Posto Vuoto
Sei diventata un posto vuoto, Caterina. Capisci? Vuoto. Un posto.
Lo disse con voce piatta, quasi senza inflessione, come se stesse leggendo la lista della spesa. Era vicino alla finestra, di spalle, e guardava nel cortile. Fuori, qualcuno portava a spasso un cane, un bassotto fulvo, che tirava festosamente il guinzaglio verso una pozzanghera.
Caterina Bianchi era seduta sul divano con una tazza di tè tra le mani. Ormai era freddo da almeno venti minuti, ma continuava a tenerla in mano, perché non sapeva dove mettere le mani.
Cosa vuoi dire? chiese piano.
La voce le uscì debolissima, quasi inesistente.
Quello che ho detto. Marco finalmente si girò. Lespressione sul viso era annoiata, quasi stanca, come quella di chi è costretto a spiegare lovvio. Ti guardo e non vedo nulla. Vuoto. Grigiore. Cammini, cucini, dormi. Sei come un mobile, Caterina. Un buon mobile, robusto, ma sempre un mobile.
Caterina posò la tazza sul tavolino. La porcellana tintinnò piano sulla superficie di legno.
Dieci anni, disse lei.
Cosa dieci anni?
Dieci anni che viviamo insieme.
E allora? Lui sollevò le spalle, attraversò la stanza e si sedette sulla poltrona di fronte. Dieci anni, abbastanza per capire che oltre non ha senso. Non voglio più vivere così. Voglio fece una pausa, cercando la parola. Voglio sentire qualcosa. E tu non mi fai sentire nulla. Non mi ispiri. È come se tu non fossi qui, anche se sei seduta proprio qui.
Caterina sentì che dentro di sé, qualcosa di piccolo e ostinato cominciava a piegarsi lentamente.
Dove dovrei andare, Marco?
Non è più un mio problema. Accavallò le gambe. Lappartamento è di mia madre, lo sai. Quindi legalmente non hai diritti. Non ti sto cacciando via subito, ma una settimana basta? Troverai qualcosa.
Una settimana, ripeté meccanicamente.
Bene. Prese il telefono dal tavolino e iniziò a scorrere lo schermo. Per lui la conversazione era ormai finita.
Caterina si alzò. Andrò in camera, chiuse la porta dietro di sé, si sdraiò sopra il copriletto e fissò il soffitto. Il soffitto era bianco, con una piccola macchia nellangolo che aveva intenzione di coprire da almeno due anni. Non lo aveva mai fatto.
Dalla stanza accanto, il televisore trasmetteva qualcosa di poco udibile. Marco aveva già trovato come distrarsi.
Non pianse. Rimase semplicemente sdraiata a guardare quel soffitto bianco, silenziosa, come una casa subito dopo che un vetro è andato in frantumi.
***
La settimana si trascinò in un tempo strano, torbido. Marco quasi non cera, tornava tardi, usciva presto. Non si parlavano più. Fare le valigie fu umiliante per la sua facilità: di cose realmente sue, in quell’appartamento, cerano poche. Qualche vestito, il cappotto invernale, una scatola di vecchie fotografie, delle riviste di cucito che teneva per abitudine, anche se non le sfogliava da anni.
Alla fine, prese anche le riviste.
Poi, chiamò la zia di sua madre, zia Rita, che non vedeva dai tempi del funerale della mamma, sette anni prima. La zia ascoltò, fu muta a lungo, poi disse:
Vieni quando vuoi. Una camera cè, piccola ma cè. Starai qui finché non ti sistemi.
Zia Rita abitava a Lambrate, alla periferia di Milano, dove lautobus passava una volta allora e il piccolo alimentari Pane e Salame era lunico negozio per quattro isolati. Caterina non aveva mai amato quel quartiere. Palazzi anni Sessanta, balconi scrostati, tigli che destate imbiancavano tutto con i loro semi.
Arrivò in un venerdì sera, con due borse e una valigia.
Mamma mia, come sei dimagrita, disse zia Rita aprendole la porta. Era bassa, un po tonda, il viso segnato dalle rughe, profumava di brodo e lavanda. Dai, entra. Hai fame?
No, zia.
Devi mangiare, tagliò corto lei e andò in cucina.
