Tre nuove chiavi
Ma perché sei così pallida? Stai di nuovo facendo quelle tue diete? la voce di mia suocera rimbombava nellingresso, senza nemmeno un saluto, come una tromba nel silenzio.
Stavo davanti ai fornelli, la vestaglia stropicciata addosso, a mescolare la mia polentina, e mi passava per la mente che, finalmente, questo sabato sarebbe stato solo mio. Mio, dallalba fino a notte tarda. Giuliano era andato a pescare con Nicola, quello del terzo piano, e aveva promesso che rientrava per cena. Io avevo già pianificato tutto: colazione in silenzio, una passeggiata lunga lungo i platani del parco, poi sul divano con un libro senza nessun motivo per correre. Questi giorni erano rari, davvero rari. Quasi non succedevano.
E invece.
Mi sono voltata. Donatella Petroni era già in cucina, toglieva il cappotto mentre ancora camminava. Lha appoggiato sulla spalliera della sedia, e come sempre è scivolato per terra. Nemmeno se nè accorta.
Buongiorno, signora Donatella ho detto io, con la voce piatta e calma. Dopo sette anni, ci sono abituata.
Sì sì, buongiorno Dovè Giuliano?
È uscito a pescare.
Lei si è fermata in mezzo alla cucina, sollevata, come se le avessi detto una cosa impossibile.
A pescare? Non me lha detto.
Avrà dimenticato di avvertirla ho ribattuto, dando la schiena ai suoi occhi inquisitori.
La polenta sobbolliva. Ho abbassato il fuoco. Fuori dalla finestra, il cielo di ottobre era lattiginoso, nuvole grigie e immobili: volevo davvero uscire a respirare quellaria dautunno, profumata di terra e foglie. Ora fissavo solo la pentola, con la certezza che il mio giorno era già andato perso.
Donatella ha raccolto il cappotto da terra, lo ha appeso nel corridoio con un sospiro e si è seduta a tavola. Dalla borsa ha tirato fuori un enorme sacchetto di plastica, lo ha piantato sulla tovaglia.
Ho fatto le focacce con la verza. A Giuliano piacciono con la verza.
Grazie.
Almeno assaggiale, non fare già quella faccia.
Non la facevo. Mi sono semplicemente voltata verso la pentola, servendo la polenta con gesti pacati. Dentro, dietro lo stomaco, cera una molla pronta a scattare, ma fuori sembravo di pietra. Sette anni di addestramento.
Siediti, mangia con me mi ha detto. Leducazione era ormai automatica per entrambe.
Ho già mangiato. Solo un po di tè, grazie.
Ho messo su lacqua, poi mi sono seduta davanti a lei, la polenta nella ciotola. Donatella guardava la mia colazione con aria severa.
Mangia solo questo? Polenta allacqua?
Al latte.
Cambia poco. Per lo meno Giuliano ha mangiato due uova prima di uscire?
Non lo so, signora Donatella. È uscito alle sei. Dormivo.
Lei ha scosso la testa. Un gesto conosciuto, che voleva dire: ecco che moglie che ha mio figlio, dorme mentre lui esce affamato.
Mangiavo e fissavo la finestra. Un piccione camminava sul davanzale, lento, becchettava qualcosa dinvisibile. Il suo regno, la sua vita.
Dovresti cambiare le tendine ha detto Donatella, scrutando la cucina. Sono ormai stinte.
A me piacciono.
Piacciono a te. Ma Giuliano mi ha detto che vorrebbe le nuove.
Giuliano non mi aveva mai detto nulla del genere. Magari a lei, sì, in una di quelle conversazioni tra madre e figlio che non ho mai sentito e mai sentirò, dove largomento ero io, senza di me.
Il bollitore ha fischiato. Ho preparato il tè, le ho messo davanti la tazza, la zuccheriera, il cucchiaino.
Grazie ha detto lei, mescolando forte. Dovresti chiamare Giuliano e dirgli che sono qui.
È a pescare, signora Donatella. Non prende segnale lì.
Che posto è, senza segnale?
Così ha detto lui.
Ha tirato le labbra, bevuto il tè in silenzio, fissando il sacchetto.
Passami un vassoio, vedi che metto le focacce come si deve.
