Un piacere costoso

Un lusso molto caro

Giulia, di nuovo? Ma quanto durerà questa storia? Sembra che lavori solo per il tuo gatto!

Il gatto, che Giulia stava cercando con tutte le sue forze di infilare nel trasportino, riuscì ancora una volta a divincolarsi dalle sue mani, cadde sul pavimento e si rifugiò in un angolo dellingresso, emettendo un miagolio cupo e disperato. Dal suo sguardo, sembrava che il gatto, a cui Giulia aveva dato tanti anni fa un nome pomposo Leopardi volesse vendere la sua, secondo Matteo, inutile vita al prezzo più alto.

Era passato molto tempo da quel giorno: Leo, come Giulia chiamava affettuosamente il suo vecchio compagno peloso, viveva con lei da quasi dieci anni. Nessuno sapeva quanti anni avesse realmente il micio; Giulia lo aveva raccolto dalla strada, non era certo un gattino. Era già adulto, ma giovane, come aveva detto il veterinario a sua madre Renata il giorno in cui corsero in clinica con lanimale avvolto in un vecchio scialle da neonato.

Aiutateci, vi prego! quasi urlò Renata, ansiosa.

E dove lavete preso questo? Sembra un gatto randagio! disse la veterinaria, storcendo il naso.

E allora? È mio. E sta male, lo vedete! Cosa aspettate? I miei soldi sono diversi da quelli di chi porta qui i gatti di razza?

Renata, in quel momento arrabbiata e stanca, aveva un tono che non ammetteva repliche. E aveva ragione.

Renata Greco era una donna caparbia, come poche. Crescere una figlia senza un padre, accudire due genitori anziani e tutto con lo stipendio di una maestra dasilo: ci volevano i denti. Ce li aveva, e sapeva usarli, ma senza mai perdere la sua innata gentilezza. Amava i bambini e i gatti. E anche i cani, magari, sebbene ne avesse una certa paura fin da piccola.

Renata non si lasciava calpestare da nessuno: né dalle comari del cortile, né dai genitori dei suoi alunni, né dagli sconosciuti che pensavano che una donna sola fosse facile preda. Eppure riusciva sempre a ottenere ciò che voleva senza urlare né offendere. Sapeva trovare la parola giusta, quella che faceva ragionare anche la persona più ostile. Bastava un momento, e chi poco prima protestava con lei finiva per confidarsi, raccontarle le proprie sventure. Poi Renata ascoltava, annuiva compassionevole. Alla fine, tutti la ringraziavano e andavano via quasi sollevati.

Nemmeno lei sapeva come ci riuscisse. Forse perché, anziché parlare sopra gli altri, ascoltava davvero chi aveva davanti.

Ma questa dote con chi le era vicino sembrava non funzionare.

Il marito era scappato una settimana dopo il matrimonio. Sua madre diceva scherzando che già era resistito tanto.

Fa male, certo, ma Renata decise che forse un po di ragione la mamma ce laveva: Con una come me la famiglia non si costruisce E, mentre lui se ne andava, le disse ridendo in faccia: Da te a diventare donna, ci passa quanto da me a fare il ballerino!

Renata soffrì, ma due mesi dopo scoprì di aspettare un figlio. Ecco, almeno quello, la rendeva finalmente orgogliosa: Gli uomini figli non li fanno!.

La nascita di sua figlia fu levento che attese con più emozione di ogni altra festa della sua vita. Era il primo vero giorno di festa della sua vita grigia e sobria.

Sua madre non fu daccordo con la scelta di Renata di crescere la bambina da sola.

Ma chi te lo fa fare, Renata? Un peso enorme! Sei giovane, bella. E le possibilità le avresti pure Ma così? Finirai a mangiare pasta e patate tutta la vita! Fare un figlio è un lusso. Questo lo capirai solo dopo!

Mamma, ma non è quello che abbiamo sempre fatto noi?

Appunto! E secondo te è stato bello?

Renata ci pensò su, ma stavolta qualcosa dentro di lei si ribellò. Se solo si fosse lasciata convincere, una cupa oscurità lavrebbe avvolta. Come si poteva eliminare ciò che già sentiva suo dentro? Il pensiero le pareva insopportabile.