La stanza era piccola, con un divanetto, un armadio antiquato e una finestra che dava su un muro cieco. La carta da parati era sbiadita, un tempo forse azzurra. Sul davanzale, tre vasi di gerani, vivi e robusti, rosso fuoco.
Caterina posò le borse, si sedette sul divano. Le molle cigolarono.
Vuoi il tè? gridò la zia dalla cucina.
Sì, grazie.
Solo lì, in quella stanzetta coi gerani, lasciò finalmente uscire le lacrime.
***
Seguì un periodo lungo e difficile.
Di quelli per cui al mattino non hai voglia di alzarti, senza sapere per cosa. Si svegliava presto, alle sei, rimaneva a letto ascoltando il tintinnio del bollitore della zia, il rumore dei tram fuori dal portone. Poi si alzava, si lavava, andava in cucina, beveva il tè guardando il muro fuori dalla finestra.
Zia Rita era una donna saggia. Non faceva domande, non dava consigli, non diceva passerà o troverai di meglio. Le cucinava la pasta e fagioli, le lasciava guardare la TV, e ogni tanto, la sera, tirava fuori un mazzo di carte e diceva:
Facciamo una partita a scopa?
E così giocavano. In silenzio, quasi senza parole.
Caterina aveva pochi risparmi. Prese tutto dal conto: mille ottocento euro. Con quelli poteva vivere un mese, massimo due, con calma e senza lussi. Lavorava ancora part-time come contabile in una piccola impresa edile: andava in ufficio tre volte a settimana, sistemava i documenti, riceveva i suoi mille cento euro al mese. Di quelli, una parte la dava a zia Rita per la camera, anche se allinizio la zia non voleva saperne. Alla fine, Caterina le lasciò una busta sul tavolo della cucina e scomparve in camera, senza dare la possibilità di rifiutare.
Le sere erano il momento più duro. Rimestava i ricordi: dieci anni non sono pochi. Dieci anni di colazioni, cene, influenze, Natali, viaggi al mare, liti e riconciliazioni. E lui vedeva il vuoto. Forse era davvero diventata vuota, o forse lo era lui, o entrambi.
Qualche volta scorreva sul telefono le vecchie chat con Marco, le foto della vacanza in Sardegna di tre anni prima. Si vedevano abbracciati, ridevano. Non ricordava neanche di cosa.
In quelle sere si infilava sotto le coperte, la testa ben nascosta.
Un giorno, la zia guardò dentro la stanza:
Caterina, dormi?
No.
Ti sento. Pausa. Hai fame?
No.
Allora buona notte. Unaltra pausa. Hai presente che anchio ne ho cacciato fuori uno, tanto tempo fa? E credevo che sarei morta dal dolore. Ma non sono morta.
Rumore di porta. Zia Rita tornò in cucina.
Caterina restava nel buio, a pensare: quasi cinquantanni, e ricominciare daccapo. Come se fosse facile.
***
La scoperta della macchina da cucire arrivò verso linizio del secondo mese.
Zia Rita chiese di sistemare la soffitta in corridoio: erano quindici anni che nessuno toccava nulla, e da lì usciva un vero e proprio archivio di cianfrusaglie. Caterina accettò: almeno avrebbe avuto qualcosa da fare.
Tirò fuori vecchie Mani di Fata, un ombrello rotto, scatole di bottoni, flaconi vuoti di profumo, cartoline dauguri sbiadite. In fondo trovò qualcosa di pesante, avvolto in un vecchio lenzuolo.
Era una macchina da cucire. Artigianale, tutta in ghisa nera con decori dorati un po scrostati, ma ancora belli. Sul frontale si leggeva Belladonna, in riccioli eleganti.
Zia Rita! chiamò Caterina.
La zia si affacciò con uno strofinaccio sulla spalla.
Ma la Belladonna! esclamò allegra. Era della sorella di mia madre, zia Ginetta. Non so se funziona ancora. È lì da una vita.
Posso provare?
Rita la guardò, con uno sguardo speciale.
Sai usarla?
Una volta sapevo.
Allora fa pure.
Caterina la portò in camera, la mise vicino alla finestra. Pulì il corpo, tolse i resti di filo incollati da un lavoro di trentanni fa. In una scatola trovò ancora fili, aghi, metro da sartoria, forbici antiche ormai non più taglienti.
Anche il barattolino dolio cera. Lolio era secco, ma ne comprò uno nuovo al negozio. Lubrificò, pulì il pignone, fece girare la ruota a mano. Dapprima si bloccava, poi girava morbida.