Ho preso il vassoio e glielho allungato. Ha iniziato a sistemare le focacce una accanto allaltra, ordinata, le dita esperte. Dallimpasto si sprigionava un profumo di verza e forno. In un altro giorno, in un altro umore, forse ne avrei presa una.
Ora, guardavo soltanto.
Ma voi due mi dici, parlate mai? diceva Donatella, fissando la crosta lucida.
Certo.
Lui mi chiama ogni giorno. Mi racconta. Tu resti sempre zitta.
E cosa racconta?
Si è fermata, le mani sulla focaccia.
Ma varie cose. Che è stanco. Che in casa cè una tensione.
Ho appoggiato il cucchiaio.
Tensione, ho ripetuto tranquillamente.
Eh, lo sai anche tu. Si sente, qui cè sempre qualcosa che non va. Io sono la madre, sento queste cose.
Sono andata a lavare la ciotola. Mi sono fermata un momento, a guardare il cortile: un uomo portava fuori un cane minuscolo e rossiccio, tirava il guinzaglio tra i cespugli. Camminava piano, la mano in tasca. Una scena di pace, una cartolina di vita che non mi apparteneva.
Irene, la voce di Donatella, quasi gentile.
Sì?
Non ce lhai con me, vero?
Lho guardata dritto negli occhi. Conosco quello sguardo: non è pentimento, è attesa che io risponda ma no, così il teatrino può ricominciare.
No, signora Donatella. Non ce lho.
Ha annuito, soddisfatta. Ha preso la tazza.
Bene. Io non ti sono nemica. Voglio solo che stiate bene.
Lo so.
Avevo quarantotto anni. Giuliano cinquantuno. Sua madre settantatre. Sposati da sette anni. Secondo matrimonio, per entrambi. Pensavo che al secondo giro le persone fossero più sagge, sapessero accordarsi, avessero chiari i desideri e i limiti.
Mi sbagliavo.
Donatella ha finito il tè, si è alzata.
Fammi vedere coshai in frigo.
Perché?
Aveva già aperto il frigorifero.
Così preparo qualcosa per Giuliano stasera. Torna affamato, dalla pesca si torna sempre affamati.
Signora Donatella
Sì?
Mi sono fermata, respirando piano.
Preparo io la cena.
Si è voltata con sorpresa.
Ma Ire, voglio aiutarti.
Lo so. Ma ce la faccio.
Dici sempre così. Ho visto come mangiate. Giuliano è dimagrito.
Giuliano sceglie da solo cosa mangiare.
Ma è uomo, non va in cucina per sé.
Non vive mica da solo.
Ci fissavamo, lei col frigo dietro, io dal lavello. Due metri di linoleum a scacchi tra noi: quello che avevo scelto con Giuliano, appena traslocato. Io decidevo, lui annuiva. Ora Donatella mi diceva che si stavano sollevando gli angoli vicino alla porta e bisognava cambiarlo.
Va bene ha detto infine. Come vuoi.
È tornata a sedere, rimettendo le cose nella borsa. Ho pensato sarebbe andata, e il mio cuore si è sciolto appena un po.
Mi fermo da voi, aspetto Giuliano ha detto.
La molla si è tesa di nuovo.
Tornerà verso sera.
Non ho niente da fare.
Ha tirato fuori lana e ferri. Si è accoccolata sulla sedia, precisa, come chi non se ne va.
Lho guardata: i ferri lucidi, il gomitolo accanto al vassoio di focacce, il cappotto di nuovo appeso, non si sa come. Poi senza parlare ho preso il mio tè caldo e sono andata in sala.
Mi sono raggomitolata sul divano, fissando la parete. Sopra, un piccolo quadro di campagna umbra, comprato al mercatino anni fa: un fiumiciattolo, una salice, tanta pace. Era la mia oasi.
Dalla cucina, solo il tintinnio dei ferri da maglia.
Ho scritto un messaggio a Tiziana: È qui di nuovo. Lei ha risposto subito: Senza avvisare?. Io: Ha le chiavi, ti pare poco?. Tiziana: Ire, fino a quando così? Parli mai davvero con tuo marito?.
Ho chiuso il telefono.
Ho già parlato, pensavo. Prima una volta, verso i due anni di matrimonio, quando capii che Donatella veniva da noi, ma in realtà da Giuliano, nella sua casa, che era stata solo sua. Dissi: Giuliano, avverti mi raccomando. Rispose: È mamma, ha sempre fatto così. Io: Qui ora viviamo in due. Lui: E allora? Che venga pure. Io: Almeno avvisi. Lui: Esageri.
