Tra le mura degli altri

Mura daltri

Sai a che pensavo? ho chiesto a mio marito mentre passavo per la quinta volta la stessa piattina con lo strofinaccio. Che ormai non abbiamo più neanche un cucchiaino tutto nostro. Tutto è nella loro camera. E adesso, pure a casa mia, vado a letto pensando: ma non stiamo facendo troppo rumore in salotto guardando la televisione? Magari diamo fastidio a loro.

Lui stava zitto, si fissava fuori dalla finestra il cortile buio. Poi ha tirato un sospiro, pesante, di quelli che ti arrivano dentro allo stomaco.

Ospiti, ha detto piano, senza voltarsi. Noi, che siamo i padroni di casa, siamo diventati ospiti. Nella nostra cucina.

In quel momento, come magia nera, dalla camera delle nipoti si è sentita una risata contenuta, femminile, e poi la voce bassa del suo ragazzo. Stavano guardando un film. Nel nostro ex salotto.

E così stavamo lì, io con un piatto in mano, Enzo alla finestra, e in testa continuavo a ripetere: ma come siamo arrivati a questo punto? Comè possibile che nella nostra casa ci autocensuriamo perfino nel tirare lo sciacquone, per non disturbare? Eppure è iniziato tutto per caso, per famiglia, con buone intenzioni, come si suol dire.

La telefonata di mia sorella Gabriella era arrivata a fine agosto, un anno e mezzo fa circa. Io stavo mettendo via i pomodori in barattolo, sudata, tutta la frangetta appiccicata in fronte. Suona il cellulare, mi pulisco le mani nel grembiule e rispondo.

Laura, ciao aveva una strana voce mia sorella, quasi timida, rotonda. Subito mi sono insospettita. Gabi non chiama mai senza avere una questione. Lei vive a Bologna, ha sempre da correre, al massimo ci sentiamo tre-quattro volte lanno. Senti, è una questione per te. Ti ricordi mia figlia maggiore, Francesca?

Certo che me la ricordo, rispondo. Che cè?

Nulla di grave, anzi tutto bene. È stata ammessa alluniversità. E a Firenze, pensa te che brava! Solo che il posto in casa dello studente non glielo danno subito, magari dal secondo semestre in poi, oppure chissà. E allora ho pensato voi siete solo in due, avete il trilocale. Non è che potreste darle la residenza provvisoria? Devo solo presentare il certificato in segreteria. Ma proprio solo per i documenti. Poi lei affitta con delle amiche, non ti preoccupare, ci siamo già organizzate.

Sono rimasta qualche secondo ferma col cellulare in mano, la mente partita per la tangente. Da una parte era pur sempre mia nipote, brava ragazza, Gabi ne parlava sempre come di un piccolo genio. Dallaltra, la cosa della residenza, insomma, Enzo mi aveva sempre detto: non dare la residenza a nessuno né parenti, né sconosciuti. Poi ti ritrovi a non poterne più venir fuori. Ma era pur sempre la nipote, studentessa appena arrivata, pochi mesi. E con Gabriella non si poteva dire no: è pur sempre mia sorella.

Gabi, sicura che prende casa a parte? chiedo cauta Perché se poi le abitudini cambiano? A noi non piacerebbe avere una persona fissa in giro, lo sai no?

Macché Laura! ride lei. Ha diciotto anni, vuole libertà. Si è già accordata con due amiche per una stanza in affitto. Sennò non ti chiedevo nulla, davvero, ci serve solo per i documenti un indirizzo a Firenze. Ultimamente vogliono tutto: carte, timbro, dichiarazione. Giusto una formalità!

Sono rimasta a pensarci, ho detto che ne parlavo con Enzo la sera. Lui, appena gli racconto la storia, aggrotta le sopracciglia.

Non parte bene, ha detto lui secco. La residenza non si fa a nessuno. Poi passano i mesi e chi si riprende la casa? In ufficio ne sento di storie Lascia stare.

