Semplicemente continuare a vivere

Vivere e andare avanti

Martina, una bambina vivace con due codini ribelli che le spuntavano ai lati della testa, correva su e giù per la luminosa veranda della casa di campagna della sua famiglia, poco fuori Firenze. I suoi occhi brillavano di allegria, le guance erano arrossate dai giochi spensierati. Quando vide il migliore amico di suo fratello maggiore, Marco, avviarsi verso il cancello, si fermò di colpo, ancora senza fiato, e gli corse incontro.

Senza esitazione, Martina gli afferrò la mano con entrambe le sue piccole dita calde. Lo guardò dal basso, sorridendogli con candida innocenza, e scoppiò in una risata cristallina:

Non ti lascerò mai andare! Da grande sposerò te, promesso! Devi solo aspettarmi!

Il ragazzo rimase sorpreso per un attimo, alzando le sopracciglia; poi il suo volto si aprì in un sorriso buono e affettuoso. Posò su di lei uno sguardo tenero, divertito, rispondendo con tono scherzoso ma gentile:

Ti aspetterò.

Così dicendo, le scompigliò delicatamente i capelli, facendo arruffare ancora di più i suoi codini. Martina strizzò gli occhi in una smorfia, ma poi rise ancora, serrando la presa.

Però, continuò Marco abbassandosi fino ad averla allaltezza degli occhi, intanto studia bene e ascolta mamma e papà, così da essere una fidanzata degna di me.

Il suo tono non era severo, piuttosto rassicurante, con quella dolcezza che spesso si usa con i bambini. Martina sembrò pensarci su sul serio, fece un cenno deciso con la testa e strinse ancor più forte la sua mano:

Lo farò! Sarò la più brava di tutte!

L’aria era impregnata di quella gioiosa leggerezza tipica di una giornata estiva: risate, sole, piccoli sogni che, in quel momento, sembravano davvero possibili…

************************

Martina era nella sua stanza, sfogliando svogliatamente un libro di matematica. Fuori, il cielo della sera si faceva sempre più scuro; la casa era immersa in un insolito silenzio, interrotto solo dal rumore ovattato proveniente dallaltra stanza. Incuriosita, si avvicinò alla porta: il fratello, Federico, stava parlando al telefono e la sua voce era più allegra del solito.

Martina tese lorecchio, finché colse il nome di Marco. Il cuore le batté allimpazzata. Rimase immobile, tutta concentrata a captare qualche frase. Federico parlava di un incontro, di un bar, della sua risata… Non cera più dubbio: stava raccontando di una nuova ragazza nella vita di Marco.

Quasi senza rendersene conto, Martina scattò in piedi ed appoggiò lorecchio alla porta chiusa, cercando di carpire ogni parola. Sentì come una stretta dentro il petto, ma respinse con forza i pensieri più tristi. Magari ho capito male, si ripeteva.

Quando Federico finì la telefonata ed aprì la porta, la sorprese nella sua posizione dascolto.

Marco ha una nuova ragazza? chiese subito, senza aspettare domande. La voce le tremava, ma tentò di farla sembrare indifferente.

Federico la fissò, sospirò e non sembrava arrabbiato, piuttosto stanco e comprensivo. Aveva sempre notato come lei guardasse Marco, come si illuminasse quando ne sentiva parlare, come scorreva le sue foto sui social di nascosto.

Ancora questa storia? sbuffò, appoggiandosi allo stipite. Martina, hai sedici anni! Supera questa cotta, dai. È solo una infatuazione di bambina.

Martina sollevò il mento, lo sguardo acceso di determinazione. Incrociò le braccia, irremovibile.

Mai! scuoteva la testa rabbiosamente, i suoi ricci dorati saltavano irrequieti. Non capisci nulla! Lui mi amerà, vedrai! Non è una semplice cotta. È vero amore!