La seconda volta, dopo che aveva spostato tutte le spezie: Così sta meglio, disse. Rimasi cinque minuti muta in cucina, capire cosa mi avesse turbato tanto. Poi capii: era la mia mensola, erano le MIE spezie. Da lì, non ho più potuto ignorarlo.
Giuliano allora: Rimettere tutto a posto ci vorranno due minuti. Io: Non si tratta solo di spezie. Lui: E di cosa?. Non riuscii a spiegare. Forse ero solo stanca.
La terza volta mi sono arrabbiata davvero: era entrata in casa mentre ero via, aveva lavato tutto. Suonava assurdo: chi si offende perché la casa è pulita?, ma io mi sentii esclusa, violata. Aveva visto la mia stanza, i miei libri, i miei vestiti sul letto.
Giuliano disse solo: Mamma voleva solo aiutare. Tu pensa troppo.
Il problema sono le chiavi, dissi. Questa è casa mia anche, non solo tua. Io non capisco che vuoi, mi rispose dopo sette anni.
Mi sono alzata per bere. Dal frigo provenivano colpi, dalla cucina rumori di pentole. Sono tornata.
Donatella era china sul tagliere, stava sminuzzando la cipolla.
Cosa fa?
Preparo la minestra. Giuliano ladora.
Signora Donatella, le avevo chiesto di non toccare nulla.
Ire, è solo una minestra. Che male cè?
Decido io cosa cucinare nella mia cucina.
Ha posato il coltello, mi ha fissata.
Nella TUA cucina.
Sì.
Beh Ha ripreso il coltello. Pazienza.
Io le ho preso il tagliere di mano. Lasciando la cipolla appena affettata.
La prego, basta.
Ero a un passo da lei e ho visto tutte le rughe, lo stringersi delle labbra, qualcosa di tagliente negli occhi.
Me lo stai vietando?
Chiedo solo di rispettare che questo è casa anche mia.
Casa di Giuliano. Lui qui è nato.
E ora ci vive in due da sette anni.
Mi ha ripreso il tagliere, gentile ma decisa. Rimesso piano sul tavolo. Parlerò con Giuliano ha detto. Parli pure.
Sei scortese.
Chiedo solo rispetto.
Ah, rispetto, disse. Te lha insegnato la TV.
Sono andata alla finestra. Il piccione era sparito. Anche luomo con il cane. Cortile vuoto, foglie bagnate ovunque.
Irene, fece Donatella più dolce. Non ti arrabbiare. Io lo faccio per il bene di tutti.
Lo so.
Giuliano, senza cibo fatto in casa, deperisce. Tu lavori, hai poco tempo.
Il tempo lo trovo.
Va bene, va bene. Ma lasciami aiutare.
Tornò ai suoi gesti, sorda a tutto quanto non coincidesse col suo senso di maternità. Lasciai la cucina, passai in camera, chiusi la porta. Dal soggiorno il rumore delle pentole si fece cadenza quotidiana. Stava cucinando la minestra.
Lessi un paragrafo. Lo rilessi. Nessuna parola faceva senso. Richiamai Tiziana.
Sta cucinando la sua minestra dissi.
Nella tua cucina.
Sì.
Devi parlare con Giuliano davvero, oggi. Non domani, non alla prossima. Oggi.
Non risposi subito. Tiziana aveva ragione. Eravamo amiche da ventanni, mi conosceva meglio di me. Aveva già provato a dirmelo tre anni fa: Ire, non fare allusioni, parla chiaro. Ma parlare chiaro mi spaventava. Non per paura di Giuliano. Ma perché lui era stanco, abituato a lasciar correre, amava troppo sua madre per voler sentire qualcosa che la facesse soffrire.
Proverò promisi.
Promettimelo.
Prometto.
Smisi di leggere e stetti ferma a guardare il soffitto, la piccola crepa accanto alla cornice una traccia che conoscevo a memoria.
Dopo due ore sono uscita. In bagno ho guardato il mio riflesso: occhi stanchi, niente di pallido, solo stanchezza.
In cucina Donatella aveva apparecchiato per tre: stoviglie, pane, focacce sul vassoio.
Dai, mangia, disse la minestra è pronta.
Grazie. Mangio dopo.
Si raffredda.