Fu la nonna materna a risolvere il tormento. Andò in città, con il suo foulard buono, e disse senza esitazione:

Fallo, Renata. Io ti aiuto!

Ma e il nonno, da solo in paese?

Se la cava. Se proprio no, viene anche lui.

Sul tavolo mise un involto di lino ricamato: dentro cera una quantità di euro che Renata non aveva mai visto tutta insieme.

Il nonno ha venduto la casa. Adesso puoi comprarti un appartamentino. Più in là sarai autonoma.

Nonna, non posso

Puoi, e devi, Renata! Ora pensa a tua figlia. Nessuno penserà a lei meglio di te, ricordatelo.

Quellaiuto fu la goccia che fece traboccare il vaso tra Renata e sua madre. La nonna parlò a lungo con la figlia, ma non riuscì a convincerla: Troppa fortuna, in un colpo solo? E chi mai riceve casa, appoggio, soldi e una famiglia tutta attorno?. Ma Renata non aveva fatto nulla di male; solo la vita era andata così.

Quando in un carro trainato da due cavalli solo uno tira Chi va avanti? disse la nonna. E poi, lui è pure stallone, due volte responsabile!

Alla fine la nonna trovò un appartamento grande, da ristrutturare; ma con la sua esperienza di mercati e affari, gestì i lavori e le trattative.

Che credevi? Gli anni sui mercati, cara, non sono passati invano.

Tutto fu pronto alla nascita di Giulia, arrivata leggermente in anticipo. Renata, provata, capì che non avrebbe mai trattato sua figlia come aveva fatto la madre con lei.

Certo, tua nonna ti coccola, hai la casa Io invece non posso nemmeno entrare a trovare mia nipote! brontolava la madre.

Dai, mamma, vieni quando vuoi. Ma niente scenate

Già! Si spaventa! Ma cosa vuoi che senta una neonata?

Ma Renata sapeva che la dolcezza era la via: Non sarò come te!.

Facile a dirsi, più difficile a farsi. Giulia non era capricciosa, ma aveva carattere da vendere.

Mamma, posso avere una caramella? chiedeva con gli occhioni scuri.

Dopo pranzo, tesoro!

Nemmeno una piccola?

No, è meglio di no.

Però, dopo pranzo, due? Se mangio tutto!

E Renata rideva. Erano piccole cose, ma formavano il carattere di Giulia, che imparò presto che i capricci non portano lontano. Anche con la nonna riusciva ad addolcire i toni.

Nonna, non arrabbiarti! Le rughe ti vengono Vieni qui!

La faceva sedere e la accarezzava sulla fronte: Così va meglio, sei di nuovo bella!.

Col tempo tutto si sistemò. Renata lavorava, la nonna e il nonno che dopo aver venduto tutto venne ad abitare con loro badavano a Giulia.

Quando la nonna iniziò a stare male fu un duro colpo, ma fu proprio in quel periodo che Giulia trovò Leo. Un giorno scomparve tornando da scuola; dieci minuti dopo, però, ricomparve con un piccolo fagotto grigio, un gatto mezzo morto, salvato a fatica dalle zampe di alcuni cani.

La portarono di corsa dal veterinario; fu un miracolo che il gatto si salvasse. Renata sussultò vedendo il prezzo della cura.

Con questi soldi ci pagavi due persiani! mormorò tra sé. Ma pagò comunque.

A fine mese i soldi finirono, tra medicine per il gatto, la nonna, e il compleanno imminente di Giulia. Era rimasta quasi al verde.

Mamma, posso chiederti una cosa? Giulia, uscita dal letto di soppiatto, labbracciò forte.

Cosa cè, amore?

Non voglio regali. Lasciamo qui il gattino. Lui sarà il mio regalo

Renata sorrise dolcemente. Leo ormai si era accasciato fiducioso vicino a lei, rifiutando tutte le sistemazioni che aveva tentato di offrirgli. Non cera bisogno di dirlo: Leo sarebbe rimasto.

