“Ma chi mai ti vorrà con cinque bambini appresso?” — La madre caccia di casa la figlia vedova di 32 anni, senza sapere che nella vecchia casa l’aspettava un’eredità e un ospite notturno…

«Ma chi mai pensi che ti voglia, con cinque figli attaccati?» La mamma ha buttato fuori la vedova di trentadue anni, senza neanche immaginare che nella vecchia casa laspettavano uneredità e un ospite notturno

Era umido nel piccolo cimitero. Il fango si incollava sotto le scarpe di Simona, lasciando macchie pesanti sulle sue ballerine economiche. Guardava in silenzio mentre due becchini chiudevano con la pala quello che restava della sua vita. Marco era morto improvvisamente, soltanto a trentacinque anni. Un attimo cera, quello dopo non cera più.

Vicino a lei, Maria Pia, sua madre, si spostava freneticamente da un piede allaltro, infagottata nella pelliccia di visone, e lanciava occhiate piuttosto infastidite agli adorabili nipotini che si stringevano contro il cappotto nero di Simona.

«Basta con le lacrime, e adesso si va disse la madre, mentre il tumulo si era formato Su, Simo! Che qui prende freddo solo chi vuole. Dobbiamo parlare.»

A casa, nel loro piccolo bilocale preso col mutuo, Maria Pia piombò dritta in cucina, sedendosi da padrona di casa in tutte le regole al capo tavola.

«Allora, cominciò senza nemmeno togliersi la sciarpa, lappartamento lo riprende la banca, è chiaro. Tu come fai a pagare? Marco non cè più e tu, invece di lavorare, stai ancora a casa con i figli»

«Mi troverò un lavoro, mamma,» rispose piano Simona, cullando tra le braccia il piccolo Michele, appena un anno.

«Ma dove credi di andare? A lavare scale? sbuffò Maria Pia. Hai CINQUE FIGLI! Cinque figli, capisci? Chi ti piglia così? I più grandi, Laura e Paolo, io li metterei in collegio, solo fino a che ti sistemi. Quelli piccoli magari chiedi ai servizi sociali.»

«No.» Sussurrò Simona.

«No, cosa?» chiese la madre, perplessa.

«Non lascerò mai i miei figli. Li crescerò, anche dovessi morire di fame.»

Maria Pia si alzò, sistemò la pelliccia, e disse solo: «Che stupida, ti avevo detto di pensarci prima, quando era ora Adesso arrangiati, ma non venire a chiedermi soldi!»

Un mese dopo, veramente, la banca mandò la notifica: due settimane e via di casa. Simona gira e rigira tra amici e conoscenti, ma con cinque ragazzini dietro nessuno la voleva ospitare.

Ed ecco che arriva una lettera, da un piccolo paese: Castagneto. Il notaio scrive che una lontana cugina, vista una sola volta in vita sua, le ha lasciato una casa. «Sarà pure vecchia, pensò Simona, ma almeno è mia.» Non aveva scelta.

Castagneto li ha accolti col vento gelido. La casa era alla fine del paese, quasi dentro il bosco. Tronchi anneriti, la veranda storta, e le finestre che sembravano guardare il mondo stanche e opache.

«Mamma, qui fa freddo» ha piagnucolato la piccola Giulietta, che aveva solo cinque anni.

«Adesso accendiamo il camino, amorina. Resisti ancora un po.»

Quella prima notte è stata dura davvero. Il camino buttava fumo e i bambini tossivano; da ogni fessura entrava aria, sembrava non ci fosse mai stato caldo. Simona li coprì con tutto quello che era rimasto: giacche, coperte, persino qualche vecchio tappeto. Lei non dormiva; accarezzava Francesco, il figlio di sette anni, ascoltando il suo respiro.

Francesco aveva una patologia grave: per salvarsi avrebbe dovuto esser seguito in una clinica privata a Milano. La ASL le diceva: «Forse cè il posto, tra un anno», ma il primario in reparto era stato chiaro: «Il cuore peggiora, occorre intervenire subito, ma il costo è come due appartamenti in città».

Allalba Simona salì sul solaio per tappare gli spifferi. Tra vecchie cianfrusaglie e giornali ingialliti, trovò una scatola di latta con dentro qualcosa di pesante avvolto in uno straccio.

Un orologio da tasca. Massiccio, con la catenella. Passò il dito sul coperchio dargento, dove si vedeva appena laquila a due teste e la scritta: «Per fede e lealtà».

«Bello è bello ma varrà qualcosa?» sospirò.

Lorologio era fermo, segnava cinque minuti a mezzanotte.

Simona lo nascose nellarmadio. Non era quello il momento per pensare agli antiquari: cibo ne avevano per qualche giorno e la legna stava per finire. Francesco stava peggiorando: non si alzava quasi più, le forze lo abbandonavano per nulla.

Quella sera iniziò a nevicare fortissimo. Simona mise a letto i bambini e si lasciò crollare su una sedia accanto alla finestra. Che cosa aveva fatto? Aveva portato i suoi figli a morire nel nulla, con la neve che li isolava dal mondo?

Dun tratto, bussarono piano.

Si sarà sognata? Ma il battito si ripeté, secco, deciso.

Afferrò il ferro del camino e andò alla porta.

Chi è?