La scaldo dopo.
Mi guardava con delusione, palese.
Ma che cè? Hai passato tutta la giornata in camera. Non mi rivolgi neanche la parola. Che cosa ti ho fatto?
Ho preso la bottiglia dacqua, lho aperta con calma.
Signora Donatella, parliamo chiaro.
Parliamo.
Lei viene qui senza avvertire. Sempre. Viene perché ha le chiavi. E io lo sento. Appena entro, penso subito: magari è in casa, magari è appena stata.
E allora? Sono di famiglia.
Lei è la famiglia di Giuliano. Per me è suocera. È diverso.
Si è irrigidita.
Cosè questo diverso? Siamo una famiglia.
Nelle famiglie ci si avvisa. Si chiede permesso.
Io dovrei chiedere il permesso a mia nuora?
Eccola la parola. Permesso. Come se domandare non fosse educazione, ma umiliazione.
Basterebbe una telefonata: Irene, vengo sabato, posso?. Non è umiliante.
Ma io vengo da mio figlio!
Che oggi non cè.
Ma tu ci sei.
Esatto. E anchio vivo qui. E mi piacerebbe sapere chi entra in casa mia.
Donatella si alzò, rimise il suo piatto, infilò il cappotto con le mani che tremavano appena: non per letà, ma per orgoglio ferito.
Basta disse. Va bene.
Non voglio litigare.
Ho capito.
Davvero. Vorrei solo rapporti normali.
Normali vuol dire chiamare per chiedere permesso.
Sì, almeno avvisare.
Prese la borsa, le erano rimaste un paio di focacce.
La minestra è sul fuoco dichiarò dalla porta. Butta il resto se vuoi.
Chiuse la porta lentamente. Non sbatté. Fa più male, così.
Rimasi sola, davanti al vassoio di focacce e la pentola di minestra. Mangiai in silenzio, fissando la finestra. La minestra era buona, davvero.
Poi sistemai i piatti, coprii le focacce, messi via con cura.
Scrissi a Tiziana: Ho parlato.
Lei: E?
Ira, se nè andata, offesa.
È un suo diritto. Hai fatto bene.
Mi rimanevano alcune ore di calma fino a sera. Giuliano sarebbe tornato, avrebbe visto la minestra pronta, le focacce e avrebbe chiesto spiegazioni. Sapevo già come sarebbe andata: lui al telefono con la madre, io a parlare al muro. Sempre così. Lui avrebbe detto: Ma perché così? Io avrei risposto: Così come? Lui: Voleva solo aiutare. Io: Lo so. Lui: E allora che cè di male.
Ho preso quel libro che non riuscivo a leggere in camera, e sono tornata sul divano. Stavolta le parole, sorprese da tutta quella quiete, hanno ripreso a scorrere.
Giuliano è rincasato alle sette. Ho sentito il rumore delle chiavi, il tonfo del suo borsone da pesca, e poi la sua voce.
Oooh, minestra! È venuta mamma?
Sì, si è fermata un po. Siediti che scaldo.
Già sfilava lo spolverino, sorrideva davanti alle focacce. Giuliano era un omone buono; le piccole cose lo esaltavano, se qualcosa andava storto si faceva cupo. Sapeva prendersi gioie semplici e non amava i conflitti.
Ho servito la minestra, lui era già a tavola, occhi che sbrilluccicavano vedendo le focacce.
Uh, con la verza! Irene, tu hai assaggiato?
Sì.
Buone?
Molto.
Ha iniziato a mangiare, mentre mi raccontava della pesca, di come Nicola aveva preso una trota enorme, di come era bello respirare aria buona via dal traffico. Io ascoltavo, aspettava.
Hai fatto arrabbiare mamma? ha chiesto a metà piatto.
Un po.
Avete parlato?
Sì. Giuliano, dobbiamo parlare anche noi.
Si è trattenuto un attimo con il cucchiaio a mezzaria. Lo sguardo è cambiato.
Di cosa?
Delle chiavi.
Silenzio.
Irene
Giuliano. Ti chiedo di riprendere le chiavi da tua madre.
È mia madre.
Per questo deve avvisare prima di venire. È civiltà. È rispetto per la nostra casa.
Viene per affetto.
Viene senza avvisare. Entra, va dove vuole, sposta le cose, cucina cibo non richiesto.
E che male cè che cucina?