La sua voce era ferma, quasi aggressiva, anche se nel profondo cercava di convincere prima se stessa. Ricordava gli sguardi di Marco, i suoi sorrisi rari, i fugaci tocchi della mano – erano la sua speranza, custodita nel cuore.

Federico la osservava in silenzio. Aveva capito che ormai la cosa era molto di più di una semplice infatuazione passeggera…

***************************

Un raggio di sole filtrò tra le tende, inondando di calore la stanza. Martina entrò nel soggiorno come spinta da una brezza improvvisa, il viso così radioso da sembrare più luminoso dei raggi mattutini. Due occhi scintillanti e un sorriso larghissimo che faceva gonfiare le guance.

Ansante per la corsa giù dalle scale, si avventò su Federico, che stava sorseggiando il caffè mentre controllava le notizie sul tablet.

Mi ha chiesto di uscire insieme! esclamò, la voce squillante come una campanella, le mani in pugno dallemozione. Immagina! Mi ha portato un regalo per il compleanno uno scrigno con incisioni e poi mi ha detto che ora che sono maggiorenne può finalmente dirmi che mi ama. Marco mi ama!

Saltellava, si toccava i capelli in modo nervoso, mentre nei suoi occhi viveva una gioia così viva che pareva contagiare tutto intorno.

Federico posò il tablet e, dopo un attimo, si alzò sorridendo con sincera tenerezza. Da tempo aspettava quel momento, sia per la sorella che per lamico. Marco negli ultimi mesi aveva sempre cercato notizie su Martina, chiedendo cosa facesse nel weekend, quali fiori preferisse, proponendo gite insieme.

È davvero bellissima, ripeteva spesso Marco, guardando il vuoto, intelligente, buona… non vedo lora che compia diciotto anni. Tu sei daccordo se stiamo insieme?

Federico rispondeva solo: Basta che lei sia felice, io sono daccordo. Gli bastava sapere che Marco fosse giusto per lei: leale, responsabile, affidabile. E adesso, vedendo Martina traboccante di gioia, era sicuro che non poteva fare scelta migliore.

Allora, auguri disse Federico, alzandosi per abbracciarla. Sono davvero contento per voi.

Martina si strinse al fratello, incredula che fosse tutto vero. Sembrava che il mondo stesso fosse diventato più bello. E in sottofondo, come una dolce melodia, arrivava il rumore del gatto che faceva le fusa sul davanzale…

*******************

Martina era seduta sul bordo duro di una sedia in corridoio, all’ospedale di Careggi. Le pareti color sabbia, la luce grigia del giorno che passava stanca attraverso i vetri. Aveva le mani abbandonate sulle ginocchia, i capelli arruffati e la pelle livida come se avesse smesso di vestirli i sentimenti. Sembrava una bambola spezzata, immobile, la vita sospesa.

Chiudeva gli occhi, ripensando agli ultimi momenti con Marco: solo ieri progettavano insieme le decorazioni per il ricevimento di nozze, discutevano sul colore dei nastri da mettere ai tavoli, lui scherzava Andrà tutto bene, mi occuperò io di tutto… E oggi Marco non cera più.

Era successo tutto in un attimo, senza senso, come un incubo di cui non ci si sveglia: un guidatore impazzito, uno schianto tra tre auto e in un secondo, tutto ridotto a lamiere. Nessuno sopravvissuto: né Marco, né gli altri. Un secondo solo, e la sua vita era in frantumi.

Il suono dei passi infranse la cappa di silenzio. Federico la raggiunse, pallido, gli occhi gonfi e rossi. Si abbassò e la prese tra le braccia, stringendola. Cercava di controllarsi, per lei.

Martina? la voce era quieta, spezzata. Marti, parla con me. Ti prego.

Martina girò lentamente la testa, gli occhi asciutti ma carichi di dolore. Lo guardò come attraverso un vetro, distante, irraggiungibile.

Di cosa? rispose, voce senza vita, come guidata dalleco, non dalla volontà.