Restò sulla macchina per almeno tre ore. Sistemò la spoletta, infilò lago, caricò il filo.
Poi provò con un pezzo di stoffa trovata nellarmadio: abbassò il pedale.
La Belladonna partì, un suono metallico regolare; in Caterina si risvegliò una sensazione quasi dolorosa, come quando in una mano addormentata ricomincia a scorrere il sangue: fa male ma si sente vivi.
Guardò la cucitura. Dritta. Quasi perfetta.
Qualcosa, in un angolo della memoria, si mise in moto.
***
A diciotto anni cuciva sempre. Da qualunque cosa: dalle vecchie gonne della mamma ricavava abiti, da un pezzo di lino una camicetta. Nellatelier di fronte alla scuola lavorava la signora Rosa, sarta con dita martoriate da spille, e Caterina guardava come tracciava i cartamodelli o rifiniva i bordi. Rosa spiegava volentieri: Capiva che Caterina osservava sul serio, non per noia.
Poi arrivò luniversità, Marco, il matrimonio, la vita concreta che travolge tutto. La macchina da cucire, comprata con il primo stipendio, la vendette quando si trasferì da Marco: lui aveva un bilocale stretto e diceva che occupava troppo spazio. Caterina cedette, innamorata e convinta che ormai ci fossero altre priorità.
Con gli anni dimenticò quasi quellantico piacere. Ogni tanto, fissando un abito bello in vetrina, si diceva: chissà come verrebbe cucito da me. Ma passava oltre.
Ora, seduta in una cameretta alla periferia di Milano con la Belladonna e il ticchettio regolare del suo ago, provava qualcosa di antico e vivo.
Il giorno dopo andò al mercato. Non in un centro commerciale, ma al vero mercato del sabato sotto i portici, dove le stoffe si vendono in rotoli e si può comprare mezzo metro di cotone quasi per niente.
Girava tra i banchi, toccando i tessuti con le dita. Lino, lana leggera, viscosa, crêpe di cotone. Si fermò davanti ad un banco che aveva un taglio di viscosa grigio-azzurra, opaca, elegante.
Quanto ne hai? chiese alla venditrice.
Quattro metri e mezzo.
Li prendo tutti.
Lei tagliò e impacchettò.
Cosa ci farà?
Un vestito, rispose Caterina.
E si sorprese per la sicurezza della risposta.
***
Tagliava la stoffa sul pavimento. Stendeva il tessuto, fissava il cartamodello abbozzato a memoria, aiutata da una vecchia rivista tra i tesori della zia. Il modello era semplice, dritto, con cintura in vita, colletto alla coreana, manica a tre quarti. Nessun virtuosismo. Solo una forma ben fatta.
Zia Rita ogni tanto faceva capolino. Una volta lasciò semplicemente una tazza di tè a portata di mano.
Bel colore, commentò.
Caterina esitò un secondo prima di tagliare. Le forbici trovate nella scrivania erano nuove, ancora affilate. Poggiate sul segno, iniziò a tagliare; subito la paura svanì.
Cucì tre sere.
Non era questione di essere lenta, ma non aveva fretta: lavorava con calma dopo il lavoro, in orari suoi. Procedeva ordinata: laterali, cerniera, colletto, manica (ci mise un po, non veniva dritta).
Quando qualcosa non funzionava, fermava, rifletteva, spesso scuciva e ricominciava. La Belladonna andava regolare, quasi silenziosa, solo un soffio di metallo. In quelle ore Marco smetteva di abitare nei pensieri. Cera solo la stoffa, la cucitura e il modo migliore per girare langolo del colletto.
Al terzo giorno era finito. Chiuse il filo e tagliò lavanzo. Stirò tutte le cuciture, appese il vestito, si allontanò e lo guardò.
Un bel vestito.
Semplice, grigio azzurro, con le linee morbide che proprio perché non cercavano di impressionare, risultavano eleganti. La cintura sottile segnalava la vita, il colletto accarezzava il collo senza chiuderlo troppo.
Lo provò.
Si mise davanti allarmadio, lo specchio più grande in casa della zia. Era antico, i bordi un po ossidati, ma rifletteva fedele.
Caterina si guardò a lungo. Forse un minuto, forse di più.
