Mai più
Dopo il lavoro, Giulia entrò in un supermercato. Non aveva voglia di cucinare, ma Beatrice doveva pur mangiare. Comprò una confezione di pasta e delle salsicce. La figlia, fin da piccola, non aveva mai voluto altro. Prese anche un cartone di latte e una pagnotta.
Alla cassa si era formata una piccola coda. Davanti a Giulia c’era un uomo robusto, con una giacca nera e un berretto di lana colorato, con tanto di pompon. “Un uomo giovane, eppure porta un berretto del genere. Forse gliel’ha fatto la moglie. Che donna… sa come rendere il marito poco attraente, così nessuna ci proverà mai. Mi chiedo che faccia abbia. Dev’essere infantile, ridicolo,” pensò, fissando quell’orribile berretto a righe sgargianti.
L’uomo si girò, sentendo il suo sguardo fisso. Lei distolse subito gli occhi. “Beh, non sembra uno stupido,” pensò, più magnanima. L’uomo la guardò di nuovo.
“Mi stai trapanando con gli occhi,” disse.
“Non c’è proprio niente da guardare. Non ho altro da fare,” borbottò Giulia, seccata.
La coda non avanzava. Dentro di lei montava l’irritazione. E quel maledetto berretto… Voleva lasciare tutto e andarsene, ma non c’erano altri negozi vicino a casa. “Ogni volta che ci sono uomini in fila, ci mettono secoli. Ora inizierà a scegliere le sigarette: ‘Mi dia quelle blu con la striscia rossa. No? Allora le bianche con l’adesivo verde.'” Giulia immaginò la sua voce esasperante. “Poi cercherà i soldi nelle tasche per mezz’ora, invece di prepararli prima…” sospirò.
E infatti. L’uomo alla cassa si mise a frugare nelle tasche strette dei jeans per trovare gli spiccioli. Giulia sospirò rumorosamente.
“Ha fretta? Passi pure,” disse lui, il “Berretto di lana,” facendole spazio.
Giulia scrollò le spalle e prese il suo posto. L’uomo finalmente trovò i soldi, infilò la spesa in una borsa e si allontanò.
Tocca a lei. La cassiera passava i prodotti, mentre lei frugava nella borsa alla ricerca della carta di credito.
“Signora, non può fare più in fretta? I soldi si preparano prima,” la rimproverò qualcuno in fila.
“Ha perso la carta?” chiese il “Berretto di lana” con una punta di sarcasmo.
Giulia ignorò il commento, continuando a cercare.
“Pago io,” disse lui alla cassiera.
“No, grazie!” esclamò Giulia, arrossendo. “Ecco, l’ho trovata. Scusi.” Premette la carta sul lettore, sollevata per averla finalmente recuperata.
Raccolse la spesa e uscì in fretta. “Che mi prende? Perché mi fa così effetto quel berretto ridicolo? Se gli piace, che lo porti. Sono diventata così acida, così nervosa,” si rimproverò camminando verso casa.
“Tutta colpa di mio marito. Eppure sembrava andasse tutto bene. O era solo una mia impressione? Se n’è andato con una ragazzina stupida, che è rimasta incinta. Lui, tanto perbenista, l’ha sposata. Ma non ha pensato a nostra figlia, che crescerà senza padre. E io tra poco compio quarant’anni. Quaranta! Dio, che età…”
“Ci ha lasciato l’appartamento, almeno quello. E grazie tante. Perché noi donne soffriamo sempre per loro? È sempre la stessa storia. Qualcuno non tradisce, o almeno lo fa con discrezione, senza abbandonare la famiglia. A quarant’anni vogliono solo ragazzine. E noi come dobbiamo vivere?” continuava il monologo interiore di Giulia, trattenendo a stento le lacrime.
Entrò nel palazzo e premette il pulsante dell’ascensore, che si fermò con uno scricchiolio. Le porte si aprirono, e ne uscì un ometto ubriaco, malconcio. Giulia entrò e rabbrividì. L’ascensore puzzava di alcol e sigarette scadenti, e questo le fece salire un’altra ondata di fastidio. “Tutti uguali, o bevono o tradiscono. Non li sopporto.”
L’ascensore si fermò al suo piano con uno scossone. Giulia cercò a lungo le chiavi nella tasca del cappotto, impigliate nei guanti, rischiando di farli cadere sul pavimento sporco. Finalmente riuscì ad aprire la porta…
Beatrice era seduta al tavolo della sua stanza, con i libri aperti. Alzò lo sguardo e fissò la madre. Giulia vide nei suoi occhi qualcosa tra il disprezzo e l’irritazione.
“Mamma, mi servono soldi per il teatro. Sabato ci va la classe,” annunciò con tono perentorio.
“Adesso preparo la cena,” rispose Giulia, senza guardarla, dirigendosi in cucina.
“Ancora soldi. Mica li stampo, eh. Ora c’è solo il mio stipendio. Affitto, spesa… devo contare ogni centesimo,” borbottò versando l’acqua nella pentola, lamentandosi con un ascoltatore invisibile dell’ingiustizia della vita.
“Mamma, allora il teatro?” Beatrice era sulla porta, un dito tra le pagine del libro.
“Domani ritiro dal bancomat,” sospirò Giulia, senza voltarsi.
Soddisfatta, la figlia svanì dalla cucina.
“Vediamo quanto durerà. Non sarà giovane e bella per sempre. Partorirà, e poi addio bellezza. Notti insonni… E lui, tra l’altro, non è un ragazzino, ha già passato i quaranta. Gli sta bene. Dovrebbe già aspettarsi i nipoti, e invece vuole altri figli. Dio, ma perché continuo a pensare a lui? Troppo onore.” Si interruppe.
Dopo cena, si sedette al computer e accese la lampada da tavolo. Qualcosa dentro scattò, e la luce si spense. “Ecco, tutto insieme. L’ho comprata una settimana fa. Che giornata!” Provò a cambiare la lampadina, senza successo. “Domani vado in negozio a chiedere il cambio. Basta che trovi lo scontrino.” Ma lo scontrino non c’era. Probabilmente l’aveva buttato con la scatola.
Il giorno dopo, di ritorno dal lavoro, Giulia prese la lampada e si diresse al negozio di elettronica dall’altra parte della strada. La lampada era pesante. Almeno non doveva fare molta strada.
Sulla soglia del negozio, c’era lui, il “Berretto di lana,” che fumava. Giulia gli lanciò un’occhiata sprezzante ed entrò nel negozio vuoto.
Lui la seguì e si mise dietro al bancone. Catturando il suo sguardo sorpreso, sorrise.
“Ecco. L’ho comprata da voi la scorsa settimana,” disse Giulia seccata, mostrando tutta la sua irritazione. Poggiò la lampada sul banco.
“Ha lo scontrino?” chiese lui, impassibile. “Non mi stupisce che non abbia un marito. Con quel carattere.”
“Chi le fa credere che non ce l’abbia?” ribatté Giulia, soffocando l’indignazione.
“Se avesse un marito, sarebbe lui a portare la lampada o a ripararla,” disse con una perspicacia inaspettata.
“È occupato. Sta scrivendo la tesi,” mentì Giulia. “Non ho lo scontrino. Quindi niente cambio? A me non serve rotta.” Si girò per uscire.
“Mi dica l’indirizzo, la riparo e gliela riporto. O può pass”E così, mentre il treno si muoveva lentamente verso il mare, Giulia si accorse che il rumore delle ruote sui binari somigliava al battito del suo cuore, finalmente leggero, come se tutto il dolore del passato stesse lentamente dissolvendosi nell’aria salata dell’estate.”