Federico si morse le labbra, cercando parole che non ferissero ancora di più.

Di qualsiasi cosa, disse più forte, stringendole la spalla. Dimmelo, scarica tutto. Piangi, almeno! Basta tenerlo dentro!

Martina scosse la testa silenziosamente. Le labbra tremarono, ma niente lacrime. Guardò le sue mani quasi a chiedersi perché non riuscisse neppure a tremare come chi soffre davvero.

Non ci riesco mormorò infine, con una strana serenità. Non ho più lacrime. E non ho più voglia di vivere.

Quelle parole si posarono nella stanza come un peso. Federico chiuse gli occhi, lottando contro la disperazione. Sapeva di dover essere la sua roccia, anche se era lui stesso sul punto di crollare.

Dopo quelle parole, Martina smise di reagire. Rimase immobile, il volto pietrificato, le spalle curve sotto il peso di un dolore insopportabile. Federico tentava di scuoterla, di chiamarla; persino i medici non riuscivano a strapparle una parola. Sembrava rimasta ancorata lì, nel suo silenzio, fuori dal tempo.

Una delle infermiere pensò di calmarla con una puntura; pian piano le gambe si fecero pesanti, le palpebre si abbassarono e la coscienza si annebbiò, come una macchia dinchiostro sullacqua. Un sonno irrequieto e senza pace la avvolse come un mantello, negandole qualsiasi conforto.

Quando riaprì lentamente gli occhi, si ritrovò non in ospedale ma nella sua camera, nella casa nuova. Le tende decorate, la libreria, una foto in cornice sulla comodina tutto sembrava familiare e, allo stesso tempo, distante, come se fosse tornata in un luogo una volta suo ma ora straniero.

Martina si girò verso il divanetto. Federico era lì, seduto piegato in avanti; la mamma, tornata di corsa da Milano, parlava a bassa voce rassegnata. Anche lei aveva il volto stanco e pallido, ma la voce era determinata.

…ho paura per lei, sussurrò Federico, credendola addormentata. Da bambina era tutta per Marco. Ora cosa succederà?

Il tempo guarirà, rispose la madre, consapevole però della povertà di quella frase. Martina aveva vissuto per Marco, per i suoi sogni e le sue risate. E ora che non cera più, sembrava non avesse più un motivo per alzarsi. Ma noi staremo con lei, aggiunse poi, più decisa, quasi a convincere anche se stessa.

Martina ascoltava tutto, ma non aveva la forza di reagire. Era vuota dentro, come se qualcuno le avesse tolto la vita. Chiuse gli occhi, continuando a fingere di dormire tanto, non avrebbe saputo come rispondere.

Quando Federico si alzò e uscì, la mamma rimase accanto a lei, accarezzandole piano la mano come a trasmetterle tutto il suo amore. La stanza era piena di un silenzio pesante, interrotto soltanto dal ticchettio dellorologio e dal suo respiro irregolare.

*******************

Nove giorni… quaranta giorni… Il tempo trascorreva lento come la melassa, ogni giornata sembrava uguale alla precedente. Martina non si allontanava quasi mai dal davanzale della sua stanza, le ginocchia al petto, lo sguardo perso nel cortile.

I suoi occhi tornarono a posarsi sulla vecchia panchina sotto il platano. Era lì, una sera di settembre, che Marco si era fatto coraggio: le mani tremanti, qualche frase interrotta dallemozione, infine la proposta. Lei aveva riso di gioia e risposto sì prima che potesse finire la frase.

Adesso la panchina pareva vuota, superflua. Gli alberi privi di foglie, il cortile deserto. Era passata lautunno, e pure linverno, ma Martina non se ne rendeva conto: per lei il tempo si era fermato.

Martina, vieni a mangiare qualcosa? La voce quieta della mamma la raggiunse attraverso i pensieri.

