolce per sei anni. Ho accettato, capito, fatto finta di niente. Ogni volta dicevo: pazienza. Dicevo: tanto vuole solo il bene. E siamo qui ancora con le chiavi, la cucina, la tensione. E tu, sempre: Vieni quando vuoi.

Mi lasciò la mano.

Tu non vuoi compromessi.

Sono stanca di andare sempre io incontro agli altri.

Quindi che vuoi, il divorzio?

Parola lanciata così, come una prova. Come se aspettasse che la negassi, no dai, mai il divorzio.

Non risposi.

Ho chiesto.

Ho sentito.

E?

Giuseppe, non accetto domande usate come minacce.

Non minaccio.

La usi per chiudere la conversazione, così non serve cambiare nulla.

Si alzò, andò alla finestra.

Complichi tutto.

Sarà.

Per delle chiavi.

Non sono le chiavi. È quello che rappresentano. Ma tu non vuoi parlarne.

Ne stiamo parlando.

Tu dici solo: è vecchia, è sola, esageri. Non parli, chiudi.

Silenzio.

Non so cosa vuoi da me.

Sette anni e di nuovo questa frase.

Presi portafoglio e giubbotto.

Dove vai?

Esco.

Irina.

Voglio respirare.

Uscii. Nellandrone odore di sugo, passi lontani. Giù per le scale, fuori nel cortile.

Era già buio. I lampioni aranciati ardevano sopra le foglie nere di pioggia. Mi incamminai verso il parco con le panchine nei pressi. Non volevo tornare indietro. Strano. Prima non volevo la lite, ora neanche casa.

Davanti alle panchine restai dritta, le foglie bagnate, gli alberi che non chiedono nulla.

Scrissi a Lucia: Lui alla madre dice: vieni quando vuoi.

Telefonò subito.

Racconta.

Dissi tutto, senza lungaggini. Lei ascoltò, zitta.

Irina, posso dirtelo? Sarà brutto ma lo dico. Vivi in casa sua. Finché sei ospite, buona, resti sempre e solo ospite.

Capisco.

No, non del tutto. Sennò ti saresti mossa prima. Lui le chiavi non gliele toglierà mai, non per la madre: per il possesso simbolico della casa. Che tu sei di passaggio.

Non replicai.

Irina…

Ci penso.

Fai bene. Non avere fretta.

Vagai ancora. Poi deviai verso la ferramenta del viale, ancora aperta. Odore di gomma, metallo, scaffali carichi. Vagavo senza meta. Poi vidi lo scaffale di serrature. Presi una confezione robusta, tre chiavi. Prezzo onesto.

Dieci minuti dopo stavo pagando e uscendo.

A casa Giuseppe guardava la tv. Non mi chiese nulla, solo si versò il tè dopo essere entrato in cucina.

Che hai comprato?

Cose per casa.

Fece spallucce.

Irina disse ci ho pensato. Capisco che stai male. Ma mamma è mamma. Non cambierà mai.

Lo so.

Forse bisogna lasciar correre. Alla fine, minestrone, panzerotti, cosè Ti fa anche piacere, no?

Giuseppe, sorrisi appena Non accetto più questa situazione.

Mi si bloccò il sorriso.

Allora non so che dirti.

Non devi dirmi nulla, devi agire.

In che senso.

Parlare davvero con tua madre. Non rassicurarla. Spiegare che ci sono regole. Che non si entra senza preavviso. Che la cucina non è sua.

Si offende.

Forse sì.

È anziana.

Giuseppe, ma che vuol dire? Essere vecchi autorizza a tutto?

Non intendevo così

E allora?

Si fermò. Se stai tanto male qui, puoi anche non so valutare cosa vuoi davvero.

Mi immobilizzai. Dentro una lastra di ghiaccio.

Mi stai dicendo di andare via?

Di riflettere, ecco.

Rifletto.

Presi il tè e tornai in camera. Mi sdraiai, spenti. Lui in salotto col televisore. Sentii che si lavava, tornava, si sdraiava. Respirava lento, addormentato subito.

Io fissai il soffitto. La crepa nascosta, ma sapevo dovera.

Domenica Giuseppe uscì presto per la campagna con Sandro. Torna verso sera, dice. Io resto. Faccio colazione, poi prendo il sacchetto con la serratura, lo poggio sul tavolo. Guardo.

Scrivo al vicino del piano di sotto, signor Vincenzo, che ogni tanto aiuta con le riparazioni.

Vincenzo, stamattina può aiutarmi? Devo cambiare la serratura della porta.

Risponde: Verso mezzogiorno mi libero. Deve comprare qualcosa?

Ce lho già io.

A dopo.

Resto alla finestra. Il piccione è già tornato. O magari è un altro.

Arriva Vincenzo. Alto, cordiale, con la valigia degli attrezzi.

Faccia vedere la serratura, signora Irina.

Gliela porgo.

Ottima scelta questa. Un quarto dora e la monto.

Mi rifugio in cucina. Sento la cassetta che sbatte, il metallo che stride.

Mi preparo il tè. Penso che questa casa non è mia, cambiando la serratura mi prendo una libertà nuova. Ho tre chiavi e nessun doppione in giro.

Fatto! annuncia dalla porta.

Esco.