È la figlia di Gabriella, Enzo. Figurati, è solo per un semestre, le serve il certificato, poi prende casa con le amiche, dai

Sì, sì. Prima il foglio, poi le servono due cose, poi resta a dormire, poi la compagna di corso, e così via. Puoi far come vuoi tu, ma io non sono daccordo.

Però alla fine ho richiamato Gabry il giorno dopo. Mi era rimasto il magone. La ragazza si mette in gioco, vuole studiare, siamo noi gli zii col permaloso sulla formalità E mi ricordavo Francesca da piccola: ai pranzi di Natale, silenziosa, gentile, sempre con la treccia bionda, occhi grandi.

Gabriella aveva già avvisato che avrebbe chiamato lei stessa a spiegare tutto.

Francesca ha telefonato due giorni dopo. Una voce educatissima, impostata, proprio di chi è in gamba.

Zia Laura, salve, sono Francesca La mamma mi ha detto che forse potresti aiutarmi per la residenza. Mi scuso per il disturbo, ma mi serve davvero. Ho già la stanza in affitto con delle ragazze, ma alluniversità vogliono una residenza in città. Giusto per il corso, non vi farò fastidio mai, giuro. Posso passare a conoscervi, così ne parliamo?

Come facevo a dirle di no? Enzo, quando ha saputo che Francesca sarebbe passata, si è arreso: Fai come credi, ma non venire poi a lamentarti.

Arrivata a settembre: alta, magra, jeans e camicia bianca, treccia lunga castana. Bella, proprio bella. Zia, grazie di avermi accolta! e ci porge un sacchetto di cose portate dalla mamma: miele, marmellata fatta in casa, biscotti. Mi si è sciolto il cuore.

Abbiamo preso il tè, lei ha spiegato la faccenda: facoltà di giornalismo, sogna la tv, gli occhi che brillano. La stanza, dice, già ce lha con due ragazze in zona Campo di Marte, mi mostra anche le foto. Tre letti, ma si sono già organizzate.

Mi serve davvero la residenza, solo per i documenti. Non vi importuno mai, veramente. Al massimo qualche volta, se dovessi aver bisogno di qualcosa, ma raramente.

Anche Enzo, tornato dal lavoro, si è addolcito. Lei educatissima, lo saluta chiamandolo signor Enzo, si alza per lasciarlo cenare. Grazie ancora di tutto, domani porto i documenti, se poi puoi venire al Comune con me.

Al Comune, dopo tre giorni, tutto fila liscio. Lei ha tutti i fogli, io firmo da proprietaria, pure Enzo firma anche se a muso duro. Nel giro di due settimane lei ha la residenza, mi chiama dieci volte a ringraziare. Pensavo fosse finita lì.

Eh, la vita però fa i suoi giochi.

Allinizio Francesca davvero non si è vista. Mese dopo mese, solo un paio di chiamate di ringraziamento. Gabriella mi telefonava, la ragazza studiava, tutto davvero perfetto. Mi sono rilassata, convinta che avessi fatto bene.

Poi, a novembre, Francesca mi dice che deve fermarsi da noi qualche giorno. Cè stato un casino con quelle della stanza, una è troppo rumorosa, porta gli amici di notte, musica sparata. Mi devo preparare per gli esami, posso restare sul divano del salotto solo finché non risolvo? Non potevo dirle di no, povera studentessa in piena sessione

Arrivata la sera, stesso zaino gigante. Enzo ha stretto le labbra, ma ha lasciato correre. Francesca si è sistemata in salotto, mille scuse, solo per una settimana. Era molto discreta: usciva allalba, tornava per cena, giù sui libri. Noi niente televisore in sala, per non disturbare. Enzo andava in camera da letto, almeno dormo, diceva lui. Io mi trattenevo di più in cucina, giusto per distrarmi.

Una settimana è diventata due. Poi Francesca dice che sono iniziati gli esami e adesso non può spostarsi. Appena finito, mi trovo unaltra sistemazione.