Dallo specchio la fissava una donna. Non nessuno, né posto vuoto, né mobile. Solo una donna di cinquantanni, capelli raccolti semplici, la schiena dritta e nello sguardo qualcosa che piano, timidamente, ricominciava ad accendersi.
Il vestito le stava davvero bene.
Caterina! chiamò la zia. Vieni, fammi vedere coshai fatto.
Caterina entrò in cucina con il vestito addosso.
La zia la guardò e tacque una frazione di secondo.
Ecco, disse. È tutta unaltra cosa.
Si voltò ai fornelli, sorridendo.
Caterina rientrò in camera, accarezzò la stoffa sul ginocchio. Il tessuto era soffice, piacevole. Il vestito non tirava, non stringeva, cadeva proprio giusto.
Dentro, quel piccolo bastone che si era piegato, si raddrizzò un po.
***
Indossò il vestito quel sabato.
Solo per fare una passeggiata. La zia aveva bisogno di un farmaco per la pressione: Caterina prese la ricetta, indossò il vestito appena cucito, una giacchettina chiara e uscì.
Fuori era una buona mattina dottobre, aria secca e limpida. I tigli già ingiallivano.
Camminava e sembrava che camminasse in modo diverso. Non come prima, che si affrettava senza guardare. Ora scorgeva: un gatto sul davanzale, una nonna al cappellino blu che sferruzzava in cortile, un bimbo che trascinava la mamma verso una pozzanghera.
La farmacia era a un isolato. Poco più in là, una nuova caffetteria LAngolo, che non aveva mai notato. Sulla porta un cartello: Brioches fresche e caffè.
Entrò. Ordinò un cappuccino e un cornetto, perché oggi si poteva.
Il bar era piccolo, cinque tavolini. In un angolo una signora elegante, più o meno sessantenne, con orecchini vistosi e corti capelli dargento: sorseggiava il caffè leggendo il cellulare. Era una di quelle persone che sembrano sicure di sé, dritte in posizione.
Caterina sedette a un tavolino accanto alla finestra.
Dopo un po, la signora si avvicinò.
Mi scusi.
Sì?
Non voglio disturbare, disse cortese, ma il suo vestito è molto bello. Dove lo ha trovato?
Caterina esitò un attimo.
Lho cucito io.
Lei è sarta?
No Sapevo cucire tempo fa. Ho ricominciato ora.
Il taglio la signora osservava, da intenditrice. Sembra semplice, invece è molto curato. Si vede da come cade. Ne capisco un po: lavoravo anni fa in sartoria.
Grazie, disse Caterina, un po imbarazzata.
Sono Margherita Lodi, si presentò. Può chiamarmi solo Margherita.
Caterina.
Caterina, le faccio una domanda strana: tra tre settimane compio sessantacinque anni. Vorrei esser elegante alla mia festa, ma non trovo vestito che mi piaccia. O sono da vecchia, o da ragazzina. Uno come il suo sarebbe perfetto. Lei me lo farebbe?
Caterina guardò la donna. Margherita aveva lo sguardo calmo, per nulla invadente. Solo una domanda.
Dentro qualcosa si sciolse.
Certo, lo faccio volentieri, disse Caterina.
***
Margherita arrivò due giorni dopo, la stoffa scelta da sé: crêpe color amarena, lucente, pesante.
Caterina prese le misure in camera, su una tavola sgombra. Annota tutto. Poi, insieme in cucina, le fece vedere diversi schizzi a matita. Alla fine Margherita scelse un modello: leggermente svasato, maniche tre quarti, scollo a V, elegante ma semplice.
Ecco, questo, disse decisa.
Va bene, sarà pronto tra due settimane.
Quanto mi costa?
Caterina esitò. Non aveva pensato al compenso.
Non so bene
Glielo dico io quanto vale: se andassi da una sartoria pagherei almeno così. Margherita citò la cifra.
Era più o meno quanto Caterina guadagnava in due settimane dufficio.
Rimase un attimo zitta.
Daccordo.
Quando Margherita andò via, la zia Rita uscì dalla cucina:
Hai fatto un buon prezzo.
Sì.
Devi proprio farlo, Caterina. Sei brava davvero.
Lei la fissò.
Zia, perché mi hai accolto? Non ci conoscevamo quasi.
Zia Rita sorrise.
Perché sei figlia di Lucia. Tua mamma mi aiutò tanto tempo fa. Ora toccava a me. I debiti si saldano, sempre.
