L’Ultima Chiamata

**La Chiamata Tardiva**

Denis, o meglio, Daniele uscì dall’ufficio. Il cielo basso e grigio incombeva su Milano, schiacciando la città sotto il suo peso. Solo le croci sulle cupole dorate della Basilica di Sant’Ambrogio si protendevano verso l’alto, sfidando quella cappa plumbea.

Una sottile pioggerella gli pizzicava il viso mentre camminava verso la sua Fiat. Dentro l’auto, un debole odore di deodorante si mescolava all’umidità. Daniele posò le mani sul volante e restò un attimo immobile, grato di aver ritirato la macchina dal meccanico durante la pausa pranzo. Almeno non avrebbe dovuto aspettare l’autobus sotto la pioggia, stipato tra la folla.

Accese il motore e l’abitacolo si riempì delle note di una canzone pop fastidiosa. Abbassò il volume. «A casa!» si ordinò, immettendosi in corso Vittorio Emanuele. Le dita tamburellavano sul volante, seguendo il ritmo di quella melodia semplice.

Era venerdì. E di venerdì, lui e gli amici finivano sempre al bar per lasciarsi alle spalle la settimana lavorativa. Cosa potevano fare, del resto, giovani e liberi, senza legami né responsabilità?

L’appartamento lo accolse nel silenzio. Appena varcata la soglia, vide l’armadio spalancato. Un brutto presentimento gli attraversò il cuore. Sbatté via le scarpe e, in calzini, si diresse verso la camera. Sbirciò nell’armadio, già sapendo cosa avrebbe trovato. Tra le sue camicie e giacche, gli scheletri vuoti delle grucce dove prima pendevano i vestiti di Leda.

Se n’era andata. Ultimamente litigavano spesso, ma si riappacificavano subito. Gli aveva telefonato in ufficio, dicendo che quella sera non sarebbe venuta al bar. Poi lui si era distratto, era andato a ritirare la macchina… «Si sarà offesa perché non l’ho richiamata? Ma davvero si lascia per così poco?» fu il primo pensiero di Daniele. «No. Ha calcolato tutto. Ha lasciato l’armadio aperto perché mi immergessi subito in quell’atmosfera di solitudine e rimorso. Secondo il copione, doveva esserci un biglietto con accuse e addii.» Guardò intorno.

Vivevano insieme da sei mesi. Leda gli andava bene sotto ogni aspetto: carina, allegra, un po’ viziata. Quindi, era lui a non andarle bene. Ultimamente parlava sempre di matrimonio, di luna di miele… Lui scherzava. Capiva. Non aveva aspettato un gesto concreto e aveva deciso di accelerare le cose. Credeva che l’avrebbe chiamata subito, supplicandola di tornare…

Daniele capì che era proprio quello che voleva fare. Compose il numero di Leda, ma il telefono era spento. Lanciò il cellulare sul divano.

La immaginò in cucina, appoggiata al lavandino, pelando le patate su una gamba sola… Gli venne una voglia improvvisa di rivederla, subito. Si trascinò in cucina. Nel lavello, piatti e tazze sporche della colazione. Accanto, una bottiglia di vino vuota. «Se l’è bevuta, quindi. Dubitava, soffriva.» Questo lo rallegrò. Lavò i piatti. La bottiglia la infilò a testa in giù nel secchio della spazzatura, già pieno.

Leda odiava i piatti sporchi. Li aveva lasciati apposta, per educarlo. Per fargli capire quanto sarebbe stato difficile vivere da solo: lavare, buttare la spazzatura… Che attrice! Ed era per questo che l’amava. Anche se, in verità, di amore ne aveva parlato solo all’inizio.

Notò un biglietto sulla porta del frigo, trattenuto da un magnete. «Me ne vado. Non credo che dovremmo continuare.» Senza spiegazioni, accuse o firma.

E lui aveva già scelto un anello. Aspettava solo lo stipendio e il momento perfetto per inginocchiarsi davanti a tutti e farle la proposta.

«Se una ragazza se ne va, è per il meglio», canticchiò, parafrasando una vecchia canzone.

Nella cucina silenziosa, la voce gli suonò stonata e triste. «Tornerà. Anch’io sono orgoglioso. Non la chiamerò. La farò soffrire.» Daniele prese il secchio e uscì per buttare l’immondizia.

Al ritorno, ancora sulla porta, sentì il cellulare squillare. Senza togliersi le scarpe, corse al divano. Sul display, un numero sconosciuto. Rispondere? E se fosse Leda?

«Pronto», disse.

«Daniele, ciao.» Si rallegrò, sperando fosse Leda. «Sono io, Ginevra. Non trovavo il coraggio di chiamarti. Non mi hai mai promesso nulla… Ma non so cosa fare…» una voce femminile tremava.

«Chi parla? Chi è Ginevra?» Daniele era così stupito che non notò neanche che lo aveva chiamato Daniele.

«Non ti ricordi di me? Allora non c’è niente da dire.» E la linea cadde.

«Che diavolo», borbottò.

Guardò le impronte fangose sul tappeto e imprecò di nuovo. Il telefono suonò nuovamente.

«Daniele, volevo dirti…»

«Non sono Daniele. Mi chiamo Daniele. Signorina, ha sbagliato numero», spiegò.

«Mi hai mentito? Perché? Mi hai dato tu questo numero», e lo ripeté.

«Non ho mentito. Mi chiamo Daniele da ventisei anni. E non ho mai dato il mio numero a te», rispose irritato.

«Ho fatto male a chiamare…»

«No, aspetta. Se mi hai chiamato, dimmi cosa vuoi.» Ma la sconosciuta riagganciò.

«Non risponderò più.» Silenziò il telefono ma non lo spense. Sperava ancora che Leda chiamasse, spiegando la sua partenza, dettando le condizioni per tornare… Non fece in tempo a finire il pensiero che il cellulare vibrava di nuovo.

«Signorina, come si… Ginevra! Perché continua a chiamare senza dire cosa vuole?»

«Scusa…» Nella cornetta, un sospiro, un singhiozzo, o forse l’acqua che scorreva. «Non so cosa fare. Credevo che tra noi… Volevo dirti che sono io… Tu non hai colpe…»

«Quali colpe?» urlò Daniele nel vuoto, perché Ginevra aveva già riagganciato.

Rifletté. Le era sembrato o la voce di Ginevra era fioca, assonnata? E quel rumore di fondo? Piangeva? Cosa stava succedendo? «Sono io, tu non hai colpe…» Parole che si dicono prima di… «Mio Dio, cosa sta facendo?»

Chiamò un amico. Enrico era un donnaiolo, conquistava le ragazze al bar con facilità.

«Allora, hai deciso di unirti a noi? Vieni, il divertimento è cominciato!» Enrico urlava per coprire la musica.

«Enrico, perché hai dato il mio numero a una certa Ginevra?»

«Non conosco nessuna Ginevra. Non ricordo», rispose. La musica si fece più bassa, forse era uscito. «Lascia stare. Una ragazza qualunque, ci siamo visti qualche volta…»

«Dove? A casa sua? Dimmi l’indirizzo», insisté Daniele.

«Vuoi tradire Leda? Finalmente!», rise Enrico. «Guarda, non è il momento…»

«Le è successo qualcosa. Dove abita?» lo interruppe Daniele.

«Non ricordo. Aspetta… Via Dante, credo. Vicino a quel palDaniele corse verso casa di Ginevra, sperando di arrivare in tempo, ma trovò solo la porta socchiusa e il silenzio a ricordargli che a volte le parole non dette sono quelle che pesano di più.

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