Fu sorprendente come quel gatto, cresciuto nei bassifondi, si abituò alla casa in un attimo. Addirittura, si legò subito agli anziani, stava sempre accoccolato vicino alla nonna.

Larrivo di Leo segnò anche una svolta per Renata: stanca di vivere con lo stipendio da maestra e due piccole pensioni, trovò finalmente il coraggio di cambiare lavoro. Grazie a una conoscenza diventò tata in una buona famiglia. Da allora, il lavoro non mancò mai e ogni passaggio da una casa allaltra faceva crescere lo stipendio. Ogni sera, tornata stanca, Renata accarezzava Leo, grata.

Leo, grazie! Se non ci fossi stato tu

Leo rispondeva con le fusa, accarezzandole la mano, ma il cuore era ormai tutto per Giulia. Presenziava ai compiti, consolava durante i momenti bui, vegliava silenzioso nei giorni dei grandi addii, prima la nonna, poi il nonno, morti a pochi mesi di distanza. Il tempo passava, Giulia cresceva, Renata finalmente si innamorò di nuovo di un uomo buono: si sposò di nuovo, e nella nuova famiglia ognuno trovò il proprio posto. Il marito adorava Renata e ben presto conquistò anche la suocera, mettendole addirittura lauto con autista a disposizione.

Adesso sua mamma, nuova regina del quartiere, si pavoneggiava tra le vicine, portando un vassoio di piantine:

Il genero viene a prendermi, andiamo in campagna!

Ormai Giulia, diventata adulta, frequentava luniversità ma preferì restare nellappartamento dovera cresciuta. Lì portò il suo ragazzo.

Accidenti, Giulia! Ma quanta stanza hai?

Esagerato!

Aspetta cosè quello?!

Uno sbuffo, un miagolio rauco e Leo uscì dalla stanza di Giulia pronto allattacco. Matteo balzò spaventato, inseguito da Leo. Tra i due non nacque mai feeling: Matteo proprio non sopportava il gatto, e appena poteva lo teneva alla larga.

Passò un anno, Giulia e Matteo si sposarono. Ma tra loro qualcosa si incrinò. Matteo cominciò a farle delle osservazioni che a Renata avrebbero fatto venire i brividi: tutto un déjà-vu.

Ma che moglie sei, Giulia? Questa non è pasta e fagioli, è acqua rossa! Non sai nemmeno cucinare?

In cucina, Giulia se la cavava benissimo, ma Matteo aveva occhi solo per criticare. Lunico pretesto rimasto era Leo.

Cosha che non va stavolta?! esclamò Matteo, vedendo il conto del veterinario. Sei impazzita? Ma nemmeno per me spendi tanto! È solo un mucchio di pelo!

Leo non è un mucchio di pelo! È parte della famiglia!

Della TUA famiglia, non della mia! Anzi, non lo voglio nemmeno vedere!

Ma che dici?!

Lhai sentito! Se succede ancora, giuro che lo butto fuori!

Quel giorno Giulia aveva appena scoperto di essere incinta, ma tacque. Leo, anziano ormai, ebbe ancora un problema e Giulia si preparò a portarlo in clinica. Matteo, rientrato dalla corsa mattutina perché la salute, diceva, era importante vedendola, sbottò: buttò la scarpa contro il muro.

Basta! Di questo animale dobbiamo sbarazzarci. Spendi troppo per una pelliccia inutile! Fuori da casa mia!

Solo se esco anche io! Giulia, di solito calma, stavolta ribatté con decisione. Forse erano gli ormoni, forse finalmente il cuore.

Tutte e due, allora! Sono stufo! Perché devo sopportare tutto questo?!

Qualcosa cambiò per sempre nellaria tra loro due. Giulia capì, proprio in quel momento, che non era quella la famiglia che voleva costruire per il suo bambino.

Non lo ricordò nemmeno a Matteo, che quella era casa sua. Raccolse le chiavi dallimpermeabile del marito, le strinse in mano e poi aprì la porta.