Si ritirò in cucina.
Caterina andò alla finestra. Sul muro cieco ora spiccava un graffito colorato: grandi fiori blu che si arrampicavano su tutto il cemento.
***
Labito per Margherita fu unesperienza diversa. Non per sé, ma per un’altra. Una responsabilità, sentita ogni volta che si sedeva alla macchina da cucire.
Tagliò la stoffa con prudenza, le forbici sospese un attimo sul crêpe costoso, poi incise con sicurezza: nessun indugio.
In cinque giorni labito fu pronto. Ogni cucitura curata, la zip cucita a mano perché la stoffa era delicata. I bordi rifiniti invisibili.
Quando Margherita lo provò, fu palese la sua emozione.
Mio Dio, esclamò davanti allo specchio. È proprio unaltra me.
Si rigirava, guardava maniche, spalle, linea della schiena, tastava la stoffa.
È proprio me, ma in versione migliore.
Sì, è lei. Solo in un abito che la valorizza. disse Caterina.
Senta, le passo il contatto di unamica, Silvana: anche lei cerca un abito per il compleanno. Le va?
Va bene.
E poi mia nuora si sposa lanno prossimo. Le serve un vestito elegante, non da sposa. Ha una figura difficile da vestire. Se la sente?
Sì, ci provo.
Margherita annuì. Era quello che voleva sentire.
***
I due mesi seguenti furono un turbine felice e inusuale.
Silvana chiese un tailleur. Poi, una signora inviata da Silvana volle una gonna e una camicetta. Arrivò anche una giovane, figlia di unamica di Margherita, che commissionò un abito da sera per una cena aziendale. Caterina lo cucì, la giovane lo pubblicò su Instagram: Trovata finalmente la sarta giusta!. Arrivarono in fretta altri ordini.
La cameretta di zia Rita si fece stretta. Stoffe ovunque: sul divano, sui davanzali, impilate sulle sedie. La Belladonna lavorava ogni sera, a volte anche la mattina.
Zia Rita non si lamentò mai. Un giorno, varcò la soglia, vide la stanza piena di stoffe e, pacata, disse:
Caterina, qui ti serve più spazio.
Lo so.
Qui non posso, capisci.
Capisco, zia.
Ci pensava spesso. Aveva messo via più soldi in due mesi, con la sartoria, che in sei mesi dufficio. I lavori non mancavano.
Fece un giro in centro a cercare un locale in affitto. I primi due non le andavano: bui, puzzavano di umido. Il terzo era perfetto: secondo piano di una palazzina storica ristrutturata; luce, soffitti alti, pavimento in legno. Ma il prezzo era alto.
Fece i conti: affitto, macchina professionale, tagliacuci, tavolo da taglio. Tutto il risparmio di due mesi, e forse avrebbe dovuto chiedere anche un prestito.
Chiamò Margherita. Non sapeva perché, ma chiamò.
Margherita, posso chiedere un consiglio?
Dimmi.
Caterina spiegò tutto. Dopo una breve pausa, Margherita replicò:
Prenda il locale. I soldi glieli presto io. Nessun interesse. Mi restituirà con calma.
No, non posso
Caterina, interruppe Margherita, calma. Mi ha fatto labito più bello della mia vita. Mi lasci fare qualcosa per lei. Non è carità. È giusto aiutarsi.
Caterina taceva.
E poi, aggiunse con tono allegro, altre quattro amiche aspettano il loro turno. È anche nel mio interesse che apra la sartoria.
***
A dicembre la sartoria era pronta.
Portò la Belladonna, ormai simbolo più che strumento: la nuova macchina professionale, comprata nel negozio specializzato con il resto degli strumenti, era più veloce e precisa. Ma la Belladonna restava su un tavolino vicino alla finestra, ben in vista.
La sartoria era luminosa. Il tavolo da taglio, due postazioni di lavoro, scaffali con stoffe e merceria, uno specchio a figura intera. Sulle pareti, alcuni schizzi incorniciati dei suoi abiti. Zia Rita venne, guardò in giro, toccò i ripiani, si fermò davanti allo specchio.
Brava, disse.
Zia Rita Voglio darti qualcosa.
Tirò fuori la busta. La zia fece per protestare.
No, Caterina
Sì. Per la camera. Per tutti questi mesi. Ho fatto i conti.
