Una giovane donna si stabilisce in una casa abbandonata alla periferia di un villaggio…

In un casolare abbandonato alla fine di un paesino sperduto della Calabria, si stabilì una giovane donna. Il paese non amava gli estranei. La gente si agitò e chiamò il carabiniere locale, che venne, controllò i documenti e rassicurò tutti: era una lontana parente della nonna Serafina, morta anni prima a novantasei anni. “Ma nonna Serafina non aveva parenti, neanche figli!” si chiedevano tutti.

La donna cominciò a sistemarsi. Zappò l’orto incolto e piantò qualcosa. La gente rise. Chi pianta in piena estate? Poco dopo spuntarono germogli rigogliosi. “Dev’esserci lo zampino del diavolo,” conclusero i paesani. E così le rimase il soprannome: la Strega.

Evitava la gente, non parlava di sé, viveva in solitudine. E i segreti, si sa, accendono la curiosità. Presto si diffuse la voce che fosse fuggita dalla città per amore infelice, portandosi via i gioielli di un amante ricco. Per questo si era nascosta in quel buco sperduto.

Poi accadde che il figlio di una donna del paese cominciò a soffocare, diventando blu. L’ospedale era a chilometri di distanza, e in pieno giorno non c’era mezzo. La madre corse dalla Strega. Questa afferrò il bambino, lo scosse a testa in giù, gli batté sulla schiena, e dalla bocca del piccolo schizzò fuori un pezzettino di giocattolo.

Da allora, la rispettarono, ma anche la temettero. Tutti tranne Domenico, che si innamorò di lei. Sua madre piangeva: “Ci sono ragazze giovani, e lui si invaghisce di una donna fatta!” Spesso si piantava davanti alla casa di lei urlando che aveva stregato il figlio, che l’aveva ammaliata con pozioni. Domenico la riportava a casa piangente, poi tornava da Maria.

Vissero felici, ignorando i pettegolezzi. Dopo un anno, Maria partorì una bambina: Bianca. Tre anni dopo, un’altra: Viola. La gente smise di infastidirli. Ognuno aveva i suoi problemi.

Una notte, dopo un temporale, il tetto cominciò a perdere. Domenico salì a ripararlo, ma scendendo scivolò e cadde, fracassandosi. Maria chiamò il dottore, che insistette per portarlo in città. Lo accompagnò in ospedale, poi tornò dalle figlie.

Un mese dopo, un’auto si fermò davanti a casa. Ne tirarono fuori una sedia a rotelle con dentro Domenico. La spina dorsale spezzata, non poteva più camminare. Qualcuno mormorò che era la punizione per Maria, per averlo legato a sé con la magia.

Ma lei lo accudì, lo amò, gli rimase accostante. E davanti a un amore così, anche le malelingue tacquero. Dicevano persino che lo stava curando, che presto si sarebbe ripreso.

Lui intagliava animali di legno per le bambine, intrecciava cesti. Gli uomini lo invidiavano. “Eccolo, la moglie che lo coccola come un re, mentre noi ci sbattiamo!”

L’amore fa miracoli. E infatti, Domenico cominciò a provare ad alzarsi. Un giorno, mentre lavorava sul portico, il coltello gli cadde e rotolò giù per le scale. Maria era in orto. Lui cercò di scendere, ma si sbilanciò. Accanto alle scale c’era una falce, usata da Maria e poi lasciata lì. Nella caduta, Domenico vi si impalò alla gola.

Maria si disperò. Le figlie a stento la strapparono dalla bara.

Rimasta sola, senza la pensione del marito né i suoi lavoretti, tirò avanti. Dicevano che vendesse i gioielli rubati.

Bianca, finita la scuola, andò in città e diventò parrucchiera. Tornava nei weekend, e anche gli altri venivano a farsi tagliare i capelli. La pagavano in prodotti.

Senza marito, la vita era dura. La casa cadeva a pezzi. Gli uomini aiutavano, sperando in qualcosa di più. Maria accettava la loro assistenza, li sfamava, offriva da bere, ma non li lasciava avvicinarsi.

Un giorno, le donne gelose bussarono alla sua porta, esigendo che rivelasse i segreti della sua giovinezza: era passato tanto tempo, ma lei non era cambiata. “Dividi i diamanti con noi, o ti bruceremo viva!”

Si dice che Maria uscì da quella casa invecchiata all’improvviso, i capelli bianchi, la pelle avvizzita. Le donne fuggirono terrorizzate. Strega, davvero.

La perdita di Domenico la consumò. Si ammalò spesso, usciva solo per l’orto. Mandava Viola a fare la spesa.

Ma Viola era vivace e bella. Aveva solo balli in testa, non gli esami. Un giorno, Maria le urlò di non andare in discoteca. I vicini sentirono litigare.

Stefania la vide scappare di corsa, come un puledro impazzito. Poi, a notte fonda, bussò alla sua finestra, tremante. “Mamma… la mamma…” e indicava la casa. Stefania capì, andò a controllare. Maria era già fredda, una macchia di sangue sulla tempia.

Chiamarono il maresciallo. Viola confessò: aveva spinto la madre, poi era scappata. “Ma era viva quando sono uscita!” Stefania confermò, incerta. Il maresciallo archiviò tutto come tragico incidente.

Bianca arrivò per il funerale. Le sorelle non si parlarono. Poi, una notte, Viola sparì.

Stefania raccontò che quella sera, gli orecchini di Viola luccicavano come stelle. “Mai visti così!”

Ripresero le voci: Maria aveva davvero i diamanti. Viola li aveva rubati e fuggita, forse uccidendo la madre per tenerli. Bianca cercò di zittire i pettegoli, ma invano. Tornò ancora qualche volta, curò l’orto, poi sparì anche lei.

La casa, già malandata, crollò. I ragazzi infrangevano le finestre in cerca di tesori.

Passarono sette anni.

Stefania, curva come un ramo secco, vide una donna sulla panchina e un bimbo che giocava. “Viola? Sei tornata?”

Era lei, truccata come un’attrice, i capelli rossi sciolti. “Zio Michele può aprirmi la porta?”

L’uomo ruppe la serratura. Dentro, buio, cuscini strappati. “Sistemati e vieni a mangiare,” disse.

A tavola, Viola confessò: aveva lavorato in fabbrica, un uomo l’aveva abbandonata col piccolo. Un altro ladro, finito in galera. E così era tornata.

Stefana le diede patate, pane e conserve.

Ma quella notte, bussarono di nuovo: Viola terrorizzata. “Qualcuno camminava in casa! La mamma non mi perdona!”

Stefania la ospitò, ma presto Viola si trasferì dal vedovo Bianchi, che teneva una mucca. Cominciò a vendere il latte ai villeggianti, facendo fortuna.

Poi, una notte, la casa di Maria bruciò. Un falò che divorò tutto. I ragazzi trovarono tra le ceneri un pezzo nero: oro e diamanti fusi. Viola li afferrò. “Sono miei!”

Bianchi la guardò gelido. “È per questo che uccidesti tua madre. Forse è stata lei a bruciare la casa, per impedirti di trovarne altri.”

Quella notte, Viola fuggì col bambino e i soldi di lui.

Anni dopo, una macchina si fermò ai margini del paese. Bianca e il marito cercavano la casa, trovarono soloMa tra le ceneri, il vento sussurrava ancora il nome di Maria, mentre il fiume portava via per sempre gli ultimi frammenti di quell’oro maledetto.

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