Lettera personale scritta di proprio pugno

Lettera a sé stessa

La busta era arancione. Un arancione sfacciato, come le arance di Sicilia sulle bancarelle di Milano, anche a febbraio. Si distingueva tra le bollette del gas, i volantini della pizzeria sotto casa e le offerte del supermercato Esselunga, e Angelica la prese per ultima.

Sul fronte, la sua calligrafia. Il suo indirizzo. Il suo nome: Angelica Martina Bernasconi.

Girò la busta. Il mittente? Uguale. Anche il nome era il suo.

Angelica restò lì, nellandrone del palazzo in zona Lambrate, con la busta della spesa della Coop nella sinistra, lespressione interrogativa stampata in viso. Uno scherzo? Un errore? Si mise a studiare la scrittura. La g con la pancia arrotondata, la l slanciata. Solo lei scriveva così, dai tempi del liceo classico. Da quando la professoressa Luisa Grecchi, la severissima di Italiano, le aveva dato un otto su dieci sul voto Calligrafia e aggiunto: Una mano adulta, Bernasconi. Prendilo come un complimento.

E lei, da allora, non laveva più cambiata. Dopo venticinque anni: la stessa g, la stessa l.

Salì fino al quarto piano, lasciò la busta della spesa sul tavolo della cucina. La busta arancione accanto.

Lappartamento era minuscolo, ma Angelica ci aveva fatto il callo. Un bilocale a Milano, finestra a ovest. Lingresso più uno: un attaccapanni con un cappotto, la mensolina per le scarpe, uno specchio in cui ogni mattina si rifletteva e si ripeteva: Ok, ci sta. Presentabile. Né bella, né fresca, bensì pronta alla battaglia. Bastava.

Ogni sera il tramonto dipingeva la stanza di arancione, come miele fuso sul parquet. Lunico bonus dellalloggio. Più dieci minuti a piedi dalla metropolitana, Corrente Verde. Adesso che sono le sei la luce lenta arriva fino alla libreria, alla tazza di tè ormai fredda, alla foto di sua madre incorniciata semplicemente.

Angelica si mise al tavolo. Massaggiò le spalle. Stavano già in alto contratte come sempre, pronte a ricevere il prossimo colpo. Abitudine maturata in anni di riunioni-fiume e telefonate del capo alle ore più indecenti. Il corpo sempre sul chi vive, più della mente.

Volse lo sguardo alla busta.

Arancione. Carta spessa. Nessuna piega: qualcuno laveva portata con attenzione. Passò il dito sulle lettere che componevano il suo nome.

No, non era uno scherzo. Conosceva la sua grafia meglio della sua faccia.

Aprì con cura la busta sfogliandola dal bordo. Allinterno un foglio A4, ordinario, bianco. E qualcosa di piatto, lucido.

Estrae il foglio, lo apre.

Ciao. Sono te. Te di marzo duemilaventicinque. Hai trentasette anni, sei in cucina alle due di notte e non ti senti affatto bene. Ormai sono quattro notti che non dormi. Pensi di non farcela. Con il lavoro. Con te stessa. Con questa città che ti schiaccia da tutte le parti.

Scrivo perché qualcuno deve farlo. Una tua amica ti chiamerà domani, la mamma dopodomani, ma adesso adesso due di notte non cè nessuno. Solo te.

Ricordati questo: hai già superato di peggio. Ce la farai anche stavolta.

Abbi cura di te. Te lo meriti.

Se leggi questa lettera, significa che è passato un anno. Che hai resistito. Che non ho scritto invano.

Deposita il foglio sul tavolo.

Un groppo in gola di riconoscimento, non di commozione. Era proprio lei. Ogni parola sua. Anche lerrore di punteggiatura dopo adesso proprio. Anche labitudine di iniziare il paragrafo con ecco.

Ma non ricordava.

Non ricordava di aver scritto nulla del genere. Nemmeno la busta arancione, né la scelta del foglio. Un anno passato e mai ripensato.

Poi vide la foto.

Era scivolata fuori mentre prendeva il foglio, cadendo sul tavolo a faccia in giù. Angelica la girò.

La foto ritraeva una donna. Grigia in viso, cerchi sotto gli occhi da competizione, labbra screpolate, raccolte in una linea sottile. Capelli in uno chignon storto lato sinistro fuori posto, lungo la guancia. Maglione grigio, deformato ai gomiti, quello che lei aveva buttato lestate scorsa.

Lo riconobbe. E riconobbe la persona.

Era lei stessa. Quella di marzo. Dellanno prima.

Sotto, a penna, minuscolo: Sei diventata più forte. Guardami così vedrai da dove sei partita.