Io non ho mai contato nulla
Ma io sì. Prendi.
La zia prese la busta. Poi disse:
Mi serve il frigorifero nuovo. Il mio sembra una trebbiatrice.
Lo compriamo insieme.
Scesero a scegliere, tastando sportelli e ascoltando i pareri del commesso. La zia scelse un frigorifero grande, argento.
Proprio bello, disse, e dentro quella voce Caterina colse una gioia infantile: aveva fatto qualcosa di davvero giusto.
***
Dicembre portò molti ordini. Tutti volevano abiti nuovi per Natale o le feste, tailleur, camicette. Caterina lavorava fino a tardi, beveva tè, ascoltava il ticchettio della sua macchina.
A gennaio si calmò. Assunse unaiutante, Alessia, giovane che sapeva rifinire, cucire orli ma che non aveva esperienza di cartamodelli. Alessia diventò sua apprendista; Caterina scoprì che insegnare le piaceva, spiegare e vedere come cresceva una nuova mano.
Lasciò il vecchio lavoro da contabile. Telefonò al capo per spiegare. Chiesero di restare fino ad aprile, accettò.
A marzo la cercò una donna sconosciuta. Cuciva da sola, ma voleva lezioni di taglio e sartoria.
Non sono una professoressa, disse Caterina.
Ma lei sa fare. Sa davvero. Me lha consigliata Margherita.
Caterina pensò.
Venga. Vediamo insieme.
Nacque da lì il suo primo mini-corso. Poi un altro, poi un piccolo gruppo. Diverso dal semplice cucire per sé, trasmettere il mestiere, ma si inseriva bene nella nuova routine.
In primavera si trasferì da zia Rita.
Affittò un monolocale vicino alla sartoria: un terzo piano con cucina luminosa, muri bianchi candidi, senza neppure una macchia. Metté le sue cose a posto, appese le tende che cucì da sé.
La prima sera, si sedette in cucina con il tè e guardava fuori. Dava su un piccolo parco con betulle.
Era il suo appartamento, piccolo e ancora estraneo, ma suo.
***
L’incontro con Marco fu a fine maggio.
Stava tornando a casa dopo la sartoria, attraverso i viali pieni di tramonto: la sera profumava di glicine, luce morbidissima. La borsa pesante di campioni di stoffa da valutare alla luce.
Lo vide a una ventina di metri. Lo riconobbe subito, anche se era cambiato: sembrava più magro, la giacca sformata. Procedeva senza la consueta sicurezza.
Anche lui la vide. Si fermò.
Caterina camminò comunque; quando fu a pochi passi, lui disse:
Caterina.
Lei si fermò.
Ciao, Marco.
Lui la fissava. Negli occhi qualcosa di nuovo: incertezza, forse.
Stai bene.
Grazie.
Pausa. Mani nelle tasche.
Dove vai?
A casa.
Vivi qui?
Sì.
Silenzio. Una mamma con passeggino passò, interrompendo laria immobile.
Caterina, io Possiamo parlare? Solo qualche minuto.
Lei lo guardò con attenzione. Aveva unaria stanca, non da lavoro, piuttosto della sfortuna.
Andiamo su quella panchina, propose.
Si sedettero. Marco fissava le mani intrecciate.
Non so come cominciare.
Comincia e basta.
Se nè andata, disse dopo un po. Quella per cui Insomma, è finita sei mesi fa. Ha detto che sono noioso, senza ambizioni. Sorrise amaramente. Capisci lironia?
Sì.
Ora sto con mia madre. Ho un lavoro qualsiasi, la ditta ha chiuso. È tutto Si voltò, la guardò. È tutto crollato. A volte penso che ho sbagliato tutto. Ho fatto un errore enorme.
Lei ascoltava, silenziosa.
Ero con te e non ti ho valorizzata. Tu ceri sempre, facevi tutto, eri vera. E io Si interruppe. Cercavo qualcosa, neanche sapevo cosa. Non vedevo quello che avevo. Ti ho chiamata posto vuoto. Fece una smorfia. Lo so che non cè scusa. Ma volevo tu sapessi che ci penso. E spesso.
Lei osservava le betulle di fronte. Le foglie tremavano. Si sentiva profumo di pollo arrosto da qualche finestra.
Marco, iniziò. Non è colpa tua se non mi volevi più bene. Succede. Si cambia.