Ecco, tenga. Provi pure lei.

Giro la chiave. Entra fluido, silenzioso.

Perfetto.

Buona fortuna Vecchia serratura la vuole?

No, la lasci pure.

Pago, ringrazio. Chiudo la nuova porta, resto nellingresso.

Chiamo Lucia.

Ho cambiato la serratura.

Silenzio.

Lui lo sa?

No.

Quando torna?

Stasera.

Irina Sei consapevole che ora si cambia registro? Non sono più solo chiavi.

So tutto.

Vuoi davvero questo?

Voglio che nessuno entri senza il mio consenso.

È anche casa sua.

Appunto. Sto pensando ai prossimi passi.

Lucia tace ancora.

Stai già pensando al dopo.

Sì, Lucia.

Al divorzio?

Sì.

Sento il suo sospiro.

Allora ci vuole un avvocato. Te ne do uno.

Prendo nota.

Ci penso. Non mi fa paura, è assurdo? Dovrei averne, invece sono solo calma.

Forse è perché lho già deciso tanto tempo fa.

Resto nellingresso, fra tre chiavi e la porta nuova.

Giuseppe arriva alle sei, lo sento armeggiare con le chiavi, provare più volte.

Silenzio.

Alla fine, il campanello.

Mi avvicino, non apro subito. Una pausa di secondi dispiegati come il battere dali di un gabbiano.

Irina, la serratura non va!

Lo so. Lho cambiata.

Silenzio liquido.

Come?

Oggi ho cambiato la serratura, Giuseppe.

Aprimi.

Apro. Entra con la borsa della pesca, spaesato.

Hai cambiato la serratura.

Sì.

In casa mia.

Sì.

Perché?

Gli faccio strada. Si toglie la giacca piano, come stesse entrando per la prima volta.

Irina.

Dimmi.

Mi spieghi cosa succede?

Vado in cucina, lui dietro.

Ho cambiato la serratura per non vivere più con la paura che chiunque entri senza avviso.

Mia casa ribadisce.

Lo hai già detto.

Irina! Ti rendi conto? Hai cambiato la serratura senza chiedere. Potrei pure dire che…

Di’ pure tutto.

Ora le chiavi di mia madre non servono più.

Esatto.

Irina Sapevi che sarei stato contrario?

Sì.

E?

E ho deciso ugualmente.

Per la prima volta si siede, stanco.

Tu davvero vuoi il divorzio.

Non era più una domanda.

Sì.

Per delle chiavi?

Per sette anni di conversazioni inutili. Perché ogni volta hai scelto la mamma. Perché mi dici adattati. Perché ieri hai detto pensa se vuoi stare qui. Ho pensato. Avevi ragione, ma non come intendevi tu.

Mi guardava. Lungo.

Non scherzi.

No.

Ma almeno parlerai sediamoci e parliamone ancora.

Sette anni che parliamo, Giuseppe. Sono stanca di parlare.

Ma così non si può.

Non così da un giorno allaltro. Da anni, tu non volevi vedere.

Si passa la mano sul viso, si riporta in piedi, gira per la cucina.

Adesso?

Cerchiamo un avvocato. La casa è tua, non ne faccio questione. Prendo le mie cose. Avrò bisogno di tempo per trovare una stanza.

Ci avevi già pensato.

Sì.

Da molto?

Credo di sì.

Lui appare svuotato.

Mamma… inizia, poi si blocca.

Parlane con lei, è giusto.

Mi tolgo dalla cucina. In salotto la notte avanza, la città freme indifferente, motori, grida di bambini in cortile, porte che si chiudono.

Ho in mano tre chiavi nuove.

Una, finalmente, è solo mia. Mia, dopo sette anni.

Il cellulare vibra. Lucia: Come stai?

Ci penso, poi rispondo: Silenzio.

Lei: Bene così. Il silenzio è un inizio.

Forse. Metto via il telefono. Domani dovrò fare mille cose. Chiamare il legale. Cercare un affitto. Pensare.

Ma ora cè solo questa aria ferma.

In ingresso, tre chiavi su una mensolina. Accanto la vecchia, quella che non entra più.

Giuseppe compare, fermo sulla porta.

Irina Ne sei sicura?

Lo guardo. Nel volto spento, nei gesti lenti, nelle mani in tasca, rivedo gli anni insieme. Con la madre sempre là in mezzo, con i suoi amori e le loro ombre.

Sì. Ne sono sicura.

Annuisce piano, come chi si rassegna.

Va bene mormora.

E questa parola rimane lì a galleggiare fra noi, quasi appesa al nuovo lucchetto, tra il cappotto sul gancio e il profumo di minestrone rimasto. Non so cosa significhi: un sì, una resa, una stanchezza senza fondo. O una possibilità di nuova vita per me.

Prendo la borsa.

Stanotte dormo da Lucia.

Va bene.

Esco. Il nuovo scatto del chiavistello suona come un bicchiere di cristallo. Buona qualità, proprio.

Irina chiama lui alle mie spalle.

Mi volto.

Mi chiamerai?

Lo guardo a lungo, davvero a lungo.

Sì rispondo. Ti chiamerò.

E scendo le scale, nei miei pensieri impastati e senza peso, in questa strana, assurda e nuova libertà da sogno.

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