Un piacere costoso
Giulia, di nuovo? Ma quanto si può andare avanti così? Sto lavorando solo per il tuo gatto!
Il gatto, che Giulia affannosamente cercava di far entrare nel trasportino, si dimenò, sgusciò tra le sue mani come unanguilla e cadde sul pavimento; subito dopo si rifugiò nellangolo dellingresso, ululando con un suono profondo e lamentoso. A guardarlo, sembrava proprio che il gatto a cui Giulia, anni e anni fa, diede il romantico nome di Dante, avesse deciso di difendere la sua vita inutile, almeno secondo Matteo, ad alto prezzo.
Anni fa, perché Dante, che Giulia chiamava teneramente Dantino, viveva con lei da ormai dieci anni. Letà reale del gatto Giulia non poteva saperla: lo aveva raccolto dalla strada, già adulto, anche se ancora giovane, come avevano stabilito i veterinari alla clinica quando lei lo portò con sua madre, Aurora.
Aurora, la madre di Giulia, si era fiondata dal veterinario stringendo tra le braccia il gatto avvolto in una vecchia coperta di lana, strattonando la figlia dietro di sé.
Salvatelo!
Ma dove lavete preso questo mostro? la veterinaria storceva il naso È proprio un gatto randagio!
E allora? Che importa? È il mio gatto! Aiutatelo, si vede che sta male! Perché aspettare? I miei euro nel portafoglio sono forse diversi da quelli dei clienti che portano i persiani?
La rabbia di Aurora mise in fuga qualsiasi tentativo di opposizione da parte della veterinaria, che alla fine pensò bene di lasciar perdere.
Aurora Esposito era una donna straordinariamente testarda. E con la vita che aveva, come darle torto? Aveva cresciuto una figlia senza un padre, curato due genitori anziani e tutto questo con lo stipendio, magro, di uneducatrice dasilo. Altro che peli sullo stomaco!
Aurora sapeva sempre difendere sé stessa, ma anche chi aveva accanto. Amava i bambini, e anche i gatti, e talvolta cani, nonostante ne avesse timore sin dallinfanzia.
Non lasciava mai correre: né con le vicine di casa, né con i genitori dei bambini del suo nido, né con chi per strada pensava che una donna così minuta e sola fosse una facile preda. Ma lo faceva con una straordinaria dolcezza: non urlava, non si arrabbiava, trovava sempre la parola giusta che apriva una crepa nel cuore degli altri, e la lite andava subito a scemare, sostituita da confidenze, scuse, riconoscenza. Aurora ascoltava davvero le persone. Forse era per questo che le veniva naturale.
Chissà.
Eppure quel suo dono non funzionava coi familiari. Aurora non riusciva a intendersi con chi le era vicino.
Il marito laveva abbandonata una settimana dopo il matrimonio. La madre di Aurora ci scherzava sopra:
Ha resistito fin troppo!
A sentirlo dire bruciava, ma Aurora ammise che sua madre forse aveva ragione. Con una come lei, non si costruiva niente. Il marito, lasciandola, le aveva detto ridacchiando:
Da te donna come da me un ballerino!
Certo, Aurora ci soffrì. Ma dopo poco seppe di aspettare una bambina. Si tranquillizzò: almeno quello, era ancora rimasto un fatto tutto femminile!
La nascita della figlia la attendeva come il Natale. La sua vita era stata così piatta, così povera di festeggiamenti. Ma adesso
Sua madre però non la sostenne affatto.
Ma cosa ti serve, Aurora? Sarà un peso! Sei giovane, sei ancora bella, qualche prospettiva ce lhai. Ma una volta che lhai partorita? Ti toccherà campare a pasta e riso, e condannare tua figlia allo stesso! I bambini sono un lusso, Aurora! Non lo capisci ora, ma capirai!
Mamma ma non siamo vissute già noi così?
Appunto, Aurorina! E cosha portato di buono?
Aurora ci pensò. Era abituata a obbedire a sua madre, ma stavolta, qualcosa dentro di lei diceva di no. Immaginare di non avere la bambina la faceva sentire soffocare. Come si poteva eliminare qualcosa che già sentiva suo, pronto a dare un senso nuovo a tutto?
