Cavaliere di 67 anni mi invitò a cena. Sua figlia trentenne, scavando nel mio passato, mi pose una domanda maleducata… lui restò senza parole… e io, in un attimo, scappai via.
Cera una volta Livia Paolina, una donna il cui portamento pareva solo migliorare con il tempo, rendendola ancor più elegante e forte nellanimo.
Ero rimasta vedova ormai da cinque anni. Il dolore aveva lasciato posto a una certa serenità. I miei figli un maschio e una femmina erano ormai cresciuti e avevano formato le loro famiglie; io, da più di sessantanni, vivevo sola nel mio appartamento a due stanze a Milano, riordinato con cura e attenzione ai dettagli. La solitudine non pesava: mi piaceva andare in piscina, visitare gallerie darte e avevo perfino imparato larte di preparare i bigné alla crema, che avevo sempre visto nelle vetrine delle pasticcerie francesi.
Eppure, si sa, luomo è un animale sociale. Talvolta desideravo soltanto qualcuno con cui commentare le notizie, lamentarmi del brutto tempo oppure guardare insieme in silenzio una fiction alla televisione, semplicemente sentendo una presenza accanto.
Fu così che nella mia vita entrò Vittorio Pietro, come in quei vecchi film daltri tempi. Ci incontrammo una sera alle danze per giovani di una volta, come si suol dire. Mi invitò a un valzer, senza calpestarmi nemmeno una volta un fatto più raro di quanto si possa pensare e tutta la sera riversò su di me complimenti che fecero arrossire le mie guance, ormai poco abituate a tanto garbo.
Lui aveva sessantasette anni: capelli argento, portamento fiero, camicia sempre stirata. Sembrava un gentiluomo della vecchia scuola. Mi spiegò che aveva lavorato tutta la vita come ingegnere, anche lui vedovo, e viveva con la figlia e la sua famiglia.
Livia, sei una donna straordinaria ripeteva spesso quando mi accompagnava a casa . Una perla rara, non se ne trovano più così.
La nostra storia crebbe in fretta, ma restava limpida come una mattina di primavera: passeggiate, gelati in centro, chiacchierate interminabili a telefono. Vittorio era sempre premuroso e non si lamentava mai della salute, né si azzardava a chiedere denaro e questa era una cosa che apprezzavo molto, segno di rispetto.
Dopo circa un mese arrivò il momento tanto atteso, che mi metteva una leggera agitazione: Vittorio mi invitò a cena a casa sua per conoscere la figlia.
Mia figlia, Giulia, muore dalla voglia di conoscerti mi disse il suo tono delicato . Le ho parlato tanto di te. Vieni, sarà una serata di famiglia.
Mi preparai come una ragazzina al ballo di fine anno: capelli a posto, vestito più bello che avevo nellarmadio.
La casa di Vittorio era un elegante trilocale in un vecchio palazzo milanese, soffitti alti, stucchi, odore di libri antichi e quella sottile tensione di chi aspetta qualcosa.
Mi aprì la porta Giulia. Avrà avuto sì e no trentanni, eppure dimostrava di più: figura decisa, mento pronunciato e sguardo tagliente, quasi da perito che passa al setaccio una partita di conserve andate a male.
Buonasera disse senza nemmeno accennare un sorriso . Avanti, prego. Papà sta scegliendo la cravatta da più di due ore.
Le consegnai la crostata di ricotta che avevo preparato allalba. Giulia la prese come se le stessi dando qualcosa di sgradito, poi si allontanò verso il soggiorno.
La tavola era imbandita: cristalli, insalate, piatti di lasagne fumanti. Si vedeva che ci avevano messo tutto limpegno. Vittorio uscì finalmente dalla stanza, raggiante, e subito si preoccupò di farmi sentire a mio agio:
Livia, siediti qui. Giulia, servi la nostra ospite.
Linizio della cena fu quanto mai civile: si parlava del tempo, del costo della spesa, delle ultime mostre in città. Giulia taceva quasi sempre, masticando lentamente e lanciandomi occhiate affilate come stiletto.
Sentivo crescere il disagio dentro di me; sembrava una di quelle aste di paese, dove ti mettono in vendita davanti a una folla sconosciuta.
Arrivati al dolce, quando Vittorio aveva appena versato il tè nei bicchieri, Giulia posò la forchetta, si pulì la bocca col tovagliolo e, fissandomi dritta negli occhi, chiese:
Signora Livia, posso sapere che casa possiede?
Rimasi di sasso, quasi strozzata da un sorso di tè. Era talmente fuori luogo che per un attimo pensai daver capito male.
Mi scusi? domandai, incredula.
Lappartamento. ripeté ostinata Giulia. Di proprietà? Quante stanze? Zona? A che piano?
Vittorio sembrò rimpicciolirsi, fissando con estrema attenzione la sua tazza, come se volesse scovare i segreti delluniverso nel fondo del tè.