Giuliano, ascolta me almeno una volta. Io non mi sento a casa. Sto sempre in allerta. Entro in cucina e temo che abbia cambiato posizione a tutto. Non è giusto. Così non può funzionare.
Si è appoggiato con la schiena alla sedia, braccia conserte.
Esageri.
Ho chiuso gli occhi, solo un secondo.
Dici sempre così.
Perché fai sempre uguale. Mamma viene, aiuta, e tu
E io?
Fai sempre una tragedia.
Giuliano. È un sistema, non un evento. Sempre senza avvisare, sempre in casa, sempre con la cucina in mano sua.
Sistema, ha ripetuto, incurvando la voce. E allora che dovrei dire? Le dico: Non venire più?
Le dici: Chiamami prima.
Ormai ha unetà. È abituata così.
Ne ha settantatré, Giuliano, non centodieci. Sa usare il telefono.
Vuoi che le tolga le chiavi.
Sì. Ti chiedo questo.
Si alzò, andò in cucina, guardò fuori la finestra.
Irene, lo capisci che lei è sola? Mio padre è morto otto anni fa. Ha solo me.
Capisco.
Per lei avere le chiavi è sicurezza. Le pare di non essere del tutto sola.
Ci sono altri modi per non essere soli, Giuliano. Chiamare, venire quando invitata. Le chiavi non danno sicurezza, danno controllo.
Controllo della casa di un altro, mormorò voltandosi. Di un altro.
Questa è (dovrebbe essere) la nostra casa, non solo la sua.
È casa mia.
Lo aveva detto di nuovo. Lo diceva solo nei momenti peggiori. Come unultima carta, per chiarire chi comanda.
Va bene sussurrai. Tua.
Silenzio.
Non le toglierò le chiavi, stabilì.
Va bene.
Va bene?
Sì. So qual è la tua scelta.
Irene. Non fare così.
Come?
Così. Fredda.
Non sono fredda. Ho solo capito.
Che cosa?
Mi sono alzata. Ho preso la mia tazza.
Che hai deciso.
Non ho deciso nulla. Non voglio ferire mia madre.
Invece me sì.
Nessuno ti vuole ferire.
Giuliano mi sono fermata sulla porta. Hai mai pensato cosa si prova a vivere dove altri possono entrare come credono con un mazzo di chiavi? Non lo chiedi mai, perché la risposta non ti piacerebbe.
Ho lasciato la stanza. Lui non mi ha seguita.
Sedevo in soggiorno, sentivo i suoi passi, poi sentivo la telefonata: Mamma, non preoccuparti Irene è fatta così Lo sai Vieni quando vuoi.
Vieni quando vuoi.
Rimasi in ascolto. Dentro non faceva male. Solo silenzio, quiete. Come una stanza spenta.
Poi è rientrato.
Irene.
Sì.
Dai, smettiamola.
Smettiamola come?
Così, zittiti.
Si è seduto accanto. Io non mi sono spostata.
Hai chiamato tua madre?
Sì.
Si è offesa?
Un po.
Capisco.
Ire. Mi prese la mano. So che ti pesa. Però cerca di essere più morbida.
Più morbida.
È anziana, è sola, non capiresti.
Giuliano. Gli occhi negli occhi. Sono stata morbida, disponibile, paziente sei anni filati. Ho sempre detto va bene, ho capito, lasciamo perdere. E siamo sempre qui: lei viene senza avvisare, cucina in casa mia, dice che tra noi cè tensione, e tu la rincuori.
Tirò via la mano.
Non vuoi mai incontrarla a metà.
Sono stanca di andare incontro sempre io.
Vuoi forse il divorzio?
Lo disse quasi con aria di sfida. Quasi sperando mi sarei spaventata.
Non dissi nulla.
Irene, ti ho fatto una domanda.
Ho sentito.
Allora?
Non rispondo a domande che servono solo a far finire il discorso.
Io non minaccio.
Sì, perché vuoi chiudere la discussione.
Si diresse alla finestra.
Complichi tutto.
Può darsi.
Per delle chiavi.
Non è per le chiavi, è per tutto ciò che significano. Ma tu non vuoi parlarne.
Sto parlando.
No. Tu spieghi solo perché io devo tacere.
Lui rimase in silenzio.
Non so che cosa tu voglia da me.
Ancora.
