«Ma chi mai ti vorrà con cinque figli appresso?» la madre cacciò la giovane vedova di trentadue anni, senza immaginare che, nella vecchia casa di un piccolo borgo, lattendevano uneredità inaspettata e un visitatore notturno
Il terreno attorno al cimitero era umido. Il fango si attaccava in grumi pesanti alle scarpe consunte di Nadia. Restava immobile, osservando i becchini che chiudevano la fossa del suo destino. Sergio se nera andato così, allimprovviso, a trentacinque anni; si accasciò in officina e non si rialzò più.
Accanto a lei, la madre Gabriella Petronilla ondeggiava nervosamente, avvolta nella pelliccia di visone, scrutando con sdegno i nipoti che si stringevano al cappotto nero della figlia.
«Basta piangere, ora. Andiamo Nadia, che qui il freddo entra nelle ossa. Dobbiamo parlare.»
A casa, nello stretto bilocale preso col mutuo, Gabriella Petronilla si piazzò subito in cucina, capotavola come una regina senza cuore.
«Ascolta attaccò, senza nemmeno togliersi il cappello Lappartamento te lo prende la banca, è inutile pensare il contrario. Non hai soldi per pagare. Sergio non cè più e tu stai ancora in maternità da una vita.»
«Vado a lavorare» rispose Nadia, cullando Michele, il più piccolo che non camminava neppure ancora.
«E dove, scusa? A fare le pulizie? Hai cinque figli! Cinque zavorre! Ma chi ti prende? Io, fosse per me, i grandi Tania e Paolo li manderei allorfanotrofio, giusto per un po. E dei piccoli magari si occupa lassistenza sociale.»
«Non ci provare!» sussurrò Nadia.
«Cosa?»
«Non toccherai i miei figli. Non li lascio a nessuno. Lo giuro, madre: morirò di fame prima, ma li crescerò io.»
Gabriella sbuffò, rabbrividendo scuotendo la pelliccia. «Pensa se ci avessi pensato prima, tesoro. Quella testa tra le nuvole ti sta bene, ora. Non venire a chiedermi soldi.»
Dopo un mese arrivò davvero la lettera della banca: due settimane per lasciare lappartamento. Nadia girò in cerca daiuto, bussò a mille porte, ma con cinque bambini nessuno voleva accoglierla.
Poi una lettera. Dal paese di Bosco Fiorito: la comunicazione del notaio che una prozia, vista solo una volta, le aveva lasciato in eredità una casa. Vecchia, certo, ma sempre casa, pensò Nadia. Non aveva scelta.
Bosco Fiorito le accolse con un vento gelido. La casa si trovava ai margini, vicino al bosco, annerita dal tempo, il portico storto, le finestre cieche e tristi.
«Mamma, che freddo qui» sussurrò la piccola Eleonora.
«Arrivo tesoro, preparo il fuoco,» cercò di rassicurarla Nadia, celando il tremolio nella voce.
La prima notte fu una battaglia. La stufa fumava, i bambini tossivano; da ogni fessura entrava gelo. Nadia li coprì con ogni cosa disponibile: giacche, tappeti, vestiti. Restò sveglia, ascoltando il respiro faticoso di Giovanni, il figlio di mezzo.
A Giovanni, sette anni, una malattia rara divorava la salute. Serviva unoperazione urgente; la Sanità pubblica aveva promesso tempi biblici, mentre lo specialista a Roma aveva detto: «O si muove ora, o non regge. Meglio privatamente, ma parliamo di una cifra da due appartamenti.»
La mattina dopo, salì in soffitta e, tra giornali ingialliti e pellicce a brandelli, trovò una scatola da tè. Dentro, avvolto tra stracci unti, qualcosa di pesante.
Un vecchio orologio da tasca, massiccio, a catena. Nadia sfiorò la superficie dargento: unaquila bicipite e inciso: Per fede e lealtà.
«Bello Ma quanto varrà mai?» sospirò. Le lancette ferme, sempre un passo dalla mezzanotte.
Lorologio scomparve nellarmadio. Non era tempo di antiquariato. Restavano viveri per tre giorni appena, la legna finita, e Giovanni peggiorava: non si alzava quasi più.
La sera, la neve assediava la casa. I bambini dormivano, Nadia fissava il nulla, il senso di colpa le pesava addosso. Che aveva fatto? Condannato i figli a questa desolazione?
Un colpo leggero alla porta. Tremò. Solo suggestione?
