SENZA DIRITTO ALLA DEBOLEZZA
“Vieni, ti prego, sono in ospedale.”
Martina non perse tempo neanche a cambiarsi. Si lanciò la giacca sopra il maglione felpato da casa del resto, mica aveva il tempo di preoccuparsi se si vedesse la coulisse dei pantaloni. Allo specchio? Figuriamoci, lo schermo dello smartphone aveva assorbito tutta la sua attenzione, da quando era arrivato quel messaggio fulmineo da Albina mezzora prima.
Quei pochi caratteri le avevano gelato il sangue. Rimase per un attimo immobile, come una statua pensa-e-ripensa, ma poi scosse la testa: adesso bisognava essere lì, non fantasticare su mille ipotesi. Acchiappò le chiavi della Cinquecento e il telefono dal comodino e si infilò le scarpe al volo, correndo già alla porta.
Il tragitto verso lospedale sembrava adesso un pellegrinaggio tra i gironi danteschi delle rotonde romane. I semafori? Tutti rossi. Gli autobus? Camminavano pure indietro, robe da far passare la voglia di vivere al più zen dei monaci. Gente in strada che sembrava essersi svegliata apposta per rallentarla. Martina sbirciava di continuo il telefono, nel timore che il silenzio significasse qualcosa di grave.
Arrivò infine davanti alla stanza, aprì la porta piano. Subito lo sguardo le cadde su Albina, sdraiata sulla brandina dospedale come una versione malinconica della Venere botticelliana. I capelli, di solito sistematissimi, parevano una sinfonia di ricci disordinati si vedeva che il pettine era rimasto latitante da un paio di giorni. E poi, tutto su quel viso gridava notte insonne: pallore, ombre sotto gli occhi, brandelli di lacrime secche sulle gote. A Martina si strinse il cuore.
Martina si avvicinò come se avesse paura di svegliare una farfalla. Si sedette sul lettino, e la voce si fece un sussurro, come quando a Napoli girano per la questura le voci dei boss.
Albi… che succede?
Albina ruotò piano la testa. Occhi asciutti, ma dentro ci galleggiava il Vesuvio della disperazione. Si vedeva che, a un soffio in più, crollava.
Se ne è andato, mormorò piano, le mani a stringere la coperta come se stesse cercando di restare aggrappata allultima fiammella. Ha fatto la valigia e basta.
Chi? Andrea? sfuggì a Martina, già tesa mentre le accarezzava la mano. Neanche ci pensò, si muoveva come la mamma che ci mette il cerotto anche dove non serve.
Albina annuì appena. E stavolta una lacrima solo una osò fuggire giù per la guancia, lasciando dietro di sé la scia del Titanic. Non provò nemmeno a scansarla. Troppo stanca.
La gola di Martina si chiuse come a pranzo davanti allaglio crudo. Cosa si poteva mai dire in quei casi? Solo questanno la sua amica aveva lottato più che fosse umanamente ragionevole e ora, bof, tutto in fumo? Sapeva che Andrea sognava i bambini, aveva quella fissazione: Dobbiamo insistere, è il nostro destino, la felicità la strappiamo! Parole che suonavano romantiche quando cera il prosecco, ma ora sembravano una truffa.
Scese il silenzio, rotto solo dal ticchettio dellorologio. Spalle di Albina che tremavano, dita incrociate che sembravano voler tenere insieme la vita. Poi si nascose il viso tra le mani, in una piccola ritirata strategica. La malinconia, lì, si poteva toccare come il pane appena uscito dal forno.
Non si sa quanto tempo sia passato. In quei momenti il tempo assume la logica delle poste italiane. La tempesta si chetò, il respiro tornò regolare. Albina si staccò lievemente, asciugò la guancia con il dorso della mano e guardò Martina. Cera ancora dolore, ma ormai accompagnato da una stanchezza lucida, come dopo una bolletta della luce di agosto.
E la ragione? chiese Martina, pianissimo, armeggiando tra le parole come se avesse paura di rompere una carta fragile. Bisognava capire, purtroppo. Qualcosa avrà detto, no?
Albina tirò fuori una specie di sorriso da Oscar Wilde: amaro col retrogusto dincomprensione.