Ehm… Un bilocale, risposi smarrita in Viale Monza. Perché lo chiede? Ha qualche relazione con la cena?
Giulia allargò le braccia, stringendo le mani sul petto:
Ma certo, signora Livia. Siamo adulti, niente illusioni romantiche. Devo sapere che garanzie ci sono.
Di quali garanzie parliamo? chiesi rivolgendo lo sguardo, a turno, a lei e poi al padre. Ma Vittorio rimaneva ostinatamente immerso nellesame della tovaglia.
Condizioni di accoglienza, tagliò corto Giulia. Lascio a lei la cura di papà. Voglio essere sicura che possa stare bene, che qualcuno si occupi di lui, che il quartiere sia tranquillo e la farmacia a portata di mano. Papà ha bisogno di serenità e di una dieta sana.
Appoggiai tazza e piattino sul tavolo. Il suono della porcellana parve un rintocco lontano che rompeva il silenzio.
Mi scusi, lascio a me? scandii lentamente. E chi le ha detto che lo voglio?
Giulia sgranò gli occhi davvero sorpresa, alzando pure le sopracciglia:
Come sarebbe? Siete qui a cena insieme. Papà non fa altro che parlare di lei. Ormai formate una coppia, è logico pensare a una convivenza, no?
Ammettiamo pure, risposi con cautela. Ma un mese è troppo poco per decidere di vivere insieme. E chi le ha detto che suo padre dovrebbe trasferirsi da me?
E dove altro dovrebbe andare? cominciò a contare sulle dita . Noi abbiamo tre stanze, sì, ma io vivo con mio marito e due figli adolescenti. Per papà è difficile con tutto quel baccano. Da lei cè silenzio, una casa per due. Soluzione perfetta.
Ne parlava come se si trattasse di lasciare il gatto a qualcuno per una vacanza.
Pensavo che ne sarebbe stata felice, continuò Giulia, visto che tacevo. Un uomo in casa fa comodo. Piccoli lavori, compagnia. E io sono più libera: meno da cucinare, lavare, aiutare coi compiti.
E poi, il papà non dà fastidio: la pensione la tiene lui, non tocco un euro. Si accontenta di poco, così avanza anche per lei.
Guardai Vittorio:
Vittorio, ma tu che ne pensi? chiesi piano. Davvero vuoi farti recapitare come un pacco perché Giulia possa stare più comoda?
Lui alzò gli occhi. Dentro cera una tale tristezza, una rassegnazione che mi fece rabbrividire.
Livia, farfugliò appena . Giulia si preoccupa, ecco tutto. In casa nostra cè troppa confusione… da te si starebbe meglio.
Mi si gelò tutto dentro. Pensavo fosse una storia damore, attenzione, interesse sincero. Invece era solo un provino per diventare una sorta di badante gratuita, convivente.
Sapete che vi dico? mi alzai. Grazie della cena. La lasagna era davvero ottima.
Ma dove va? si lamentò Giulia. Non abbiamo ancora discusso i dettagli. Quando pensa di organizzare il trasloco? Le cose sono poche, ma la poltrona preferita deve venire con lui.
Guardai questa donna forte e pragmatica, capace di disporre del padre come fosse un vecchio mobile:
Giulia, la mia voce divenne dura come il marmo di Carrara cerco compagnia per la felicità, non per risolvere i vostri problemi domestici. Non sono un centro assistenza per anziani.
Mi voltai verso Vittorio:
E tu, Vittorio, se accetti che una figlia decida per te in questo modo, non sei luomo che cerco.
Però, Livia provò a dire Vittorio, ma Giulia gli mise una mano sulla spalla, rimettendolo a sedere.
Basta così, papà! esclamò fredda. Fa niente. Papà vale oro, con una buona pensione. Se non ti va bene, qualcunaltra si farà avanti. Cè la fila di vedove nel palazzo.
Indossai il cappotto con mani tremanti; non riuscivo nemmeno ad abbottonare i bottoni tanto ero scossa. Dal soggiorno la voce monotona di Giulia arrivava come pioggia battente:
…lo dico sempre, sono tutte uguali. Vogliono soldi e svago, ma mai una responsabilità. Papà, inviteremo la signora Maria dal terzo piano ha sempre un occhio per te.
Uscendo nella sera umida e fredda di Milano, camminando verso la fermata della metro, pensavo: Meglio così, meglio scoprire la verità ora, davanti a una cena, che fra sei mesi, quando avrei forse iniziato ad affezionarmi.
La questione della casa, come diceva sempre mio padre, rovina le persone. I figli devono vivere per sé stessi, spedendo il genitore dalla brava donna della situazione. Fa comodo, pratico.
E, purtroppo, tanti accettano la paura della solitudine è dura, meglio qualcuno che niente, si dice.
Voi cosa fareste? Ho fatto bene, lasciando tutto alle spalle? Valeva la pena avere pietà di lui e accoglierlo, anche se il torto non era suo, ma solo della figlia?