Ma a gennaio, di ritorno da Bologna, dice che ha trovato lavoro part time in una redazione locale. Esperienza buona, soldi per il futuro. Allora vivere in affitto non conviene più, deve mettere via per lo stage a Roma del prossimo anno. Mamma non mi può aiutare

Zia Laura, posso restare ancora un po? Pago le spese, faccio la spesa per conto mio, non infastidisco nessuno. Questo lavoro è importante, se prendo una stanza se ne va metà dei soldi.

Enzo quando lha saputo è esploso.

Laura, basta! Te lavevo detto! Ci sta usando! Ha la residenza, adesso vive qui, che vuole dopo, portarsi i mobili suoi?

Dai Enzo, la ragazza è una brava studentessa, ce la mette tutta paga le spese, compra la sua roba…

Duecento euro al mese sbotta lui e vive qui senza problemi, ci occupa spazio, consuma acqua e corrente! Non è affitto: è una mancia per far star buona la coscienza!

Non ho ribattuto. In fondo sapevo che aveva ragione. Ma mi sembrava duro cacciare di casa la nipote. Non ce la facevo a chiamare Gabriella, che avrebbe risposto: Scelta tua, ora arrangiati.

A febbraio Francesca ormai si era sistemata benone. I suoi vestiti occupavano metà dellarmadio allingresso, scatole di libri ingombravano il balcone. Nel frigo, uno degli scaffali era tutto suo: yogurt, frutta, paste già pronte. Faceva la spesa a parte, ma comunque, ogni tanto, si serviva delle nostre cose: lo zucchero, lolio, il pane. Poi li ricomprava, ma intanto La sensazione era che nella nostra casa, qualcun altro di fatto comandava.

Con Enzo era un parlare a monosillabi. Lui partiva allalba, tornava tardi, tirava dritto in camera. Diceva che era stanco, ma lo faceva solo per non incrociare Francesca. Lei, per dire, cercava di non dare fastidio: salutava piano, si offriva di aiutare, puliva dietro di sé. Ma non bastava. Perché il punto è che rimane sempre una presenza estranea. Gentile, ma estranea.

Una sera la guardo dal lato della cucina mentre tagliavo il pomodoro per linsalata. Lei non fa una piega, mette a bollire il suo tè nel bollitore rosa che si era comprata perché, diceva, il nostro ci metteva troppo. Anche la tazza sua, grossa, con una scritta strana di qualche trend su Instagram. Che roba, penso, si sente talmente a casa sua che ormai ha tutto personale.

Francesca ho chiesto allimprovviso ma stai cercando qualcosa di nuovo per vivere? Le altre coinquiline si sono calmate?

Lei ha alzato lo sguardo dal telefono e si è tirata su le spalle.

Zia Laura, ormai non ho più rapporti con loro, dopo la litigata. Ma comunque guardo qualche stanza, lo giuro. Solo che è tutto caro oppure scomodo per luniversità. Qui è perfetto, cè il tram vicino, tutto a portata. Se ti disturbo davvero inizio a cercare seriamente.

E io? Dirle sì, disturbi, vai a vivere altrove? Non ci sono mai riuscita, figuriamoci. Mi sentivo stupida addirittura. Non è che lo fa apposta, è la vita

Cerca, sì ho borbottato io ti serve la tua autonomia, la tua camera. Non puoi stare di là sul divano sempre.

Per me va bene così, tanto non vi do noia…

E infatti è tornata subito di là, col tè. Io invece mi sono fermata, e ho fatto caso che ormai spendiamo le serate solo in cucina. Il salotto, che una volta era nostro, lo evitiamo. La tv nemmeno la accendiamo. Parliamo tutti sottovoce, sempre più in silenzio. A casa mia, capisci

Quella sera Enzo mi dice sottovoce, in camera:

Laura, la dobbiamo togliere. La residenza scade ad agosto, non rinnovare, hai capito? Deve trovarsi una sistemazione.

Va bene, promesso che non rinnovo.