Figli, sussurrò. Ha detto che non ne poteva più: notti in bianco, schiamazzo, dover badare a qualcuno a ogni ora. Capisci, Martina? Proprio lui che insisteva: “Ce la facciamo, è il nostro sogno!”
Si fermò, sembrava contare i sospiri. Quelle stesse frasi ora parevano una burla scritta su cartoni per la differenziata.
Medici, analisi, visite, cure Ho passato di tutto. Dolore, speranze, delusioni… ho pianto così tanto che pure il Tevere farebbe fatica a star dietro.
Appena si incrinò la voce, ci mise sopra subito una pezza di dignità.
Credevo che dopo tutto quello, almeno il “per sempre” ce lo fossimo guadagnato. Invece mi sono sbagliata.
Guardò fuori dalla finestra. Il tramonto romano si andava ingoiando la luce.
Dodici anni. Otto tentativi. Tutto buttato così?
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La loro storia era iniziata in perfetto stile commedia romantica italiana: leggera, effervescente, un brindisi di sguardi. Elena e Andrea si erano conosciuti a una festicciola da amici. Cera casino quanto basta: stereo a palla, gente che gridava per parlare più della musica, bicchieri che ballavano da soli. Andrea, con uno Spritz finto in mano (che aveva detto per oggi basta Campari), bighellonava vicino alla finestra studiando la fauna locale. E quando Elena entrò, le mani che raccontavano storie e quella risata che sapeva di limone e libertà, Andrea la notò davvero.
Si presentarono. Tac, scattò una conversazione come se la Mediaset avesse mandato in onda una vecchia puntata di amici. Chiacchieravano di cinema, viaggi, idiosincrasie alimentari. La serata volò, e quando si spensero le luci, lui propose una passeggiata sotto le stelle (più che altro lampioni, vabbè). Gironzolarono per Roma fino allalba, confidandosi sogni e desideri, come due anticonformisti pre-pandemici.
Dopo tre mesi vivevano già insieme. La casa si era popolata di conquiste: i suoi libri sulla sua mensola, il suo profumo tra le sue camicie, due paia di ciabatte fuori dalla porta che la nonna avrebbe ammonito. Tutto veniva naturale, perfetto, come il caffè la mattina. Dopo sei mesi, matrimonio da sognatori: pochi amici, i parenti stretti, mille risate, brindisi e balli scatenati (zumba inclusa a sorpresa).
Alla prima annata si trovavano in balcone, sotto una pioggia di pasticcini romani e tè, ricordando il come tutto era cominciato. Andrea si fece improvvisamente serio, prese la mano di Elena e disse:
Voglio dei bambini con te. Tanti. Una squadra di calcetto.
Lei rise, lo abbracciò, la guancia sul suo collo.
Ma certo! Avremo una famiglia caotica, rumorosa… vera!
In quel momento la vita sembrava una strada dritta.
Nei primi due anni però costruirono le carriere: Elena designer in uno studio di Trastevere, Andrea informatico in grande ascesa. Viaggiavano quando potevano: estate al mare in Salento, inverno sulle Dolomiti, gite fuori porta tra borghi e sagre. Imparavano a incastrarsi, a voler bene. Poi però, ecco, si dissero: “Adesso si fa sul serio”.
E lì iniziarono le salite. Allinizio, nulla di che. Il ginecologo, con aria da papà di Crozza, disse calmo:
Non allarmatevi, succede spesso. Provate ancora!
Provarono. E ogni mese la stessa storia, e niente. Quindi via di analisi, esami, ormoni, ancora visite.
Magari serve una cura, suggerì il dottore al prossimo giro.
Elena non perdeva lottimismo. Studiava forum, si teneva in forma come una maratoneta. Andrea la seguiva, andava persino dalla stessa agopuntura pur di esserci.
Ma la sorte aveva altri programmi. Prima perdita neanche il tempo di esultare, e subito ritrovarsi in ospedale. Ricordo ancora i gelidi corridoi, il volto del ginecologo che sembrava avesse un orologio appuntato sulla fronte, la stretta di Andrea che le lasciava i segni sulle dita.