Mi sono alzata, ho preso il portafogli e le chiavi. Mi sono messa su la giacca.
Dove vai?
A camminare.
Irene
Ho bisogno daria.
Ho chiuso la porta. Nellandrone sapeva di minestrone della signora Maria. Scesi, uscii tra i platani del cortile.
Era buio. Solo i lampioni gialli e le foglie nere di umidità sullasfalto. Mi sono incamminata verso il parco, le panchine, la ghiaia.
Camminavo e non pensavo a Giuliano né a Donatella. Solo a me. Che camminavo in un ottobre nero, che dentro non mi mancava casa. Strano. Casa era sempre stata rifugio, anche litigando. Ora non volevo tornarci.
Vicino a una panca bagnata, non sedetti. Guardavo gli alberi neri, silenziosi; a loro non importava nulla.
Presi il telefono, scrissi a Tiziana: Ha detto a sua madre, vieni quando vuoi.
Lei mi chiamò.
Racconta.
Raccontai, breve, asciutta. Tiziana ascoltò, poi tacque.
Ire, ti offendi se te lo dico? Vivi a casa sua. Finché resti così, sarai sempre ospite. Ospite di riguardo ma ospite.
Lo so.
Non lo sai davvero. Se lo sapessi avresti già preso una decisione. Lui non toglierà mai le chiavi. Perché sono il simbolo: casa sua, diritto suo. A te, qui, non resta niente.
Tacqui.
Irene.
Ti sento.
Che farai?
Non lo so. Non ancora.
Non essere precipitoso. Pensa.
Ho girato un paio disolati, poi sono capitata davanti al ferramenta ancora aperto. Entrai, camminai tra lodore di metallo e gomma, tra bulloni e bottiglie dolio. Chissà perché, mi fermai davanti ai lucchetti.
Una serie di confezioni appese, cilindri, placche. Presi una, la girai, lessi il prezzo.
Forse tre minuti stetti lì, muta. Il commesso guardava il cellulare, muto anchegli.
Alla fine, presi la confezione con tre chiavi. Buon acciaio. Andai alla cassa, pagai con i miei quaranta euro. Tornai a casa.
Giuliano guardava la tv. Cosa hai comprato?
Qualche cosa.
Versò anche lui il tè. Rimase vicino al vetro.
Ire, pensavo
E allora?
Capisco che non stai bene. Ma mamma è fatta così. Non cambierà. Lo sai.
Lo so.
Siamo tutti adulti. Magari, dovresti solo accettarlo.
Accettarlo.
Sì. Vuoi mettere la minestra, le focacce
Giuliano. Io non lo accetterò.
Allora non saprei cosa dirti.
Non ho bisogno di parole, Giuliano. Vorrei solo che facessi qualcosa.
Cosa?
Parla con tua madre. Seriamente. Spiega che qui valgono delle regole. Non può entrare di nascosto, né comandare in cucina.
Si offende.
È vecchia.
Allora perché parli ancora? Essere vecchi non dà diritto a tutto.
Non volevo dire quello.
Allora cosa?
Metto via la sua tazza.
Se qui non stai bene Non so, Irene. Forse dovresti chiederti se è davvero il posto adatto a te.
Gelida. Come acqua che diventa ghiaccio.
Mi stai dicendo di andarmene?
Ti dico di pensarci.
Penso.
Me ne andai in camera, senza leggere. Sentivo il suo respiro, il buio. Dormiva subito, come sempre.
Al mattino, lui uscì presto. Io rimasi accoccolata in cucina, presi il sacchetto dal mobile sotto il lavandino, lo poggiai sul tavolo, fissandolo a lungo. Poi scrissi a Vittorio Sorrentino, il vicino del piano di sotto, tuttofare.
Vittorio, oggi puoi cambiare la serratura della porta? Ho io il materiale.
Alle 11 sono libero, va bene?
Perfetto.
Alle undici e poco dopo arriva, con la valigetta. Mi fa vedere il modello? Buona marca. Trenta minuti ed è finita.
Mi rifugio in cucina mentre lui armeggia. Sentivo i rumori, il vecchio blocco via, il cilindro nuovo installato, qualche parola sussurrata che restava sospesa nellaria.
Ecco, tre chiavi nuove. Provi a girare.
Funzionava. Una morbidezza inattesa. Pagai, ringraziai.
Rimasi sola. Tre chiavi. Nessuna da lasciare ad altri.