La decisione gliela fece prendere la nonna. Dimprovviso piombò in città, avvolta nel suo scialle delle feste, e dichiarò:
Partorisci, Aurorina! Ti aiuterò io!
Nonna! E il nonno? Da solo in paese?
Tesoro, ha ancora forza! Se non regge, lo portiamo qua, no?
Uno strofinaccio pulito e riccamente ricamato fu depositato sul tavolo: Aurora riconobbe il canovaccio che aveva ricamato da ragazzina per lonomastico della nonna.
Ricordi? Aprilo!
Dentro cerano più soldi di quanti Aurora avesse mai visto. Tanti euro, che bastavano per prendere un piccolo appartamento. Il nonno aveva venduto la casa di famiglia: stavano rifacendo la strada, e i terreni lì adesso valevano.
Nonna, non posso
Certo che puoi! Non discutere! Non per me, per tua figlia. Chi se ne prenderà cura, se non la madre?
Quella decisione fece traboccare il vaso: Aurora e sua madre non si parlarono per mesi. E la nonna restò a rassicurarla.
Alla fine la casa venne acquistata, una casa depoca di quattro stanze, da rimettere a nuovo. La nonna, che aveva passato la vita sui mercati, trattò sul prezzo, ottenne uno sconto e diresse i lavori dei muratori napoletani con fermezza e occhio attentissimo.
Che credi, tesoro? Meglio vendere al mercato che coltivare patate!
Dopo due mesi, Aurora entrò in punta di piedi nella sua stanza nuova: la culla era già montata accanto al letto. E lei scoppiò a piangere.
Sciocca! Adesso si festeggia! la nonna, risoluta, le asciugò le lacrime e la trascinò in cucina.
Giulia nacque in anticipo. Aurora era in ansia, ma tutto andò bene, la bimba crebbe forte e soprattutto dolce. Aurora aveva giurato a sé stessa che mai avrebbe fatto soffrire sua figlia come aveva sofferto lei, tra urla e rimproveri continui.
Tua nonna è la tua preferita, eh? Ti regala la casa, ti coccola il nipotino, e io chi sono? Neanche mi fate entrare in casa, eh!
Mamma, puoi venire quando vuoi. Ma per favore, senza litigare: Giulia si spaventa.
Lei ha ancora il mondo alla rovescia, poverina! E tu invece sempre tranquilla!
Mamma, non parli urli
E Aurora tratteneva le lacrime. Sapeva di star facendo bene, proprio per non ripetere gli errori della madre.
Ma era difficile. Giulia aveva il suo bel carattere. Mai capricciosa, ma determinata.
Mamma, posso avere una caramella?
Dopo pranzo, Giulia.
Nemmeno una piccolina?
Nemmeno.
Va bene, mamma! E dopo pranzo due?
Aurora rideva. Alla fine le dava davvero due caramelle dopo il piatto vuoto.
Così Giulia imparava che le urla non servivano a nulla. E anche la nonna, dopo qualche tempo, si calmava, complice la tenerezza della nipotina che le lisciava le rughe testardamente, con le sue ditine.
La famiglia si assestò. Aurora lavorava, i nonni si trasferirono in città e si occuparono della nipotina insieme.
Poi la nonna si ammalò. La scienza non prometteva nulla, e Aurora capiva da sola cosa sarebbe successo. La nonna le disse:
Perché andare fino a Milano? Non cè bisogno. Ho vissuto abbastanza. Mi preoccupa lasciarvi, lasciar solo il nonno. Non lasciatelo!
Giulia portò a casa un gatto proprio in quei giorni. Quello fu il giorno in cui Giulia, uscendo da scuola, scomparve per unora intera: il nonno la perse di vista per appena due minuti, ma al suo arrivo sotto casa, non cera. Tutto il quartiere la cercava quando Giulia tornò, stravolta, con il gattino moribondo in braccio. Aurora non fece domande, si limitò a prendere una coperta e correrlo dal veterinario.
Il gatto era malridotto, ma le ferite si sarebbero rimarginate. Il conto, invece, lasciò Aurora senza fiato.
Con questi soldi ci compravi due Maine Coon
Pagò lo stesso, poi, rientrata, si accorse che i soldi sarebbero a malapena bastati per arrivare a fine mese, senza contare medicine per il gatto, la nonna e il compleanno della figlia che si avvicinava.