Un anno e la storia si ripeté. Unaltra pugnalata fredda, peggiorata dal senso di ingiustizia. Sempre loro? Ma perché? Dove avevano sbagliato, forse a lasciare il letto disfatto una volta di troppo?
Ma resistettero. Analisi, medici, tentativi nuovi e vecchi. E ogni volta, Elena aspettava il verdetto come una finale dei Mondiali. Negativo? Via, scatoletta nascosta e ricominciare. Andrea vedeva la nube di tristezza sotto il sorriso, ma più di così non poteva. Stava vicino, preparava tisane, cucinava paste con la zucchina (mal riuscita, ma fatta col cuore).
Alla fine, la sentenza: “Infertilità.” Il medico la sparò come loroscopo a fine TV; per Elena fu un terremoto. Si strinsero le mani, a pugno, come a dire “Se affondi tu, affondo anchio”. Ma non si arresero: “Proveremo la fecondazione… Quante volte servirà.”
Primo tentativo. Secondo. Terzo. Ogni volta: attesa, speranza, pipì su stick, eco di controllo… Niente. Poi ancora. E la stanchezza aumentava. Elena rideva sempre meno; Andrea faceva più giochi di magia delle carte in spiaggia, ma dentro sapeva che le forze erano finite.
Unaltra volta. Un test dietro laltro. Lei annotava ogni sintomo, Andrea stringeva la mano durante le punture e preparava biscotti (quelli almeno, buoni).
Fingevano che la vita scorresse: lavoro, amici, il tour dei parenti. Ma i pensieri tornavano sempre là.
Un giorno Elena non uscì dal bagno per venti minuti. Andrea andò a vedere: lei stava là, sguardo fisso e test di gravidanza in mano come fosse lIliade.
Non ce la faccio più, sussurrò, senza girarsi. Sono sfinita. Fisicamente, mentalmente… basta.
Andrea si sedette, la abbracciò in silenzio, come fanno quelli che ne hanno viste troppe.
Ci siamo quasi, la spronò. Un ultimo tentativo. Ti prego
Lei chiuse gli occhi, respirò fondo. Sapeva che tutto sarebbe stato ancora in salita, ma vedeva negli occhi di lui lamore di sempre, la voglia di combattere. Accettò. Perché lo amava. Perché, alla fine, continuava a crederci.
Preparativi, esami, iniezioni, schede. Stavolta lei non si illudeva. Andava come un soldato che sa già lesito della battaglia.
Poi, miracolo: positivo.
Allecografia, Elena strinse la mano di Andrea che manco la morsa su una baguette. Il medico sorrideva:
Eccoli… due cuoricini!
Elena rimase a fissare gli schermi come ipnotizzata. Era il jackpot. Lui si coprì il volto e pianse: lacrime autentiche, di quelli che in TV non vedi mai.
E poi…
E poi il patatrac, la normalità che si trasforma in una scena di uno sceneggiato rai-reality. Una sera come tante: bambini sazi e puliti, pigiamini stirati, Albina che culla uno e mette a nanna laltro, cantando sottovoce. Profumo di borotalco nellaria, la lampadina proiettava stelline sul soffitto.
Andrea rientra. E invece del solito Ciao bimbi, ecco babbo, cosa raccontate?, resta dietro la porta, spettatore fantasma della vita sua.
Si sente osservata, Albina si gira: lui ha la faccia scavata, le occhiaie da nottambulo, le spalle giù. Vuole dirgli qualcosa, ma parte lui, sottovoce:
Me ne vado.
Il mondo di Albina crolla come uno zabaglione impazzito. Col figlio in braccio, incapace di articolare qualsiasi movimento.
Cosa? la voce da cartoon, incredula. Che hai detto?
Sono sfinito, ripete, fisso come se recitasse una parte imparata a memoria. Non ce la faccio a vivere senza dormire, col rumore, senza mai un minuto di libertà. Non reggo più.
Albina poggia il figlio nel lettino come si adagia una speranza. In testa, la confusione: Ma non era questa la felicità tanto sognata? I figli! Era lui a insistere, a gioire per tutti gli esiti, persino nella scelta dei nomi!
