Un passo verso la felicità
Fin da piccola, Benedetta era bellissima. Bassa di statura, bionda, con un fisico invidiabile e un viso da angelo. Dopo la laurea, era rimasta a lavorare a Milano. Ma nella vita sentimentale non le andava bene. Non le mancavano gli ammiratori, ma nessuno le aveva mai chiesto di sposarlo. E ormai si avvicinava ai trent’anni.
All’inizio scherzava, dicendo che non c’era fretta. Poi si era rattristata. Il tempo, si sa, è un amico infedele.
«Forse qualcuno ti ha fatto il malocchio? Ricordi, hai fatto un torto a qualcuno?» le aveva chiesto una vecchia amica di sua madre durante l’ultimo Capodanno.
«Non ho fatto male a nessuno, non ho rubato, non ho rovinato una coppia» aveva risposto sicura Benedetta.
«Allora qualcuno ti invidiava tantissimo» aveva sentenziato zia Luisa, l’amica di sua madre.
Benedetta non aveva replicato. Era vero, qualcuno l’aveva invidiata, anche a scuola. I ragazzi non la lasciavano mai in pace. Studiava con impegno, ma l’amore lo rimandava sempre.
Sua madre l’aveva cresciuta da sola. Non erano ricche, ma nemmeno povere. La mamma lavorava a maglia. Giacche raffinatissime, calde, alla moda, di tutti i colori: Benedetta ne aveva una collezione infinita. La mamma le vendeva anche.
«Ma che dici, Luisa? Benedetta ha corteggiatori a bizzeffe. C’è solo l’imbarazzo della scelta. Meglio non affrettarsi» la difendeva la madre.
«Appunto, corteggiatori. Ma le serve un marito, o almeno un amante decente» ribatteva zia Luisa.
«E qual è la differenza?» chiedeva seccata la mamma.
Non voleva nemmeno pensare che la sua bambina diventasse l’amante di qualcuno.
«Nessuna, tranne il timbro sul passaporto, che conta per un figlio. E poi, certi amanti sono meglio di certi mariti…» E zia Luisa ricominciava con la solita storia: il suo amante le aveva comprato casa e pagato gli studi al figlio, mentre il marito ubriacone l’aveva cacciata via.
Così, Benedetta aveva deciso di non festeggiare più il Capodanno con la mamma. Ne aveva abbastanza di quei discorsi. Preferiva starsene da sola. Ma intanto le feste si avvicinavano.
Benedetta camminava con gli occhi fissi a terra per non scivolare. Si scansò per far passare una donna con il passeggino.
«Benedetta!» gridò quella, fermandosi. «Non mi riconosci? Sono Laura Moretti, ora sono Rossi» disse sorridendo.
«Laura» fece Benedetta con un sorriso forzato. «Quanto sei cambiata. Vivi a Milano? Da quanto?»
«Da tre anni. Che bello incontrarti! Avevo sentito che tu…» Laura stava per iniziare un interrogatorio.
«È tuo?» la interruppe Benedetta, per evitare domande. Le mamme adorano parlare dei propri figli. «Posso vedere?»
«Certo. È la mia piccola» rispose Laura con orgoglio, lo sguardo più dolce.
Benedetta si chinò sul passeggino. Tra un mare di pizzi, con un cappellino rosa che le copriva quasi gli occhi, dormiva una meraviglia. Lunghe ciglia su guance paffute, labbra a cuore. Un profumo di latte, sonno e lana le avvolse il viso.
«Bellissima. Somiglia al papà?» chiese.
«Sì! Quando è nata…» Laura iniziò a raccontare entusiasta.
«Scusami, ho fretta. Ci vediamo» la interruppe Benedetta, allontanandosi in fretta.
Le si era offuscato l’umore. «Dovevo proprio incontrare lei, in una città enorme. A scuola era una secchiona, insignificante. E invece, guarda un po’, sposata, figlia, felice come una pasqua. E la mia felicità dov’è finita? Gli anni passano e io sono ancora sola…» pensava.
Persa nei pensieri, arrivò a casa senza accorgersene. L’albero di Natale lo aveva addobbato una settimana prima. I primi giorni le dava gioia, ora le dava fastidio. Le ricordava che le feste erano vicine, ma non aveva nessuno con cui festeggiare.
Aveva appena cambiato vestiti e messo l’acqua per il tè, quando squillò il telefono. Era Vittorio.
«Sei già a casa, tesoro? Arrivo tra poco» disse.
Benedetta aveva voglia di mentire, dirgli che era da un’amica, di non venire. La passione era svanita da tempo, rimaneva solo abitudine. Lui era divorziato, e Benedetta non c’entrava, ma viveva ancora con l’ex moglie, per la figlia, diceva.
Sospirò, gli rispose che era a casa, e andò in cucina. Vittorio arrivò mezz’ora dopo con un regalo.
«Ecco, amore. Non si sa mai, potrei non riuscire a farti gli auguri. Ho il cenone di lavoro, devo finire il bilancio, ho promesso alla figlia di portarla ai mercatini…» disse mentre si toglieva il cappotto.
A Benedetta non importava. Ma il regalo la fece sorridere. Tirò fuori un intimo rosso e un astuccio di velluto con una collanina d’oro a forma di cuore.
«Grazie!» gli diede un bacio sulla guancia. «È bellissimo.»
Il morale migliorò.
«Io non ceno, scusa» disse Vittorio, prendendola per mano e portandola in camera…
Fu bello, ma troppo poco. Lui la baciò a lungo, poi si alzò per vestirsi.
«Quanti anni ha tua figlia?» chiese improvvisa Benedetta.
Era seduta sul letto, coperta dal lenzuolo.
Vittorio si bloccò con i pantaloni in mano. Alzò gli occhi al cielo, come per ricordare. Una gamba era già infilata. L’altra piede, con un calzino nero e pelle pallida, quasi bluastra, con peli radi, le fece ribrezzo. Sembrava fredda, come la pelle di un pollo spellato. Benedetta distolse lo sguardo. «Perché ho chiesto? Avrebbe potuto vestirsi prima.» E poi, cosa ci trovava in lui? All’inizio voleva persino sposarlo.
«Dieci, mi pare. Sì, dieci» rispose infilandosi l’altra gamba.
Benedetta si ricordava a dieci anni, magra come un chiodo, con le trecce e gli occhi grandi. Suo padre se n’era andato quando ne aveva sette. Le fece pena la figlia di Vittorio.
Quando lui finalmente se ne andò, con un ultimo bacio, lei buttò le lenzuola nella lavatrice e si infilò sotto la doccia. «Basta. Che resti con la sua famiglia» decise.
Il weekend seguente, Benedetta dormì fino a tardi, fece colazione e decise di andare a comprare un regalo per la mamma. Sarebbe andata a trovarla per l’Epifania. Aveva già comprato il filato, ma voleva anche degli stivali. Avevano lo stesso numero.
«Anche Laura, la topa grigia, si è sposata. Io sarei una brava moglie. So cucinare, lavorare a maglia. Avrei fatto un sacco di vestitini per una figlia… Perché alcuni hanno tutto e altri niente? Non voglio un milionario, solo un uomo normale che mi ami. Chiedo troppo?» Benedetta attraversò la strada senza guardare il semaforo.
Le auto suonarono frenando. Lei camminava a testa bassa, ignorando tuttoFinalmente, Benedetta si rese conto che la felicità non era in un uomo, ma in se stessa, e quel giorno decise di iniziare a vivere per sé, trovando la pace che aveva sempre cercato.