Angelica appoggiò la foto accanto alla lettera. La luce del tramonto accarezzava la stampa, il volto diventava più caldo ma non più sereno.

E adesso ricordava.

***

Marzo duemilaventicinque. Due di notte. Cucina la stessa cucina di oggi, lo stesso tavolo, soltanto davanti alla tastiera del portatile la luce la accecava.

Angelica, in maglietta e pantaloni del pigiama, scalza, con i piedi freddi, scorreva pagine. Non social. Non notizie. Cercava qualcosa a caso, un segno, una ragione per alzarsi la mattina.

Quella settimana non si alzava da tre giorni. Non era pigrizia. Era qualcosa di pesante, melmoso e innominabile. Come una lastra di cemento sul torace.

Il divorzio era stato tre anni prima. Alberto aveva fatto armi e bagagli nel ventitré diretto dalla collega Bianca del commerciale, una donna che rideva di più e chiedeva di meno. Lei, nemmeno una lacrima. Solo la sua roba nei trolley, lasciati vicino alluscita. Prenditeli. E se li era presi davvero.

Mezzo anno dopo, Angelica lavorava come una dannata. Niente weekend, niente vacanze. Responsabile acquisti di una media impresa edile, EdilMondo, il che significava: telefonate ai fornitori dalle otto, file Excel fino alle dieci di sera, e nel mezzo riunioni dove il boss Gianni Casati ripeteva sempre: Il mercato è fiacco. Bisogna stringere. Chi non tiene il passo, si accomodi fuori.

E lei, si diceva, teneva. Resisteva, senza lamentarsi.

A ottobre del ventiquattro il corpo dichiarò sciopero. Prima saltò il sonno, poi lappetito, infine ogni voglia di mettere il naso fuori. A gennaio prendeva sonno solo con la TV accesa, mangiava a pranzo e basta, parlava solo con sua madre al telefono a fatica.

Mamma sentiva tutto. Teresa Bernasconi, ex bibliotecaria, telefonava ogni sera e chiedeva: Angelica, hai mangiato? E Angelica: Sì, mamma. Minestrone. Peccato che il minestrone non lo vedesse da Natale.

Quella notte marzo venticinque digitò su Google lettera a me stessa nel futuro. Non sapeva perché. Forse pubblicità, forse solo disperazione. Primo risultato: Capsula del Tempo. Potevi scrivere una lettera, scegliere la data di consegna, pagare pochi euro con carta. Arrivava davvero: carta, timbro postale, busta.

Angelica puntò sullarancione. Di grigio ne aveva a sufficienza. Scrisse a mano, fotografò la pagina, caricò sul sito. Poi un selfie lì in cucina, con la luce blu del PC. Pagò. Un anno, dodici mesi. Fine.

Chiuse il portatile. Andò a dormire. E per tutto lanno non ci pensò più.

Perché, dopo marzo, la vita riprese a muoversi. Non veloce, non brillante a strattoni, come la vecchia ascensore del palazzo. Ma si muoveva.

Ad aprile si decise: psicologa. Un colpo di testa. Donna pratica, capelli cortissimi, studio vicino Porta Venezia, cinquanta minuti a settimana. Alla terza seduta pianse venti minuti senza sosta. Alla sesta finalmente risata.

A giugno la promossero. Senior buyer. Casati, a fine briefing: Bernasconi, lei è lunica che non rompe le scatole e fa. Dico davvero. Lei annuì, tornò alla scrivania, le spalle di nuovo tirate su. Gioia e paura insieme, mischiati come caffè nel latte.

A ottobre, un po di leggerezza. Tornarono le zuppe. Riprese a passeggiare la domenica al Parco Forlanini con libro e thermos. Richiamava la mamma, la precedeva sul tempo, non aspettava la chiamata.

E dimenticò la lettera. Come si dimentica la tessera sanitaria cacciata in un cassetto: sai che cè, ma non ci pensi.

Fino a oggi.

Angelica, ora, stava al tavolo con la lettera in una mano e la foto nellaltra, e guardava la donna dellanno prima. Faccia grigia. Occhiaie. Maglione buttato nella differenziata.

E la solita voce interna quella perennemente presente, familiare come la pasta della domenica, dondolò: Eccoci, sei punto e daccapo. Non è cambiato niente.

***

Quella voce era lì da un bel pezzo. Angelica ignorava da quando di preciso forse dalla separazione, forse molto prima. Non urlava né si arrabbiava. Parlava sommessa, come una zia apprensiva che ti suggerisce sempre di portare il golfino. Peggio ancora.

Ti hanno promossa per caso. Casati non aveva altri.