Ma abbiamo combattuto insieme, riesce a dire piano eri tu che dicevi “Mai mollare!”… ti ricordi i pianti, le cene improvvisate, la gioia per la doppia attesa?
Lui guarda il pavimento. Si sente la rassegnazione come la nebbia a Milano.
Pensavo di farcela. Giuro. Però mi sovrasta, non sono capace.
Albina si avvicina, cerca almeno una briciola di rimorso.
Ci lasci? Me e loro?
Un respiro, profondo. Si passa una mano sul viso.
Ho bisogno di tempo. Non so se tornerò.
Niente urla, solo la freddezza di chi chiude una porta. Albina sprofonda, vorrebbe gridare Ma noi allora? Non puoi lasciarci così! Ma le parole muoiono in gola. Lui non cè più. Dietro, due bambini che dormono ignari, convinti che domani tutto sarà come prima.
Lui sparisce. La porta scatta, in casa cala un silenzio che sembra il dopo-tifone.
Albina si muove come sonnanbulando: un giro verso la finestra, sistema una tenda, accarezza le culle. I piccoli respirano tranquillità, manine aperte sul sogno. Almeno loro, ancora, credono che mamma sia invincibile.
La cucina è rassettata, sul tavolo una tazza abbandonata, il solito giornale sulle neo-mamme. Tutto come sempre, solo che il vuoto adesso ha un nome.
Albina si accascia per terra, accanto ai figli. Il corpo pesa come se avesse scalato lo Stelvio con due figli sulle spalle. Stringe la figlia: di solito, qui, trovava conforto. Oggi però, è fragile come una veneziana alla bufera.
Per la prima volta, il senso della solitudine la investe per davvero. Non solo stanca, ma sola. Prima, anche nei momenti neri, le bruciacchiava la certezza che Andrea cera magari poco loquace, magari storto, ma cera. Ora, no.
Silenzio, solo il respiro dei neonati. E le lacrime: prima timide, poi più decise, che le scivolano sulle guance senza neanche la decenza di fare rumore. Piange in silenzio, senza trattenersi. Una concessione alla debolezza, il primo da anni.
Fuori, Roma diventa notte. E Albina resta lì, immobile, a far da scudo ai suoi bambini contro il vento e la malasorte.
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In ospedale, Albina se ne sta rannicchiata sulla sedia davanti alla finestra, ginocchia raccolte. Oltre il vetro, cadono fiocchi di neve romana (o quanto meno, smog). Non li vede: davanti agli occhi scorrono dodici anni di sacrifici, attese, gioie effimere, disfatte concrete. Gli ultimi discorsi di Andrea graffiano la mente.
Io non riesco davvero a capire, dice con voce piatta verso la finestra. Come si fa a tagliare netto, lasciando tutto alle spalle, dopo tutto quello che si è vissuto?
La voce si spezza, ma di lacrime non ne ha più: ormai si gira a vuoto solo con domande senza risposta.
Martina si alza, le si avvicina e la stringe a sé. Andrea per lei era il classico marito modello, quello che fa le battute coi parenti. E invece, chi lavrebbe mai detto? Addio, Mulino Bianco.
Albina si appoggia allamica, le spalle fanno un tremito quieto.
Non so come farò, sussurra. Ma devo. Per loro.
Niente eroismo, nessuna scena. Solo una ostinazione tranquilla. La fatica cè, arriverà peggio. Ma nella stanza dei bambini ci sono loro due che hanno solo lei.
Martina stringe la mano allamica. Nessuna parola risolve davvero, ma neanche una mamma italiana lascia sola la migliore amica.
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Un paio di giorni dopo questa scena madre, nella stanza dospedale irrompe Sonia, la madre di Andrea, senza nemmeno bussare. In mano, una busta con le arance e due banane, nel classico stile le cose importanti della vita. Il volto però? Più esame del sangue che abbraccio.
Allora, decreta entrando, vedo che ti sei sistemata
Non è cattiva, ma la distanza si sente: neanche avesse in visita la tele-impostata della RAI. Albina solleva lo sguardo e attende. Ormai non si illude.
Sonia si avvicina al tavolo, posa la spesa, resta in piedi a braccia conserte, a fare la radiografia della situazione.