«Apri, padrona, cè tempesta,» rispose una voce roca, strana. Sembrava provenire da tronchi secolari, però rassicurante.

E senza capire bene perché, Simona spostò il chiavistello.

Sulla soglia cera un vecchio, basso, avvolto in una tunica lunga e stretta con una corda. Barba piena di canizie, ma negli occhi, una luce giovane che non si capiva da dove venisse.

«Entra pure», disse Simona facendosi da parte.

Il vecchio passò nella stanza, ai piedi dei bambini addormentati. Guardò Francesco, che boccheggiava nel sonno.

«Il ragazzino è malato?»

«È grave, avrebbe bisogno di cure. Ma non ho soldi», rispose lei.

«Soldi, bah sono solo polvere. È il tempo che conta,» disse il vecchio. «Hai trovato il mio ricordo?»

Simona sirrigidì.

«Lorologio? È il suo?»

«Sì. Me lo regalò il padrone per avergli salvato la vita, tanti anni fa Lho sempre custodito, sapevo sarebbe servito un giorno.»

«Allora lo vendo! si illuminò Simona almeno compro farmaci! È argento»

Il vecchio sorrise nella barba.

«Non svenderlo. Dentro cè una sorpresa. Era uno scherzo del grande maestro degli orologi, Bure. Prendi un ago sottile, dove cè lattacco della catenella, premi delicatamente. Cè un doppio fondo.»

Si alzò.

«Ciao Simona, tieni duro. Il tuo nome è bellissimo. Non perdere la speranza.»

«Aspetti! Resta un po, prenda almeno un té Come si chiama?»

«Mi chiamano Pietro,» rispose il vecchio.

Simona si girò per prendere la teiera, ma lui era già sparito. Le porte chiuse, i bambini a letto. In aria rimaneva solo un profumo di pane e un lieve aroma di incenso.

Quella notte Simona non chiuse occhio. Quando filtrò un po di luce, corse ad aprire il doppio fondo. Mani tremanti, cercò il buchino minuscolo con un ago e spinse.

Clic.

Si spalancò una piccola camera segreta: dentro cerano una moneta doro, massiccia, e un foglietto piegato in quattro.

Sul foglio parole scritte a mano: «Con questo si attesta che il portatore ha diritto a» Il resto a mala pena si leggeva: la scrittura era antica, con ghirigori e segni strani.

Simona andò in città a Livorno, alla prima bottega antiquaria che trovò. Il proprietario, una specie tutta occhiali e pancetta, allinizio sembrava svogliato.

«È argento, farà 5.000 euro, però è parecchio graffiato.»

«Guardi bene questa moneta e il documento,» ribatté Simona.

Il negoziante prese la lente, sbiancò, sollevò le sopracciglia.

«Ma lo sa cosa tiene in mano? Questo è un fiorino di Firenze, tiratura speciale fatta per il Re, e la carta sembra una specie di concessione, con una firma importante. E poi, signora qui servono case daste importanti! Vale una fortuna vera non posso comprarlo, non ho abbastanza soldi. Provi a Roma o Milano.»

Le cure a Francesco iniziarono dopo nemmeno un mese: il miglior cardiologo, in una clinica deccellenza. Simona ogni giorno guardava gli zigomi coloriti del figlio; finalmente, stavano bene. I soldi erano bastati per tutto: nuove cure, una casa vera per tutti, e qualcosa da parte per luniversità di ciascuno dei figli.

Appena tornata a Castagneto, la prima cosa che fece fu andare al cimitero. Per mezzora smosse erba secca finché trovò una piccola croce sbilenca, una targhetta quasi scomparsa: «Pietro Giovanni. 1888-1960».

Vi lasciò un mazzo di fiori e si inchinò profondamente.

«Grazie, nonno Pietro»

Costruì una casa nuova: grande, luminosa, col riscaldamento e tutte le comodità. In paese tutti la rispettavano: lavoratrice, severa, i figli sempre in ordine.

Maria Pia ricomparve dopo sei mesi: taxi fino in villa, torta in mano, faccia importante. Ammirò la nuova casa, il giardino curato, il vialetto di ghiaia.

«Ciao, tesoro! esclamò abbracciandola come se niente fosse successo Ho saputo che ti è andata bene, eh? I vicini dicono che hai trovato un tesoro! Brava la mia Simona! E poi Sai, la pensione non basta, magari mi aiuti? Hai tante camere»

Simona la osservò dal portone di casa. Dietro di lei, Laura e Paolo fissavano la nonna senza sorridere.

«Buongiorno, mamma,» rispose calma.

«Allora? Mi inviti o no?» Maria Pia era già pronta a salire lo scalino.

«No.»

«Come, no?» La faccia di Maria Pia si incupì.

«Qui non cè posto per te. Hai deciso quando ci hai lasciati per strada. Ora vai via. Francesco deve dormire, e noi abbiamo bisogno di casa tranquilla.»

E chiuse la porta massiccia, con un semplice clic.

Dallaltra parte si sentiva ancora qualche parola stonata su ingrati, «cinque zavorre» e altro ancora, ma Simona non lascoltava più. Andò in cucina: profumo di torta alle mele nellaria, e il vecchio orologio appeso sul muro che scandiva, di nuovo puntuale, il tempo di una vita finalmente felice.

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