Ma in fondo sapevo che non sarebbe stato così semplice. Ormai era lì da sei mesi, ospite ufficiale. Per mandarla via bisogna parlarne, spiegare. E mi faceva terrore la conversazione. Magari si arrabbia, lo dice alla madre, la sorella mi fa la guerra. In famiglia, ti fanno sentire sempre in colpa.

Marzo è passato in un lampo, aprile pure. Francesca si preparava agli esami, lavorava alla redazione. A volte rientrava alle undici, stanchissima, diceva che erano riunioni di redazione o articoli da chiudere. Si metteva col computer in salotto, sentivo il ticchettio nella mia camera, e mi irritava tantissimo. Volevo urlarle: Basta, qui si dorme! Ma stavo zitta.

Poi, a maggio, è accaduto quello che ha cambiato tutto.

Francesca è arrivata a casa una sera col ragazzo. Un tipo sulla ventina, alto, giubbotto di pelle, taglio da cinema. Si chiama Marco, studia anche lui a Firenze, informatica. Si erano conosciuti in redazione, lui lavorava come layoutista.

Zia Laura, posso farlo stare qui un po? mi chiede con aria da cucciolo Dobbiamo lavorare insieme a un progetto delluniversità, è una cosa veloce, promesso.

Ho detto di sì. Che dovevo fare? Enzo non cera, era in ufficio. Si sono chiusi in salotto, risate, bisbigli. Io ero in cucina, a bollire, ma di rabbia. E adesso portano pure i fidanzati! Penso io: qui è la mia casa, il mio divano, le mie cose!

Enzo rientra dopo unora. Mi vede la faccia scura.

Che succede?

Di là cè il ragazzo.

Enzo si scurisce. Va dritto in camera e sbatte la porta. Io resto in cucina, ascolto le voci basse.

Dopo una quarantina di minuti escono, Marco saluta, Francesca lo accompagna. Poi viene in cucina.

Scusa zia, se abbiamo dato fastidio. Abbiamo solo finito la presentazione, non succederà più.

Senti, provo a dirle con un filo di voce questa è casa nostra, non puoi fare come vuoi, portare chi vuoi. Siete ospiti qui, non affittuari!

Le si è fatto il viso triste.

Davvero non volevo creare problemi. Marco è bravissimo ragazzo, siamo solo amici e colleghi. Non accadrà di nuovo.

Ed è tornata in salotto. E io? Mi sono sentita una strega. So di aver fatto bene a dirle certe cose, ma subito dopo mi sono sentita una meschina.

Enzo, appena sono rientrata in camera, mi dice:

Basta Laura. Ad agosto se ne va. Devi dirglielo.

Solo che ad agosto non è successo niente. Perché a giugno Francesca viene e mi chiede il rinnovo della residenza per un altro anno. Prometto che per lautunno vado via, ma per ora ho troppa roba tra esami e lavoro. Se non rinnovo, rischio problemi in università.

Chiamo mia sorella. Lei sospira:

Abbi pazienza, Laura. Francesca è una brava ragazza, non combina casini. Le parlo, ma falle sto favore sennò va davvero in difficoltà. Lo so che ora richiedono tutto, la residenza devessere in città per forza.

E come una scema, lho rinnovata. Enzo mi ha giurato che la sua firma non lavrebbe più messa, e infatti non è venuto neanche al Comune. Ho fatto tutto da sola, pensando: ancora un annetto, ormai… mi sbagliavo, e di grosso.

Estate, Francesca sparisce un mese dai suoi a Bologna. Io e Enzo riscopriamo casa nostra. Si guarda la tv in sala, si parla, si scherza. Forse resterà lì, penso. Trova lavoro o amore a Bologna e basta, finito.

Ma settembre riecco Francesca, anche con una valigia piena. Dice che la mamma ha dato altra roba, vestiti, libri. E ora, secondo anno, vuole alzare la media, studiare di più e star molto a casa. Perfetto

A ottobre, di nuovo Marco. Sentiamo il campanello e chiacchiere allegre. Si piazzano sul divano con il portatile. Io sbircio in sala.

Francesca, avevamo detto niente ospiti, ricordi?