Pensi di gestire tutto? Guardati. Spalle rigide, quattro ore a notte, colazione a caffè e ansia.

Scordati la sicurezza. Ad aprile i tagli riprendono. Questione di tempo.

E Angelica la ascoltava. Non per fede, ma perché non sapeva fare altrimenti. Era parte di lei, come labitudine di contrarre le spalle, o la firma con ghirigori. Cera da così tanto che non sapeva più dove finisse lei e iniziasse la Voce.

La mattina dopo, diciannove marzo, sveglia alle sei. Doccia, caffè, mascara. Routine.

In ufficio da EdilMondo in via Lambrate open space, trentadue in stanza da parecchie settimane si respirava aria tesa. Tagli. Prima ondata: cinque della logistica fuori. Tutti aspettavano la seconda scarica.

Passa davanti alla reception. Il sorriso della segretaria Monica dura la metà del solito forzato. Aspetta pure lei.

Angelica avvia il PC. Password: data di nascita di sua madre. 114 e-mail non lette. Si immerge. Il fornitore di Pavia vuole una proroga. Il magazzino lamenta mancanza di tondini. Lamministrazione chiede fatture entro venerdì. Giornata normale, se non fosse per quel silenzio attorno.

Alle undici Casati convoca riunione.

Entra basso, robusto, capelli rasati, tic nervoso col tappo della penna. Siede. Scruta tutti.

Sintetico. Dice. Sara Bellini lascia il progetto. Di comune accordo. Ufficiale. Capite tutti comè in realtà.

Sara Bellini. Ventinove anni, progetti, terzo anno qui. Angelica la conosceva non bene, ma abbastanza da ricordare che portava la crostata della nonna nei martedì difficili, lasciando il foglietto sulla cucina comune: Prendete, è con marmellata vera!. Una sera, alla cena di Natale, aveva confidato a Angelica: Ho il mutuo, se mi cacciano sono fregata. Il gatto chi lo mantiene?

E Casati pop, pop col tappo ad aprile terzo round. Vedremo in base a chi regge il trimestre.

Angelica seduta dritta, le spalle in quota, dita intrecciate sotto al tavolo. La Voce interna sussurra: Te lavevo detto. Ti manca solo aprile.

Dopo la riunione, si rifugia vicino al distributore dacqua. Occhi chiusi per tre secondi.

Nella testa, due voci. Quella flebile: Hai già tenuto botta. Lo rifarai. Parola di lettera. Parola di marzo scorso.

Laltra, più forte: Coincidenza. Quattro euro spesi sul sito, e credi alle capsule del tempo? Sara adesso aggiorna il CV con il gatto sulle gambe.

Apre gli occhi. Beve lacqua. Torna al suo desk. File Excel, di nuovo. Quello sì che sapeva farlo. La questione era: sarebbe bastato ancora?

La sera, alle sette, cena a base di orzo e polpette. Squilla la mamma.

Angelica, ciao la voce roca di Teresa Bernasconi, con il raffreddore perennemente addosso. Come va?

Bene, mamma. Un po presa al lavoro.

Hai mangiato?

Sto mangiando adesso. Orzo.

Brava.

Pausa. Angelica sapeva che la mamma capiva. Teresa, ex bibliotecaria, con trentanni di letture alle spalle, sapeva leggere tra le righe della figlia.

Angelica, hai quella voce tirata.

Stanca, mamma.

Mi dicevi la stessa storia un anno fa. Stanca, mamma. Poi sei rimasta in casa tre giorni di fila senza dir nulla.

Chiuse gli occhi.

Stavolta è diverso, mamma. Solo lavoro che stressa.

Ricordati che sono qui, aggiunse Teresa. Vengo da te sabato se vuoi. Ti porto una vera minestra, non quella roba in busta.

Angelica sorrise. Prima volta oggi.

Grazie, mamma. Ma per ora ce la faccio.

Chiacchierarono altri dieci minuti pressione alta della mamma, la vicina anziana che si è presa un gatto e lui si metteva a miagolare di notte senza pietà, la primavera che a Cremona era già scoppiata: i ciclamini di mamma immortalati e spediti via WhatsApp. Vedi? Da te a Milano sembra novembre, qui in campagna è già maggio. Le commesse più semplici sono le più efficaci.

Mamma non pressava mai. Zero domande su nuovi amori o nipoti, nonostante fossero dobbligo tra amiche di Teresa. Aveva capito il vantaggio del silenzio: basta esserci, a duecento chilometri e una chiamata di distanza.

Riattaccò. Mise via piatto e posate. Guardò ancora la lettera e la foto, lì sul bordo del tavolo.