Bussarono ancora, stavolta deciso.
Prese il ferro da camino e si avvicinò.
«Chi è?»
«Fammi entrare, padrona, la notte è spietata», una voce strana, ma calma.
Inspiegabilmente, Nadia aprì. Sulla soglia un vecchio, basso, vestito con una giacca lunga fino ai piedi stretta in vita da una corda, barba bianca, occhi sorprendentemente giovani.
«Avanti,» mormorò.
Il vecchio entrò senza lasciare fiocchi dietro di sé. Anzi, sembrava portare un calore quieto.
Si avvicinò ai bambini addormentati, guardò Giovanni che faticava a respirare.
«Il giovane non sta bene, vedo.»
«Una malattia. Servirebbe un miracolo, non ho un euro.»
«I soldi sono polvere rispose il vecchio posandosi sulla panca. Ma il tempo è oro. Hai trovato il mio ricordo?»
Nadia si irrigidì.
«Lorologio? Era suo?»
«Mio. Me lo diedero per avere salvato un uomo dal fiume, tanti anni fa Lho nascosto per questa notte, sapevo che sarebbe stato utile.»
«Allora lo vendo! Almeno compro le medicine. È argento.»
Il vecchio sorrise nella sua barba.
«Non svenderlo così. Cè un segreto: sotto il coperchio, vicino al gancio, premi con un ago sottile. Cè un doppio fondo.»
Si alzò.
«Addio, Nadia. Il tuo nome porta speranza. Resisti.»
«Non scompare ancora! Beva un tè, almeno. Come si chiama lei?» Nadia si voltò col bollitore, ma lui non cera più. Tutto come prima, solo nellaria, leggero, un odore di pane caldo e incenso.
Quella notte non dormì. Allalba cercò lorologio. Con una spilla trovò la fessura, premette.
Click.
Il retro saltò: dentro, ripiegato, un foglietto antico e una moneta doro, compatta, pesante. Sul foglietto logorato: «Il portatore ha diritto», il resto quasi illeggibile.
Andò nel capoluogo dal rigattiere. Lui diede una rapida occhiata: «Argento, quinto titolo, tremila euro ma è usato»
Poi Nadia mostrò la moneta e la carta. Il rigattiere sbiancò.
«Da dove vengono questi oggetti?»
«Eredità di famiglia.»
«Signora questa è una prova di conio del ducato pontificio, regina delle aste! E la pergamena: una dichiarazione autografa di un cardinale, roba unica! Io non posso comprarli. A Roma, allasta, le danno una vita!»
In meno di un mese Giovanni era in clinica, seguito dal primario nazionale. Nadia lo guardava tornare in salute, colorato in viso, finalmente sereno. I soldi bastarono per pagare tutto, comprare casa nuova e garantire gli studi a tutti i cinque figli.
Tornata in paese, la prima cosa fu il cimitero. Cercò a lungo, tra le croci dimenticate, finché trovò: Servo di Dio Procolo, 1888 1960.
Depose fiori freschi e si inchinò.
«Grazie, nonno Procolo.»
La nuova casa che costruì era grande, luminosa, confortevole. I paesani rispettavano Nadia una donna forte, onesta, coi figli sempre puliti.
Dopo sei mesi, Gabriella Petronilla si presentò in taxi, torta in mano. Osservò il villino a due piani, il giardino perfetto.
«Ciao, figlia!» aprì le braccia come a voler cancellare il passato. «Ho saputo che te la cavi bene, eh? Dicono tutti che hai trovato un tesoro Lo dicevo io! Io però sto male, pensione misera mi aiuteresti, ora che hai tanto spazio?»
Nadia si fece seria, i figli grandi alle spalle come guardie leali.
«Buongiorno, mamma.»
«Non resti lì! Fai entrare la tua mamma!» Gabriella già salì il primo scalino.
«No.»
«Come no?» Le mancò il sorriso.
«Tu hai deciso tempo fa. Qui non cè posto per te.»
«Allora ti porto in tribunale! Sono tua madre, ho dei diritti!»
«Fai pure.» Nadia chiuse la porta. «Adesso andiamo a riposare, è ora della nanna per Giovanni.»
Dallesterno si sentivano i suoi strilli sul rimorso, sui cinque scarichi Ma Nadia non ascoltava più. Andava in cucina, dove il profumo delle torte invadeva la stanza e il vecchio orologio scandiva il tempo di una vita nuova, finalmente felice.