Quella sera, quando era già tardi, Giulia la raggiunse in cucina.
Mamma, posso chiederti una cosa? Io, per regalo posso tenere Dante? Lui sarà il mio regalo
E Aurora acconsentì, guardando quel batuffolo grigio che si arrotolava ai suoi piedi e cercava il calore.
Stranamente, Dante si ambientò velocemente. Non dava noie, si affezionò anzitutto ai nonni, seguiva la nonna passo passo e sembrava aver portato in casa una fortuna diversa.
Aurora, pagato il conto dal veterinario, decise che non ne poteva più: sopravvivere con la paga dellasilo e due pensioni era un limbo. E così, grazie anche a una conoscenza, trovò lavoro come tata in una buona famiglia fiorentina. Da quel giorno nessuno la lasciò più senza impiego: le famiglie se la passavano di casa in casa come una reliquia, e lo stipendio cresceva a ogni passaggio.
La sera a casa, accarezzava Dante.
Grazie, Dantino. Senza di te
Dante le rispondeva con il suo ron ron, guardando con aria complice Giulia, per la quale era davvero diventato una presenza indispensabile, sedendosi sempre con lei durante i compiti o dormendo sulla porta nei tempi duri.
Fu con lei quando la nonna si spense, fu con lei quando il nonno la seguì poco dopo, e fu con lei quando, quasi per caso, Aurora incontrò un uomo meraviglioso e, dopo tante paure, si sposò di nuovo.
Il marito di Aurora la viziava, ammirandola come nessuno aveva mai fatto. In breve tempo divenne lidolo di sua suocera: le cedeva anche la Fiat Punto per andare allorto, con conducente.
Mia nuora, vedete? Adesso mi porta lui in campagna! diceva la madre di Aurora orgogliosa alle pettegole del cortile.
Giulia era ormai al liceo, viveva sola in casa. Fu lì che portò il suo fidanzato.
Ammazza, Giulia, ma questa è una reggia!
Esagera
Quanta roba! E questo che è?
Dante, ormai vecchio, sibilò e corse addosso al ragazzo, che saltò via sbigottito.
Allontanalo! Ti prego!
Da allora, tra Matteo così si chiamava il fidanzato e Dante guerra aperta: Matteo trattava male il gatto appena Giulia voltava le spalle.
Passò un anno, e si sposarono. Ma le cose, tra loro, cominciarono a scricchiolare. Matteo la rimproverava senza sosta, con le stesse stoccate che aveva sentito usare da sua nonna.
Ma che donna sei? Questa sarebbe la pasta fatta in casa? Sei proprio negata! Che moglie sei?
Giulia aveva imparato a cucinare proprio dalla nonna: non era incapace, e lo sapeva bene. Ma quando Dante iniziò ad ammalarsi, Matteo trovò il bersaglio perfetto.
Ma quanto costa curare questo coso? sbraitò dopo aver visto la fattura della clinica veterinaria Giulia, ma sei impazzita? Nemmeno per me spendi tanto, e quello è solo un mucchio di peli!
Matteo, Dante è di famiglia!
Di chi? Della mia certo no! Al massimo lo butto in strada io!
Come puoi?
Hai capito bene. Se succede ancora, lo mollo fuori!
Giulia, che quella mattina aveva scoperto di essere incinta, inghiottì ogni parola: avrebbe chiarito a tempo debito.
Ma Dante, ormai anziano, ebbe una ricaduta proprio la mattina seguente. E lei, di nuovo, si mise a preparare il trasportino, sorpresa da Matteo che rientrava dalla corsa mattutina.
Per la sua salute, Matteo aveva il chiodo fisso. Appena seppe che bisognava spendere ancora per il gatto, perse il controllo:
Basta! Di questo animale non ne voglio più sapere! Non spenderò mai più un euro per questa pelliccia inutile! Fuori di casa!
Solo passando sul mio cadavere! Giulia, calma di solito, scattò come mai prima. Sarà stato per gli ormoni, o per lesasperazione.
E sia! Allora vattene anche tu! Ho abbastanza di tutto questo!