Sei diventata più forte. Guardami così vedrai da dove sei partita.

Prese la foto. La avvicinò al viso. La donna nella foto guardava dritto nellobiettivo con quella tipica espressione di chi vorrebbe chiedere aiuto, ma non sa a chi rivolgersi.

Alle nove, squilla il telefono: Lidia.

Lidia, amica del liceo, quasi ventidue anni di risate, sempre la stessa voce roca e calda da tabaccaio di paese, anche quando i tempi sono grami.

Ang, racconta.

Cosa dovrei raccontare?

Tutto. So che da te si taglia Martina del tuo ufficio ha scritto alle ex del gruppo che a EdilMondo è una tragedia greca.

Angelica sospira.

Sì. Oggi una di noi se nè andata. Casati ha detto che in aprile si replica.

E tu?

Io per ora niente. Per ora, sottolineo.

Ti ricordi quando un anno fa mi chiamasti nottetempo? Che non ce la facevi più? Che era la fine? Ti ricordi?

Angelica sì che ricorda. Sfumato, certo, ma cè: chiamò Lidia alle tre, e lei rispose subito.

Ricordo, sì.

E hai resistito. Vedi? Sei qui. Hai un lavoro, una promozione. Ceni come la gente normale. Mi rispondi pure al telefono. Non è la fine, è solo vita.

Silenzio.

Angelica, mi senti?

Sento.

Allora basta tirarti la zappa sui piedi.

Lidia continua, altre dieci minuti sul lavoro suo (vende cucine, odia i clienti che si ravvedono sul colore quando lordine è ormai andato in produzione), sul suo gatto Fiaschetto che le ha rovinato il divano nuovo, su come nel weekend ci si debba vedere per un bicchiere di vino e quattro chiacchiere.

Angelica ascolta. E pensa: quello che Lidia le dice, è esattamente il messaggio della lettera. Cambia poco. Sembra che, a distanza di dodici mesi, tutti gli oracoli si siano messi daccordo: tua madre, lamica, la te stessa di ieri a ripetere: Sei qui, hai resistito, ora molla il freno a mano.

Chiude il telefono. Dieci di sera.

La casa è quieta. Non cupa, solo quiete. Il frigo fa il suo classico ronzio. Un tram scivola giù nella strada bluastra. Da qualche piano sotto, una risata di bambino.

Angelica va in bagno. Accende la luce. Si guarda nello specchio.

Un viso. Il suo. Trentaotto anni, capelli castani fino alle spalle, appena ondulati per lumidità. Pelle normale, nessuna sfumatura di grigio, un po di rosa dovuta al tè. Ombre sotto gli occhi, leggere, nulla di simile alla foto piccoli segni della fatica quotidiana.

Torna in cucina, prende la foto. Raggiunge il bagno, appoggia la foto accanto allo specchio.

Due visi.

Uno nello specchio. Vivo, acceso, anche se stanco.

Laltro sulla carta. Grigio, labbra secche, occhi che urlano aiuto.

Un anno li separa.

E la voce dentro quella, costante, un po stonata ma ormai prevedibile prova: Non conta niente. Le foto tradiscono, la luce era pessima

Ma Angelica la interrompe. Ad alta voce. Per la prima volta da secoli.

No.

Dice questa parola allo specchio. E la donna nello specchio la osserva con una calma sconosciuta alla foto.

No, ripete Angelica. Non sono quella di prima. Sono unaltra. Guarda: questa ero io. Ora sono questa.

Silenzio, finalmente.

Angelica, in bagno, scalza, con vecchi pantaloni da casa, la foto in mano e, miracolosamente, per la prima volta in un anno si guarda senza giudizio.

Non abbastanza brava. Non ce la farò?. Non quando va tutto a rotoli?.

Si guarda, e basta.

E si vede. Non una supereroina, non una forte e indipendente come sulle copertine dei settimanali. Semplicemente una donna. Con occhi vividi, un ciuffo ribelle, mani che in dodici mesi hanno firmato almeno trecento documenti senza mai cedere. Spalle che magari si alzano, ma stanno in piedi.

***

Quella notte non dormì fino alle due. Non per ansia. Per pensieri.

Si rigirava, ripassava gli ultimi dodici mesi. Non le cose, ma le sensazioni: la prima colazione finita dopo mesi di biscotti avanzati. La passeggiata al parco e il sole che scalda le guance. La risata dalla psicologa, per la mania di scusarsi quando è la sua ora.

Piccole cose. Un anno di piccole cose.

E la Voce: Non vale. La tua è una pseudo-vittoria. Campano tutti così.

