**Un’operazione fallita**
Emanuele non uscì, ma piuttosto crollò fuori dalla macchina. Aveva svolto solo tre interventi di routine, eppure si sentiva come se avesse trascinato sacchi per tutto il turno. La schiena gli doleva, la testa gli ronzava, e gli occhi bruciavano come brace.
A casa si lasciò cadere sul divano senza nemmeno togliersi la giacca, chiuse gli occhi e sprofondò nel sonno. Si svegliò di soprassalto al suono stridente della suoneria del telefono. Il collo gli faceva male per la posizione scomoda, e non aveva la forza di alzarsi. “Dio, mi sa che mi sono ammalato,” pensò Emanuele, staccando con fatica le palpebre.
Il telefono tacque per qualche secondo, poi riprese a squillare con insistenza. “Dovrei cambiare quella suoneria.” A malincuore, Emanuele estrasse il cellulare dalla tasca della giacca.
“Sì,” rispose con voce rauca dal sonno. Si schiarì la gola. “Sì,” ripetè, più fermo.
“Ema, sono all’aeroporto. L’aereo parte tra un’ora. Mio padre è in ospedale per un infarto. Fammi il favore, coprimi, eh? Non ho nessun altro a cui chiedere,” disse la voce di un collega e amico, Enrico Bianchi.
“Non… mi sento troppo bene. Sono malato. Chiama Renato.”
“Dai, su. Prendi un caffè, un antivirale. Renato ha la moglie, sai come sono, un turno extra lo prenderebbe come un tradimento. Luca è ancora troppo inesperto. Il vecchio Rossi non regge due turni di fila, non è più giovane. Io torno dopodomani. Mi aiuti?”
*”Morirai, ma devi aiutare l’amico. Che tempismo,”* pensò Emanuele.
“D’accordo,” sospirò rassegnato.
“Cosa hai detto?” chiese Enrico.
“Ho detto di sì. Coprirò il turno. Buon viaggio.”
“Sei un vero amico! Ti rifarò io…” Enrico iniziò a parlare eccitato, ma Emanuele non ascoltò oltre e chiuse la chiamata.
C’era ancora tempo prima del turno notturno. Si fece una doccia, si rasò, bevve un caffè forte. Si sentì un po’ meglio. L’idea di tornare in ospedale, da cui era appena uscito poche ore prima, non lo entusiasmava. *”Ce la farò. Forse sarà tranquillo.”* Si vestì e uscì.
Per qualche ora il reparto fu effettivamente calmo. Il sonno lo assaliva, la testa pesante ciondolava verso il tavolo. Emanuele scrollò le spalle, cercando di scacciare la sonnolenza. Un altro caffè forte lo tenne sveglio, ma solo per poco.
“Dottor Moretti?” Una voce lontana. Qualcuno lo scuoteva.
Si era addormentato. Sollevò la testa dal tavolo e vide davanti a sé l’infermiera Silvia.
“Dottor Moretti, hanno portato un bambino…”
“Sì, scendo subito,” disse, scrollandosi di dosso gli ultimi brandelli di sonno.
Si sciacquò il viso con l’acqua fredda, mentre il bollitore scaldava l’acqua. Mise due cucchiaini di caffè nella tazza, poi ne aggiunse un altro. Lo bevve bollente, si sistemò il copricapo e scese al pronto soccorso.
Un ragazzino di dodici anni giaceva rannicchiato sulla barella. Emanuele lo visitò con cautela.
“Lei è la madre?” chiese alla donna pallida e magra.
“Che ha, dottore?” lo fissò con occhi enormi e spaventati.
“Perché non ha chiamato prima l’ambulanza?” domandò brusco, accusatorio.
“Ero… a lavoro. Lui faceva i compiti. Poi ha vomitato. E ha preso la febbre. Non mi aveva detto che gli faceva male la pancia da giorni. Cosa gli succede?” Lo afferrò per il braccio, disperata.
“Silvia, una barella!” gridò Emanuele, senza distogliere lo sguardo dal viso pallido della donna. Si liberò dalla sua stretta. “Firmi il consenso per l’intervento.” Le porse il foglio.
“Un intervento? Ha l’appendicite?”
“Peritonite,” rispose Emanuele con un tono di rammarico.
Negli occhi della donna si fissò il terrore.
“Firmi. Non c’è tempo.”
Lei firmò senza leggere e lo afferrò di nuovo.
“Dottore, salvi mio figlio!”
“Farò tutto il possibile. Non mi intralci.”
Silvia aveva già portato la barella. Insieme vi adagiarono il ragazzo e lo portarono verso l’ascensore. Nel corridoio vuoto, i loro passi frettolosi e lo scricchiolio delle ruote della barella risuonavano come tuoni.
La donna lo seguiva, parlando senza sosta, ma Emanuele non ascoltava. Pensava all’intervento.
Quando entrò in sala operatoria, il ragazzo era già sul tavolo, sotto anestesia. Tutto il resto passò in secondo piano. Le sue mani lavoravano con precisione, la mente era lucida. L’operazione andò avanti per due ore. Per un attimo, Emanuele chiuse gli occhi stanchi, ma un grido di Silvia lo riportò alla realtà.
Sotto le sue dita, il sangue sgorgò a fiotti, inondando il campo operatorio.
“La pressione crolla!” urlò l’anestesista.
Emanuele uscì lentamente dalla sala. La camicia bagnata di sudore gli si appiccicava alla schiena. Le gambe gli tremavano per la fatica e la tensione. Si appoggiò alla parete fredda. Una donna gli correva incontro. *”La madre,”* capì.
Si fermò a un passo da lui, come se avesse urtato un muro invisibile. Pallida, gli occhi enormi, consumati dalla paura e dall’attesa.
Emanuele distolse lo sguardo. La donna emise un suono tra il sospiro e il singhiozzo, si coprì la bocca con una mano e barcollò. Lui la afferrò prima che cadesse, la fece sedere su una sedia vicino alla porta.
“Silvia, l’ammoniaca!” gridò nel corridoio vuoto.
Silvia arrivò con il flaconcino, avvicinò il batuffolo imbevuto al naso della donna. La madre del ragazzo scosse la testa, respingendo l’odore forte, e aprì gli occhi.
“Sta bene?” Emanuele scrutò il suo volto pallido.
Lei non rispose. Si alzò lentamente e si allontanò lungo il corridoio deserto. Emanuele la guardò andare. *”Solo una donna può resistere così,”* pensò.
Nella sala medici rimase a lungo con la testa tra le mani. Poi iniziò a scrivere nel referto. Onestamente.
“Dottor Moretti…” Silvia entrò con cautela.
“Cosa c’è?” rispose seccato, senza alzare lo sguardo.
“Non è stata colpa sua,” sussurrò.
“Fammi un caffè. Forte,” rispose Emanuele, continuando a scrivere.
Sentì il bollitore, poi l’aroma del caffè. Lo trovò disgustoso, amaro. Senza finirlo, lo rovesciò nel lavandino.
Mentre lavava la tazza, un dolore al petto lo colpì. Gli sembrava che il cuore si gonfiasse dentro di lui, pronto a scoppiare. Non riusciva a respirare, gli occhi gli si annebbiarono…
“Si è svegliato?” una voce familiare.
Emanuele aprì”Il dolore del passato può trasformarsi in forza, ma solo se impariamo a perdonare noi stessi.”