Chiamo Tiziana.
Ho cambiato la serratura.
Silenzio.
Lui lo sa?
No.
Torna stasera?
Sì.
Irene, ora è tutto diverso. Non sono più solo chiavi.
Lo so.
Sei sicura?
Voglio che nessuno entri senza il mio permesso.
È casa sua.
Lo so. E penso già al prossimo passo.
Il divorzio.
Sì.
Allora chiama subito un avvocato. Ti passo il contatto.
Scrissi il nome, rimasi muta nellaria bianca dellingresso, le chiavi nuove in mano.
Verso le sei Giuliano era sulla scala, armeggiava le chiavi, provava, nulla: finalmente il campanello.
Apro solo dopo pochi istanti.
Ho cambiato la serratura, gli dico, dritta.
Come?
Ho cambiato la serratura, Giuliano.
In casa mia?
Sì.
Perché?
Mi faccio da parte, entra. Tutto lento, lo slancio perso.
Spiegami che succede.
Non voglio più che qualcuno entri senza consenso.
Questa è casa mia.
Lo hai detto anche ieri.
Irene! Ti rendi conto? In casa mia. Ma io potrei parlare di diritto di proprietà!
E quindi? Parla.
Ora mia madre non entra più?
Esatto.
Si siede. Tu lo fai davvero?
Sì.
Vuoi il divorzio.
Aveva cambiato tono, questa volta, come se lo capisse.
Sì.
Per delle chiavi?
Per sette anni in cui hai scelto sempre lei. Per avermi detto accetta. Mi consigliasti di pensare se dovevo restare qui, e allora ci ho pensato. Avevi ragione, in un certo senso.
Mi osserva senza parole.
Non stai scherzando.
No.
Irene, parliamone, davvero
Abbiamo parlato sette anni. Basta.
Non puoi far così. Cambiare la serratura, così
Non è così. Ci sono arrivata piano. Solo tu non hai voluto vedere.
Si copre il viso tra le mani, si alza, gira in cucina, resta fermo.
Mamma Ma si interrompe.
Chiamala, dico. Dille tutto. È tuo diritto.
Torno in soggiorno, la luce dei lampioni si diffonde nella stanza sempre più buia. Prendo il libro, la borsa, un paio di oggetti importanti. Muovo tutto piano.
Attraverso il muro sento la sua voce bassa mentre racconta alla madre. Non ascolto.
Fuori ottobre scivola verso sera. La città rumoreggia, indifferente alle nostre piccole crisi domestiche. Qualcuno ride nel cortile, una porta sbatte, le vite vanno avanti.
Stringo le tre chiavi nuove.
Una, finalmente, solo mia. La prima volta dopo sette anni.
Il telefono vibra. Tiziana: Come va?
Penso un istante. Rispondo: Silenzio.
Lei scrive: Il silenzio è un inizio.
Forse è vero. Domani bisognerà chiamare lavvocato, cercare casa, preparare una lista di cose. Sarà tutto lungo, seccante, faticoso.
Ma ora cè silenzio.
Le tre chiavi nuove stanno sulla mensolina. Accanto, quella vecchia di Giuliano che non apre più nulla.
Giuliano rientra in sala, mi fissa.
Irene. Sei davvero sicura?
Lo guardo. Ha il volto stanco, le spalle curve, le mani già in tasca. Lo conosco, lo conosco da sette anni. So comè il suo amore grande per sua madre, che non lascia spazio ad altro.
Sì. Sicura.
Annuisce lentamente, come chi accetta qualcosa senza approvare.
Va bene. Va bene.
Questa parola resta sospesa, come il silenzio, come il nuovo lucchetto nellaria umida della sera, come il cappotto appeso di Donatella, come le chiavi inutili in una ciotolina. Non so cosa significhi, se resa, pace o qualcosa che ancora non conosco.
Prendo la borsa.
Stanotte resto da Tiziana.
Va bene.
Apro la porta. Il nuovo lucchetto scatta, allegro, senza fatica. Buona qualità, aveva detto Vittorio.
Irene, la sua voce dietro di me.
Mi volto.
Mi chiamerai?
Lo fisso a lungo.
Sì dico. Ti chiamerò.
E scendo le scale, fuori, nella notte di ottobre, tre chiavi in tasca, nel sogno surreale di una nuova libertà.