Ma non sono ospiti, zia! Dobbiamo lavorare per luniversità.

Come rispondi? Vado in cucina, mi accendo la sigaretta, le mani che tremano. Casa mia, e sono estranea.

Marco poi è venuto spesso, un paio di volte la settimana, talvolta restava fino a tardi. Francesca giurava che studiavano solo. Enzo tornava a casa alle dieci, giusto il tempo per andare a letto. Era tutta una fuga.

A novembre, non ce lho più fatta.

Francesca le dico seria è più di un anno che sei qui. Quando trovi casa tua?

Diventa seria, sguardo basso.

Davvero non è facile, zia. Cè poco, troppo caro o troppo lontano. Io qui vi pago laffitto, non vi do fastidio. Non è proprio insopportabile?

Sì, confesso finalmente è pesante. Io e Enzo eravamo abituati a stare soli, ed è dura. Poi con Marco che viene sempre… È pure casa di famiglia, non puoi portare chi vuoi.

Siamo solo amici! E poi sono residente: per la legge questo è anche casa mia!

Ed ecco lì, la doccia gelata. Era cambiato tutto. Ormai lei si sentiva “dei nostri”. Noi compratori trentanni fa, adesso quasi abusivi

Ma la residenza è temporanea, provo a spiegare piano ti abbiamo aiutata, non era obbligatorio restare qui a vita.

Non vi sto sfruttando! Pago la luce, non tocco la spesa, non sporco! Adesso volete cacciarmi?

Nessuno caccia nessuno, rispondo stanca ma dovresti capire, la vita è anche nostra qui. Enzo nemmeno rientra più…

Lei tace, poi dice solo: Ho capito, cerco sul serio.

Da lì sempre più freddo. Si salutava, si ringraziava, basta. Enzo manco le parlava.

A dicembre, peggio ancora. Di solito facevamo decorazioni e albero di Natale in salotto, ora una piantina finta in cucina. Il clima di festa sparito.

Francesca a Natale è andata dai suoi. Enzo ha tirato un sospiro di sollievo.

Almeno il Capodanno tranquilli…

Così abbiamo brindato in cucina, con la tv accesa sulla Consolata. A mezzanotte, Enzo mi ha abbracciata: Laura, questanno decidiamo. O la togliamo, o ce ne andiamo. Così non si può vivere.

Con la causa? mi sono spaventata.

Se serve, sì. Basta fare i buonisti col sangue del nostro sangue.

Aveva ragione, proprio ragione. Ma mi spaventava lidea del tribunale, dello scontro, le liti in famiglia. Gabriella avrebbe piantato casino di sicuro. E io non so diventare la stronza di famiglia.

A gennaio Francesca è tornata, e pure con una novità.

Zia Laura, zio Enzo, volevo avvisarvi: Marco deve lasciare il convitto, costa troppo, e io ho pensato, potrebbe dormire qui per un po? È solo temporaneo, poi andiamo a vivere per conto nostro. Tanto, ormai lui è il mio compagno, vogliamo sposarci dopo luniversità. Non vi darà fastidio, paga la sua parte, tranquilli.

Mi è quasi caduta la tazzina. Enzo si è fatto viola.

Cosa?! Lo porti a stare qui?!

Non vivere, precisa lei glaciale solo fermarsi. Massimo un paio di mesi. Poi troviamo altro. Ora il dormitorio è invivibile…

No Francesca intervengo basta, ti abbiamo aiutata, ma qui no! È troppo!

Ma perché? è rimasta sorpresa la casa è grande, voi la vostra camera, noi il salotto. Marco pagherà le bollette. Che problema cè?

Enzo si è alzato, pugni serrati sul tavolo.

No! Qui non entra! E tu, Francesca, inizia a prepararti: ti do fino a febbraio. Poi basta. Non possiamo più essere sfruttati.

Francesca ha alzato gli occhi. Molto diversa da prima, ormai affermata, senza remore.