Lui taceva.
Ma è colpa tua il modo in cui me lo hai detto. Vuoto, mobile, sparisci. È stato crudele. Non perché tu sia cattivo; ma crudele. Lho ricordato a lungo.
Lo so.
Ma mi hai fatto anche un regalo.
Lui la guardò.
Mi hai spinta oltre. Parlava calma, senza rabbia. Ho avuto paura, Marco. Ho lasciato casa tua con due borse e milleottocento euro, senza idea di cosa fare. Ho vissuto da zia Rita, come una trovatella, piangendo ogni sera. È stato durissimo.
Caterina
Aspetta. Non lo disse per ferire, ma per dire la verità, tutta. Lì da Rita ho trovato la Belladonna. Ho ricordato che cucivo, e che mi piaceva, ma non lo facevo: la vita, luomo che dice che occupa troppo spazio, e mille altri perché. Ho ricominciato: dapprima per me, poi per altri. Ora ho una sartoria in centro, Marco. Da sei mesi. Gente che entra ed esce, mi piace. So fare quello che faccio.
Sul volto di Marco unespressione che non sapeva chiamare.
Se non mi avessi cacciato, forse sarei ancora lì. A fare il minestrone, senza sapere nulla di me. Non dico che tu sia stato bravo. Ma è successo e basta.
E tu non mi hai perdonato?
Caterina rifletté.
Non ti porto rancore. Che è diverso dal tornare indietro. Tornare, no. Non per vendetta. Perché ora sono della mia vita. Forse per la prima volta.
Lui guardava altrove.
Potremmo
No, disse lei. Piano, ma sicura. No, Marco.
Lungo silenzio. Tranquillo, solo silenzio.
E la zia Rita? domandò. Aveva sentito parlare di lei tanti anni prima.
Sta bene. Le ho comprato il frigorifero. La vedo la domenica, giochiamo a scopa.
Marco sorrise, un vero sorriso.
Sei sempre stata una bella persona, Caterina.
Anche tu non sei cattivo. Solo che non eravamo giusti uno per laltro. Forse non da tanto.
Si alzò, raccolse la borsa.
Devi andare? lui.
Sì. Comincio presto domani. Cliente alle otto.
Capisco. Sono contento che tu stia bene. Sul serio.
Anche io ti auguro il meglio.
Era la verità. Nessun astio, nessuna rivalsa, semplicemente verità. Non aveva più energia, né voglia di rancore.
Si avviò per il viale verso casa. Sentì lo sguardo di Marco sulle spalle per qualche passo, poi no. Forse aveva preso unaltra strada.
La betulla proiettava unombra sottile sullasfalto. Caterina camminava su quellombra, con la borsa a tracolla, dentro un taglio di lana verde scuro e una rivista di merceria con pagine contrassegnate. Lindomani alle otto arrivava la signora Lidia Ferri, maestra in pensione, che sognava una gonna dritta, dignitosa, da teatro e da dottore.
Caterina pensava al modello, a come adattarlo a Lidia, piccola e pienotta. La gonna dritta richiede furbizia, servono proporzioni giuste.
Pensava e intanto notava il profumo del glicine che aumentava la sera, un bimbo che correva con il monopattino cantando una canzone dei cartoni, un odore di patate arrosto dalla finestra del piano terra.
***
Quella sera non lavorò in sartoria. Aveva deciso che dopo le sette la macchina da cucire restava spenta. Solo a prendere la taccuino delle misure, lasciato sul tavolo: vicino cera la Belladonna, nera con ricami dorati.
Caterina ne accarezzò il corpo.
Grazie, disse a voce alta.
Pareva sciocco parlare a una macchina. Ma a chi dire grazie per una vita che si era rimessa in moto: a zia Rita, a Margherita, ad Alessia che impara? Forse a tutti, o forse a questa corrente della sorte iniziata con uno schiaffo e finita in quel luogo luminoso e sereno.
Prese la taccuino, spense la luce, chiuse la sartoria. Scese la scala di legno.
La città era piena di vita serale: gente che cammina, auto che passano, bambini che ridono. Unaltra sera di maggio, niente di speciale.
Tornando, entrò in Forno & Apicoltura, prese un filone ai cereali e un vasetto di miele della signora Rosina.
Buonasera, saluto Caterina.
Buonasera. Ottimo miele di maggio, assaggi domani a colazione.