Dovresti capire che era destino, parte lei, come un oracolo di Cassino. Andrea ha sempre avuto bisogno dei suoi spazi. Due figli, casino, notti senza dormire Era logico che cedesse.
Albina trattiene listinto di replicare, pronto a ricordare chi era quello che voleva le gemelli. Ma tace. Non serve. Non cè peggior sordo di chi non vuole ascoltare.
Si tira su, un po goffa. Il corpo vorrebbe stare sdraiato, ma la tensione non aiuta. La madre di Andrea cerca la frase definitiva, quella che ti fa capire.
Andre non vuole fare il padre, enuncia, precisa come alluscita di un notaio. Però contribuirà economicamente. Lascerà la sua metà della casa, come assegno di mantenimento. Basta.
Silenzi. I rumori dospedale si sentono lontanissimi.
Vuole comprarsi la tranquillità, insomma? esclama Albina, più delusa che arrabbiata.
Sonia si irrigidisce:
Non essere sarcastica. Sta già facendo il massimo. Lui non rinnega la responsabilità, ma non vuole fare il padre pienamente. Ci sono uomini che non reggono. È la vita, rassegnati.
E io, forse, sono più forte? Dopo dodici anni di guerra?
Le parole restano a galla come boe di amarezza. Dodici anni di esami, rincorse ai medici, sogni e battute di arresto, notti insonni davanti alle culle. E ora questa.
La scelta è tua, taglia corto Sonia, fredda come una sala operatoria. Ti consiglio solo di non mettere i bastoni tra le ruote: niente discussioni, niente teatrini. Altrimenti
Si interrompe, il tono si fa minaccioso. Albina si fa coraggio.
Altrimenti?
Potresti perdere anche quei soldi. E, se proprio ti intestardisci, persino i bambini. Andrea si è affidato a ottimi avvocati. Adesso vuole solo la pace.
La flemma glaciale. Albina ha un brivido. Normale? Ma nemmeno nei cinepanettoni.
Te lo dico solo per farti ragionare, aggiunge Sonia, mitigando il tono. Si sistema la busta di frutta, la orienta come a voler mettere ordine nel caos. Pensaci. È il massimo che può offrirti.
Poi gira i tacchi ed esce, come in una sit-com. Resta solo la scia del suo profumo, più fastidiosa di qualsiasi ammonimento.
Albina rimane lì, sola coi pensieri. Guarda la busta di arance, poi fuori, dove il tramonto romano si tinge di viola. E sente netto che la vita da oggi è divisa a metà: il prima e il dopo.
La sera accompagna i pensieri a zonzo. Poi si fa forza, prende il cellulare, chiama Martina.
Marti, dice con tono deciso vieni qui. Ho bisogno di parlare con qualcuno che non dica te lavevo detto.
Martina, neanche il tempo di finire la frase, già è lì seduta sul letto. Albina la saluta con la postura di chi non deve chiedere mai.
Martina le stringe la mano, in silenzio. E Albina senza mezze misure, come una romana vera:
Sai cosho capito? Non mi faccio mettere sotto da loro. Ho passato troppo per mollare adesso. Può lasciare la casa, può pagare, ma i figli se li sogna. Ce la faccio. Sarò forte. Per loro.
Non era rabbia, neanche orgoglio. Solo la determinazione che viene dal sapere quello che hai passato. Non cerca più spiegazioni né pietà. Il tempo delle giustificazioni è morto ieri.
Martina non fa giri di parole:
Certo che ce la fai. Ci sono anchio. Siamo una squadra.
Albina la guarda. Ora, negli occhi, nessuna lacrima. Solo decisione. Sa che la battaglia non è finita: arrivano notti bianche, solitudine, bollette, ma a casa ci sono due esseri umani che hanno vinto una lotteria solo per il fatto di averla come mamma.
E finalmente ne è sicura: nessuno potrà mai negarli a lei. Gli ostacoli arriveranno ancora? Pazienza. È una mamma italiana, e questo vale più di cento minacce, di cento avvocati.
Perché essere madre, qui da noi, vuol dire non mollare mai. E magari, alla fine, riderci un po su.