La donna le poggiò una mano sulla spalla. Le dita fredde come se qualcosa dentro di lei si fosse congelato. La fissava con occhi colmi di preoccupazione e tristezza, ma si sforzava di restare forte.

Non ho fame, disse Martina, senza voltarsi. Una voce piatta, impersonale.

Devi mangiare, piccola, tentò la madre, con voce ferma ma tremolante. Dobbiamo prenderci cura di noi, anche solo un po.

Non devo niente a nessuno, replicò Martina, finalmente girandosi. Gli occhi ancora vuoti.

La madre rimase zitta, colpita da quelle parole, e tornò verso la porta, sconfitta. Federico era già nel corridoio; aveva ascoltato tutto, lo sguardo pieno di impotenza.

Ho parlato con il dottor Conti, sussurrò la madre, stringendo il grembiule tra le mani. Abbiamo bisogno di un aiuto, non ce la facciamo da soli.

Federico annuì: lo sapeva da tempo, anche se aveva sempre cercato di farcela da solo. Vedere la sorella così vuota era un tormento. Strinse i pugni la cosa più importante era agire.

Chiamerò la dottoressa Ferri domani, disse, tirando fuori il cellulare. Ha detto che ci aiuterà se servirà.

La madre annuì ancora, gli occhi fissi verso la stanza dove Martina, paralizzata sul davanzale, sembrava ormai parte della finestra.

Quando fuori calò la notte e la luna gettò riflessi gelidi sul pavimento, Martina si sollevò a fatica, si tolse la vestaglia e si infilò nel letto.

Il silenzio invase la stanza, rotto solo dai mormorii della famiglia nellaltra camera. Martina chiuse gli occhi cercando un sonno che non la facesse soffrire. Eppure il sonno fu inquieto.

Sognò Marco. Di fronte a lei, col sorriso di sempre, la felpa preferita addosso. Ma il volto era più serio del solito.

Martina la voce perentoria ma affettuosa , guardati. Che stai facendo?

Voleva rispondere, ma la voce si bloccava. Marco avanzò verso di lei:

Ti sei vista allo specchio? Ti stai lasciando andare troppo. Così non va!

Provò a toccarlo, ma la mano trovò solo aria: non era che il sogno.

Non posso stare senza di te, sussurrò, piangendo per davvero.

Puoi. Sei forte. Più forte di quanto pensi. Devi vivere. Devi andare avanti.

Si chinò, per un attimo sentì davvero il tepore di una mano sulla guancia.

Hai davanti ancora tanto da vivere: giorni belli e giorni difficili. È normale. Ma tu non devi fermarti. Io ci sono, sempre. Alza lo sguardo: sono lì, tra le stelle. Se avrai bisogno, chiamami. Ti aiuterò.

Martina pianse, cercando di aggrapparsi al suo viso sfumato nel sogno.

Non andare! Ti prego!

Ma lui stava già sparendo, lasciandole solo un sospiro:

Vivi, Martina. Promettimelo.

Martina si svegliò di soprassalto. Era a casa sua, nel suo letto, la luce della luna sul pavimento. Il cuscino era bagnato di lacrime, il cuore in tempesta.

Avvolta dal dolore, urlò, libera, nel buio. I genitori e Federico corsero nella stanza.

Martina, che succede? La madre, affannata, la strinse fra le braccia.

Dove fa male? domandava Federico, allarmato.

Martina non rispose: piangeva accartocciata, tutta la sofferenza finalmente sgorgata fuori. Limmagine di Marco, le sue ultime parole, le risuonavano nella testa.

Promettimelo, le aveva detto.

E tra i singhiozzi, tra le lacrime, sussurrò:

Lo prometto…

La madre la cullava, Federico le pose la mano sulla spalla. Nessuno sapeva che dire, ma erano lì, con lei.

E Martina, aggrappata a sua madre, cercava di convincersi: Come si fa a vivere senza di lui? Ma, in fondo, una piccola, fragile speranza si accendeva: se lui credeva in lei, se glielo aveva chiesto… doveva provarci.