Qualcosa si spezzò: Giulia comprese che non poteva più rimanere in una casa in cui chi aveva condiviso tutta la sua vita poteva essere buttato fuori senza un pensiero.
Non ricordò nemmeno a Matteo che quella era casa sua. Non disse niente: pescò dalla giacca di lui le chiavi, aprì la porta e si voltò.
Aspetto un bambino, non posso agitarmi. Dante lo capisce. Tu no. Vai via, adesso. Quando ti sarai calmato potremo parlare, ma da marito e moglie è finita. Se il gatto può essere cacciato così, lo sarò anchio, quando mi troverai dintralcio. Non posso rischiare. Ci sono state tante cose belle, grazie, davvero. Ma ora troppe brutte. Non servono. Raccogli le tue cose poi. Ora devo portare Dante dal veterinario.
Matteo non protestò: buttò la giacca e i documenti nella borsa della palestra e sbatté la porta.
Giulia sentì che il suo annuncio della gravidanza non lo aveva scalfito minimamente: lunico pensiero era liberarsi del gatto.
Prese il trasportino, si accertò che Dante ci si accomodasse, lo guardò negli occhi:
Pronto? Andiamo! È ora di cambiare strada. Cominciamo dalla tua salute!
Dante si riprese, certo letà si faceva sentire, e ancora sarebbe stato necessario ricorrere al veterinario, ma ormai era parte del destino della famiglia. Un giorno, solo la figlia di Giulia avrebbe potuto accarezzare la coda di Dante senza rimproveri.
Nessuna tata sarebbe mai stata migliore di Dante. Bastava una zampa morbida e la bimba rideva e sprofondava nei sogni.
Giulia pensò di chiamare sua figlia Aurora come la nonna, ma la mamma la convinse:
Parla con Matteo, è anche sua figlia, nonostante tutto. Non vivrete insieme, ma questa bambina ha diritto a vedere tra voi concordia, almeno per lei. Sarà difficile, ma per lei vale la pena.
E Giulia ascoltò la madre, sorprendendo anche Matteo:
Non credevo avessi questa saggezza
Si cresce, Matteo. Che dici?
Ti dico grazie. Per non aver messo te stessa davanti a nostra figlia.
Matteo mantenne la parola. La piccola Antonella visse tra due case: due letti, due peluche, una nonna Aurora e una nonna Silvia. Ma una sola grande, calda, tumultuosa famiglia che le permise di credere, a ragione, che chi ama davvero una bambina non smette mai damare neanche chi le sta attorno. Così come Giulia da bambina aveva saputo riunire tutti, a modo suo.
E solo il vecchio Dante sapeva ogni cosa di Antonella, ma non lo avrebbe confessato mai. Non perché non potesse parlare, ma perché non serviva.
Chi aveva avuto una mamma-gatta così, sapeva bene: sarebbero nate gattine tenere e forti.
E Antonella, tra i sogni, avrebbe accarezzato la guancia dei suoi figli, un giorno, proprio come la mamma aveva fatto con lei, e come la nonna e la bisnonna prima ancora, sussurrando:
Ciao, piccolino. Ti ho aspettato tantoE quando le notti sembravano troppo lunghe o i giorni troppo in salita, tra tappeti stesi e qualche sparuto gioco lasciato per terra, il suono di un ron ron familiare riempiva ancora la casa. Nessuno, nemmeno Antonella cresciuta ormai, avrebbe mai creduto che fosse davvero il vecchio Dante ma ogni tanto, nel silenzio della sera, qualcuno sentiva un passo ovattato attraversare la camera, una presenza leggera sfiorare il bordo del letto, e un calore misterioso assestarsi sul cuore.
Così la famiglia continuò a tramandarsi storie di gatti saggi e donne coraggiose, di nonne che barattavano sogni ai mercati e di madri che sapevano ancora ascoltare. E in quella casa, anche quando sembrava che non ci fosse rimasto più nessuno, un paio docchi avidi e malinconici osservavano dal fondo dei secoli, certi che, un giorno, una nuova bambina avrebbe spalancato la porta e gridato commossa:
Guarda, mamma, lho trovato io! Lui è il mio Dante.
E il ciclo avrebbe avuto inizio ancora una volta, con il rombo sommesso di un affetto antico come il tempo.