Non avete diritto di mettermi in strada. Io ho una residenza regolare fino ad agosto, e per legge posso stare qui. Marco domani viene, fate pure denuncia alla polizia se volete, ma dubito cambi qualcosa.

E via, in salotto. Noi due in cucina, interdetti. Era riuscita a tenerci sotto ricatto, legalmente.

Il giorno dopo ho chiamato Gabriella e spiegato tutto. Lei sospirava.

Non so cosa dirti. Francesca ormai non ascolta più, non sono nemmeno sicura di questa storia con Marco. Ma che posso farci? Ha diciannove anni, decide lei.

Ma ci minaccia! non ho resistito Porta anche il ragazzo, e dice che non la possiamo togliere!

Vai in tribunale, se proprio non ce la fai. Non mi offendo, capisco

Menomale che non ci credevo neanche io.

Dopo tre giorni Marco è arrivato, con valigione e zaino. Francesca raggiante ad accoglierlo, tutti e due sistemati subito in salotto. Io dallaltra parte a sentirmi invasa. Enzo la sera è tornato e mi ha detto, occhi ardenti:

Domani vado dallavvocato, basta. Inizio la causa per sfratto. Ora mi frega niente se tutta la parentela mi odia, voglio tornare padrone a casa mia!

E così è stato. Lavvocato ci ha spiegato che possiamo farla, ma serve raccomandata, verbali, prove che crea disagio (diritto di godimento compromesso), e per Marco tira via basta chiamare i carabinieri.

Enzo se ne occupa, io distrutta, non avevo neanche la forza di discutere.

Il maresciallo è venuto, ci ascolta, parla con Francesca e Marco. Dieci minuti dopo, ci spiega:

Il ragazzo sostiene che è ospite per pochi giorni. Se rimane oltre, fate nuova segnalazione.

Insomma, dovevamo solo aspettare.

Marco non se ne va. Stesso copione: salotto pieno, divano, cucina in comune, bagno manco ne parliamo. Poi finalmente se ne va: avvertito che rischia la multa.

Francesca torva, ma almeno respiro un attimo.

Dopo meno di un mese, Francesca mi dice che Marco tornerà. Non può più restare in dormitorio, lhanno derubato, e lei ora vuole la residenza anche per lui.

Come, la residenza?! allibita Non puoi darla a nessuno qui, è di proprietà nostra!

Posso, invece. Ho già parlato col notaio. Se siamo conviventi posso fare domanda.

Enzo chiama il nostro avvocato, che gli dice che sì, lei può richiedere temporaneamente la registrazione di un familiare convivente, ma il proprietario può bloccare tutto col giudice.

Enzo, senza mezzi termini: Chiedo lo sfratto e misi un blocco!.

A febbraio stavamo ufficialmente in guerra legale contro la nipote. Gabriella non mi risponde più al telefono, altri parenti pure. Enzo in ufficio compatito (Problemi di case, i peggiori).

Marco torna con bagagli. Francesca lo aiuta di nuovo, planano sul divano. Io guardo il mio terrazzo e sto male. Erano loro i padroni, noi dei rifugiati.

Sono mesi così. Marco non ottiene la residenza ma vive qui. Il giudice ci ha dato la prima udienza a luglio. Lavvocato più rassicurante: Se ci sono prove di disagio concreto, la liberate

E così la vita prosegue. Io e Enzo relegati in camera, le serate in cucina perché di là cè Francesca con Marco. Ognuno si fa la spesa, prepara in orari diversi. Si incrociano solo saluti secchi. Francesca non chiede più scusa, anzi, ormai fa valere solo i suoi diritti.

Ultimamente hanno persino comprato la tv nuova, attaccata al muro del salotto. Hanno portato via la nostra, lasciata in balcone. Enzo ha stretto i denti, non ha detto una parola. Che senso ha litigare ormai?

Questa sera, eccoci qua in cucina, io a lavare piatti, Enzo fisso fuori dalla finestra. E ho capito che siamo solo esausti. Esausti di questa lotta, di nasconderci, esausti punto.