Aspetto un figlio. Non posso permettermi stress e litigi. Il gatto lo capisce, tu no. Esci, per favore. Ora. Quando ti sarai calmato potremo parlare. Ma vivere insieme, no. Se sono sacrificabili per te le creature che ho amato quasi tutta la vita, domani cosa farai di me? È chiaro che i miei sentimenti non contano. Cè stato molto di buono tra noi. Ma ora cè troppo di brutto. Basta. Ora devo portare Leo dal veterinario. Sta male e io sono responsabile per lui. Così devessere.

Matteo non protestò. Si infilò giacca e documenti nella borsa, sbatté la porta e se ne andò.

Giulia, stringendo il trasportino, attese che Leo entrasse, questa volta senza opporsi, e gli sussurrò:

Pronto? Andiamo! È tempo di cambiare! Si comincia dalla tua salute

Leo si riprese. Certo, gli anni si facevano sentire, e Giulia avrebbe dovuto ancora preoccuparsi, portarlo più volte in clinica ma ormai sapeva che la piccola che aspettava avrebbe avuto nella vita il miglior angelo custode peloso che potesse desiderare.

E la figlia di Giulia, che avrebbe chiamato Chiara, avrebbe cresciuto accanto a quel micio una bambina serena, amata da tutti. Renata, ormai nonna, spiegò a Giulia che Chinara sarebbe stato un nome perfetto: Consigliati anche con Matteo. È vostra figlia, e anche se tra voi è finita, lei resterà sempre con voi.

Col tempo, Giulia e Matteo riuscirono con fatica a mantenere un dialogo civile per il bene di Chiara. Matteo ringraziò perfino Giulia:

Ti ringrazio per non aver messo lorgoglio prima di nostra figlia. Io ci sarò, sempre.

Così Chiara crebbe a due case, ma non si chiese mai perché il mondo dei grandi fosse così complicato. Per lei andava bene così: due lettini, due coniglietti, una nonna Renata e una nonna Elisabetta, e tanto tanto amore. Tanto che, crescendo, trasmise questo calore anche agli adulti, unendo la famiglia come aveva fatto sua mamma da bambina.

Solo Leo sapeva tutta la verità su di lei. Ma non lo disse mai, non perché non sapesse parlare, ma perché non serviva: tutti vedevano già che dove la mamma-gatta è dolce, anche i gattini crescono sereni.

Un giorno, Chiara da grande si chinò sul lettino del suo bambino, gli accarezzò la guancia, proprio come avevano fatto sua mamma, sua nonna e la bisnonna prima di lei, e sussurrò:

Ciao, amore mio. Ti ho aspettato tantoFu allora che sentì un leggero tocco sulle dita. Il piccolo, nel sonno, serrò a pugno la sua manina intorno allindice di Chiara, come se volesse trattenerla ancora per sé, come tutte le madri della sua famiglia avevano fatto con i loro cuccioli.

La luce del tramonto entrava dalla finestra, dorata come miele, e si posava sulla foto sbiadita sul comodino: una Giulia sorridente, una Renata fiera e un vecchio Leo dallaria saggia, raccolto tra le braccia di una famiglia che avevano costruito un poco per volta, pur tra tanta fatica. Il tempo aveva insegnato loro che anche le case più solide si costruiscono sulle rinunce, ma ancora di più sulla gentilezza. Amore, ostinazione e qualche miagolio testardo erano bastati per superare notti difficili e trasformarle in memorie da portare sempre nel cuore.

Adesso Chiara lo sapeva: essere famiglia non era una questione di legami perfetti, né di storie senza intoppi, ma di quella tenera, feroce dedizione che fa restare, giorno dopo giorno, anche quando sembra impossibile. Guardando suo figlio dormire, con accanto il nuovo gatto acciambellato un randagio bianco le aveva seguito fino a casa qualche mese prima Chiara sorrise, sentendo finalmente tutta la forza di uneredità fatta di errori, coraggio e abbracci silenziosi.

Fu in quel momento che, dalle sfumature tranquille della sera, le sembrò di udire un profondo, familiare ronfare che attraversava il tempo: era Leo che vegliava, ancora una volta, sulle donne (e ora anche sui bambini) della sua casa. E capì che non cè lusso più caro e prezioso di chi, senza far rumore, resta.

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