E Angelica, per la prima volta, pensò: se mentisse? Non per cattiveria. Solo perché non sa fare altro. Come chi ha sempre vissuto a tapparelle abbassate e non crede alla luce del giorno. Non è cattivo, non lha mai vista.

Si alza. Va in cucina. Accende la lampada.

La busta arancione è lì. Angelica la gira dal lato bianco. Prende una penna la solita, blu, quella delle checklist.

Inizia a scrivere.

Ciao. Sono sempre io. Te di marzo duemilaventisei. Hai trentotto anni. Sul lavoro aria tesa, nella vita un po di nebbia. Ma vai avanti.

Sai, lanno scorso ti ho scritto una lettera. Era buio pesto. Tanto buio che non vedevi nemmeno i muri e sembrava di stare in uno scantinato senza fine.

Oggi ho ricevuto quella lettera. E ti dirò: sulla foto non mi sono riconosciuta. Ho impiegato tre secondi buoni. Quella donna grigia ero io.

Tre secondi sono un anno intero.

Questa volta scrivo dal caldo, non dal freddo. Perché se stai leggendo, ce lhai fatta ancora una volta.

Abbi cura di te. Te lo meriti.

Angelica, marzo duemilaventisei.

P.S.: Se le spalle tornano su, abbassale adesso. Così. Brava.

Piega il foglio in quattro, lo infila nella busta arancione proprio quella prelevata stamattina dalla cassetta. Gira, mette nome e indirizzo.

Poi avvia il PC. Torna sul sito Capsula del Tempo. Setta la consegna: marzo duemilaventisette. Carica la scansione. E, dopo mezzo secondo di esitazione, selfie. Di nuovo, al tavolo della cucina. Luci calde.

Questa volta il volto riflesso non è grigio. Solo normale, un po stanco, ma vivo. Le labbra tirate, ma serene.

Carica, paga. Chiude il portatile.

Si avvicina alla finestra.

La notte milanese giù sotto. Lampioni, auto, riquadri gialli di finestra. Silenzio. È marzo, più due gradi, un po di vento.

Angelica, piedi nudi sul parquet, sente spalle che miracolo! si abbassano da sole.

La Voce prova: Dai, non esagerare

Ma lei non ascolta.

Guarda la città e pensa a quell’altra Angelica che riceverà tra un anno la busta arancione. Sarà più vecchia di dodici mesi. Forse, nuovo lavoro. Forse no. Forse lascerà Lambrate, o resterà. Forse un amore, o neanche. Poco importa.

Importa che dentro ci sarà una foto con su scritto: Guardami. Capirai da dove vieni.

E la Angelica del futuro guarderà. E capirà.

Sorrise. Spense la luce. Torna a letto.

Fuori notte di marzo, con lodore dellasfalto bagnato.

Dentro quiete.

Sul tavolo, la busta arancione con la nuova lettera.

***

La mattina dopo si svegliò alle sette. Niente sveglia. Luce che filtra da est pallida, argentata, da inizio giornata. Non quella del tramonto. Unaltra.

Angelica si alza. Va in cucina. Mette su il bollitore.

La busta è lì. Accanto, la foto, la solita. Non la rilegge. Non si mette a fissare limmagine grigia. Le sistema semplici, ordinate, come oggetti da conservare con cura.

Poi apre un pensile. Prende una cornice trasparente dieci per quindici, comprata per una vacanza e mai usata. Infila la foto dellanno prima. La appoggia sulla libreria.

Viso grigio. Ombre sotto gli occhi. Chignon scentrato. Maglione largo.

Non per ricordare il male. Ma la strada.

Quando il bollitore scatta, versa il tè. Tiene la tazza stretta tra le mani. Si affaccia alla finestra.

E vede il suo riflesso nel vetro. Struccata, in pigiama, la tazza bollente tra le mani.

La Voce tace.

Finisce il tè. Si veste. Prende la borsa. Esce di casa.

Alla porta, un attimo. Controlla le spalle.

Sono in giù. Normali. Solo spalle. Le sue.

Chiude la porta e si avvia al lavoro.

Sul tavolo di cucina resta la busta arancione. Con la nuova lettera. Con la foto nuova. Pronta a ripartire.

Fra un anno arriverà. E lei la aprirà. Si guarderà e forse, ancora una volta, non si riconoscerà. Perché in un anno cambia tutto.

O quasi tutto.

La grafia resterà la stessa. Con la g girata e la l elegante. Come a scuola. Come sempre.

E nella busta ci sarà la frase la principale, la sola che conta: Hai già superato di peggio. Ce la farai anche stavolta.

Solo che, stavolta, è scritta non dal buio.

Ma dalla luce.

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