Enzo, gli sussurro ma non potremmo vendere tutto e comprarci una camera piccola, magari a Novoli o più fuori? Questa la lasciamo a loro.

Mi ha fissato a lungo.

Così è come se ci cacciassimo da soli, Laura. Ci togliamo da casa nostra Dove abbiamo investito tutto, fatto i sacrifici per anni.

Sì, però qui non si vive più. Siamo ospiti, Enzo. Magari fuori un nuovo inizio, una camera anche piccola, ma nostra per davvero.

Ci ha pensato, poi fa un cenno col capo.

Forse sì, sarebbe pure meglio. Ma è una ferita grossa.

Dal salotto sono scoppiate risate. Marco e Francesca davanti alla loro tv gigante, felici, sistemati. Nella nostra ex casa, che ormai nostra non lo è più.

Noi zitti, a bere il tè rimasto freddo, fuori il tramonto e le voci di bambini. Il mondo va avanti, nella nostra prigione tutto fermo.

Laura, dice allimprovviso Enzo ti ricordi quando ci pensavamo se lasciargliela sta residenza? Più di un anno fa

Eh già, eccome se ricordo.

Avrei dovuto insistere di più allora, dice pacato, non con rabbia non darle nulla.

Hai ragione.

Ci guardiamo e cè solo stanchezza, nessun rimprovero.

Dal corridoio passi, Francesca va in bagno e ci lancia: Buonasera.

Rispondiamo, lei si chiude dentro. Poi si sente la doccia. Enzo mi guarda, solita malinconia.

Forse è il caso davvero di andare via. Lasciamo tutto, tanto non è casa.

Stavo per rispondergli, ma Marco sbuca in cucina, apre il frigorifero, si prende il succo, lo versa, posa il bicchiere lavato.

Notte, dice veloce e via nel suo salotto.

Restiamo immobili. Fermo perfino il dolore. Il pensiero che qui non cè più nulla di nostro.

Domani sento lagenzia, decide Enzo. Vediamo quanto vale, e finiamo sta storia. Voglio solo una stanzetta, da capo.

Va bene, dico, sentendo che dentro qualcosa cede definitivamente.

Restiamo ancora un po, finiamo il nostro tè. Poi in camera, passiamo davanti alla porta chiusa dove si sente parlare Marco e Francesca. Il nostro vecchio salotto. La nostra vecchia casa.

Enzo si mette a dormire subito. Io prendo in mano un libro ma i caratteri mi ballano davanti.

Sai, sussurra lui nel buio continuo a domandarmi dovè che abbiamo sbagliato. Noi volevamo solo fare un piacere.

Abbiamo sbagliato a credere mormoro che un gesto buono generasse gratitudine. O che la famiglia sarebbe stata riconoscente.

Siamo stati ingenui, scrolla lui ormai dovremmo esserci fatti furbi.

Già.

Ci corichiamo e spegniamo la luce. Dallaltra parte il rumore basso della tv, risate. Vivono la loro vita fregandosene di noi.

E noi, nel nostro letto, ci siamo sentiti estranei. Ospiti scordati, come chi avrebbe dovuto andarsene da tempo.

E mi è venuto in mente che il vero male non era tanto perdere la casa, quanto perdere la fiducia. La convinzione che se sei gentile, la vita ti restituisce buona sorte. O che tra parenti valga più il rispetto. Quella roba non cè più; è rimasta solo tanta amarezza, e stanchezza.

Enzo si è addormentato, io sono rimasta lì sveglia a pensare che domani ricomincerà tutto da capo. E dopodomani ancora. Finché non si finisce la causa, o non saremo noi a sgomberare questa casa che non è più casa.

Fuori il vento ha fatto sbattere la finestra della rampa. Marzo sta finendo, arriva la primavera. Ma dentro a queste mura cè solo freddo, una lunga stagione che non finisce mai.

Ho chiuso gli occhi. E mi sono lasciata andare, sperando che almeno nei sogni questa fosse ancora la nostra casa, quella vera. Ma era solo un sogno. Perché la realtà, ormai, era unaltra.

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