Grazie, lo farò.
Uscì con pane, miele, taccuino, rivista di merceria. Indossava un abito che aveva cucito pochi giorni prima: lino color avorio, cintura morbida, maniche larghe. Stava bene così.
A piedi, dieci minuti fino a casa, pensava alla gonna di Lidia, alle nuove bobine da ordinare, a come Alessia era prossima allautonomia.
Poi smise di pensare al lavoro, e si lasciò andare al cammino.
Sul tetto il cielo era ancora chiaro, rosa sul tramonto. Le rondini volavano rapide. Intorno, la vita svolgeva le sue piccole imprevedibili faccende.
La felicità femminile dopo un divorzio, scriverebbero nelle riviste sceme. Come se fosse una categoria. Caterina non ci pensava così. Pensava: sto tornando a casa. Domani sarà una giornata piena. Ho un lavoro che so fare e amo. Ho zia Rita che mi aspetta la domenica. Ho clienti che sorridono uscendo. Ho la Belladonna sul tavolo vicino alla finestra. Ho il cielo e le rondini.
Questo basta.
Non da favola. Né troppo, né poco. Basterà. Forse questa è la vera seconda giovinezza: quella da raggiungere anche quando non si è più giovani. Non allimprovviso, ma cucitura dopo cucitura, poi la sartoria, poi la casa, poi una sera di maggio con pane e miele nella borsa.
Prese il telefono e chiamò la zia.
Zia, sei a casa?
Dove devo essere? Guardo un quiz. Che succede?
Niente. Solo per sentirti.
Pausa.
Vieni domenica?
Sì. Vuoi che ti faccia la torta?
Di mele, se puoi, disse la zia. La crostata di mele è la mia preferita.
Allora crostata di mele.
Caterina rimise il telefono. Salì le scale fino al terzo piano, aprì la porta.
Dentro casa cera un profumo di lino: aveva tagliato stoffa lì giorno prima, mentre pioveva e non aveva voglia di uscire. Aveva raccolto i ritagli, ma il profumo era rimasto. Un buon profumo.
Mise su il bollitore, tagliò il pane, aprì il miele: era chiaro, ambrato, limpido.
Fuori, le rondini giravano ancora, anche se meno: il buio si addensava.
Spalmò un po di miele sul pane, assaggiò. La signora Rosina aveva ragione: era davvero buono.
***
Il mattino dopo fu luminoso.
La signora Lidia Ferri arrivò puntuale alle otto, come daccordo. Era piccolina, piena di energia, capelli candidi raccolti in onde, occhio vivace dietro le lenti.
Signora Caterina, disse entrando. Ho portato una foto. Questo è il modello che vorrei, ma meno ampio.
Porse una stampa.
Caterina osservò. Bella gonna, sobria. Un tipo con cui è bello lavorare.
Si sieda. Così le spiego come procediamo.
La signora Lidia si accomodò, mani composte.
Sa, disse guardando latelier, anni che sogno una gonna così. Da sola mai trovata quella giusta. Al mercato è tutto scadente. Poi la mia vicina mi ha parlato di lei. Dice che con labito fatto su misura è tornata a sentirsi una donna. Credo sia il miglior complimento.
Sono daccordo, sorrise Caterina.
Prese il taccuino e il metro.
Si alzi qui, per favore.
Lidia si mise dritta, aggiustò le spalle. Si specchiò nello specchio gigante.
Sa, sono quattro anni che sono in pensione. Avevo smesso di darle importanza allapparenza. Poi ho pensato: perché? Voglio ancora vivere a lungo, perché trascurarsi?
Appunto, disse Caterina.
Prendeva misure, annotava, ideava il cartamodello mentalmente. Nella sartoria la luce del sole colava sul parquet. In un angolo, la Belladonna con le sue decorazioni dorate. Alessia sarebbe arrivata alle dieci. Alle undici, unaltra cliente.
***
E Caterina, ormai, sapeva di non essere un posto vuoto. Aveva trovato la stoffa della propria vita e imparato a tagliarla, adattarla e ripararla con le proprie mani.
A volte basta ricominciare da un piccolo punto, trovare il proprio ritmo, accettare laiuto quando serve e, quando si è pronti, restituire. La felicità può essere semplicemente sentirsi, ancora una volta e sempre, la sarta della propria storia.