Almeno per lui.

************************

Una sera di pioggia grigia, la famiglia era raccolta intorno al tavolo del soggiorno. La mamma aveva portato tè e biscotti, ma le tazze erano rimaste intatte, nessuno aveva voglia di parlare di altro.

Secondo me dovremmo trasferirci, disse Federico, guardando la sorella. Qui ogni strada, ogni angolo le ricorda Marco. È una tortura per lei camminare per queste vie.

Martina era seduta in poltrona, le gambe raccolte, lo sguardo fisso fuori: le gocce di pioggia cancellavano i contorni dei tetti noti. Non oppose resistenza: rimase in silenzio, consapevole che non aveva più nulla da perdere.

In unaltra città sarà più facile, aggiunse la madre stringendole una mano. Facciamo tabula rasa, proviamo a ricominciare.

Martina alzò piano lo sguardo:

Dove andiamo?

Ho unamico a Bologna che mi ha già promesso un posto in azienda, rispose Federico. Prendiamo in affitto un appartamento, poi vedremo.

Ununiversità per te la troviamo, assicurò la mamma. Teniamoci stretti, ci sistemiamo insieme e pian piano starai meglio.

Martina si prese qualche istante; con gli occhi rivedeva ogni scena: lei e Marco che ridevano su una panchina, uno accanto allaltro nella piazzetta, i fiori che lui le aveva regalato davanti al liceo. Ogni vicolo, ogni edificio, ogni pianta era un ricordo doloroso.

Va bene, disse infine. Andiamo.

Quelle parole costarono fatica. Erano piene di sofferenza, ma anche di una flebile speranza: una decisione presa finalmente di sua volontà.

Le settimane successive furono dedicate ai preparativi. Martina si limitava ad osservare i genitori e il fratello che riempivano scatoloni, svuotavano armadi, pulivano una casa che presto sarebbe stata solo un ricordo. Talvolta stringeva tra le mani un portachiavi, una foto condivisa con Marco, un vecchio biglietto del cinema. Rimaneva a fissarli a lungo, poi li riponeva nella scatola.

Il giorno della partenza salì sul balcone, guardò per lultima volta il cortile e la panchina. Sentì male, ma resistette al dolore: Ce la farò, pensò, devo farcela.

Bologna li accolse con un cielo grigio, strade rumorose e una casa vuota, tutta da riempire. Martina passò a lungo davanti alla finestra della sua nuova stanza, osservando il via vai di una città a lei estranea. Sentiva tutto poco familiare, ma proprio quellestraneità le dava un senso di leggerezza: nessun ricordo doloroso, in quei luoghi.

I primi giorni non furono facili; spesso si svegliava col pensiero che quella non fosse davvero la sua vita. Aveva nostalgia di casa, degli amici. E qualche notte sognava ancora Marco: la sua risata e qualche parola gentile la facevano svegliare con il viso bagnato.

Pian piano, però, iniziò a notare qualche piccolo cambiamento. I tulipani sbocciavano nel parco vicino, il barista del locale di fronte imparò il suo nome e al secondo ordine le fece un sorriso in più. Erano solo passi minuscoli, ma le davano respiro. Martina non dimenticava Marco sapeva che non avrebbe mai potuto farlo. Ma adesso aveva capito: vivere non è tradire il suo ricordo. È rispettare la sua ultima richiesta.

Seguiva i corsi propedeutici, dava una mano in casa, a volte camminava con Federico tra le nuove strade. Ogni giorno era una prova, ma ogni piccola cosa nuova la aiutava, non a rimpiazzare il passato, ma a ricominciare.

E, da qualche parte nel cuore, sentiva che Marco la guardava.

E che era orgoglioso di lei.

Perché resisteva.

Perché continuava a vivere.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

two × two =

Semplicemente continuare a vivere