ACQUISTÒ LA RAGAZZA “SORDOMUTA” CHE TUTTI DISPREZZAVANO… MA LEI AVEVA SENTITO OGNI SINGOLA PAROLA

Dicevano che Lucia fosse sorda fin da bambina.

Lo dicevano con una certezza tranquilla, quasi che a forza di ripeterlo diventasse leggenda. Nel paese, quella frase era una condanna: non sente, non capisce, non conta. Per tanti, Lucia era poco più di un peso muto da spostare da una parte allaltra.

E Nunzia, sua zia, non faceva che ricordarlo a tutti.

Quella mattina il gelo pizzicava le ossa senza pietà. Il cielo, basso e grigio, minacciava neve da un momento allaltro. Nunzia trascinò Lucia fino alla piazza del mercato, dove i contadini sistemavano le bancarelle, discutevano prezzi, come se la miseria fosse parte del paesaggio.

Nunzia si piazzò in mezzo alla confusione e urlò:

Chi vuole una ragazza da far lavorare? Mangia poco, non si lamenta e non vi riempirà mai le orecchie di sciocchezze.

Tutti gli occhi si posarono su Lucia. Lei abbassò lo sguardo, stringendo le dita nel vecchio scialle, rimanendo immobile. Ormai conosceva a memoria quel copione: lesposizione, le risate, letichetta appesa come uno straccio.

È sorda continuò Nunzia, indicandola. Da quando era piccola. Ma sa pulire, cucinare, lavare. E la cosa migliore non risponde mai.

Risero, con quella durezza secca che si sente solo nei piccoli paesi.

Lucia non reagì. Aveva imparato che il silenzio era la sua unica arma. Ma dentro, ogni parola entrava chiara, tagliente, come una lama.

Perché Lucia sentiva tutto.

Non era mai stata sorda.

Da piccola, dopo che i genitori erano morti, Nunzia la portò dal medico del paese. Lucia ricordava tutto: lodore pungente del disinfettante, la voce del dottore che diceva che la febbre non aveva intaccato ludito. Ma Nunzia le strinse il braccio forte, e uscendo, le sussurrò:

Se parli, nessuno ti vorrà mai bene. Così conviene a tutte e due.

E Lucia tacque.
Prima per paura.
Poi per abitudine.
Infine perché il silenzio significava sopravvivenza.

Poi arrivò Gabriele.

Gabriele era venuto a San Casciano a comprare sementi e attrezzi. Era un tipo riservato, conosciuto per la sua cascina isolata e il poco amore per i pettegolezzi. Alcuni lo rispettavano, altri diffidavano. Da anni viveva solo, da quando una disgrazia gli portò via la famiglia e la voglia di confidarsi.

Stava legando dei sacchi quando sentì le grida.

Si girò.
Vide Nunzia agitarsi con disprezzo.
Notò la ragazza rannicchiata, circondata dalla curiosità della folla.
Dentro di lui si accese qualcosa.

Non era pietà.
Era rabbia.

Quanto vuoi? chiese Gabriele avvicinandosi.

Nunzia sgranò gli occhi, poi sorrise.

Cinquanta euro.

Venti.

Trentacinque. Lho cresciuta dopo che è rimasta sola.

Gabriele contò venticinque euro e li porse.

Così oppure niente.

Nunzia esitò un attimo, poi prese i soldi di scatto.

Affare fatto. Ma non venire a lamentarti. È sorda.

Gabriele non rispose.
Guardò Lucia e le fece cenno di seguirlo.

Per la prima volta, Lucia alzò gli occhi.

E si bloccò.

Negli occhi di Gabriele non cera derisione o compassione. Cera qualcosa che lei quasi non ricordava più: rispetto. Uno sguardo che diceva: ti vedo.

Salì sul carro. Gabriele le posò sulle spalle una coperta grossa. Mentre si allontanavano, Lucia si voltò indietro. Nunzia contava i soldi senza neanche un saluto.

Durante il viaggio la neve iniziò a cadere. Gabriele conduceva il cavallo in silenzio. Lucia lo osservava di soppiatto. Sentiva il suo respiro, il legno del carro scricchiolare, il vento.

Alla cascina, il fuoco ardeva già e la zuppa bolliva.

Gabriele le indicò una sedia.

Qui sei al sicuro disse, ignaro che lei capisse ogni sua parola.

Lucia sentì una strana pressione nel petto.

Quella sera, mentre cenavano in silenzio, Gabriele parlò.

Non hai motivo di aver paura. Non ti obbligherò a restare. Se domani vorrai andar via, ti riporterò al paese.

Lucia abbassò lo sguardo.
E, per la prima volta dopo anni, rispose.

Grazie.

Quella parola rimbombò come un fulmine.

Gabriele alzò la testa lentamente.

come?

Lucia deglutì. Le mani tremavano.

Non sono sorda sussurrò appena. Non lo sono mai stata.

Il silenzio scese fitto.

Gabriele non gridò. Non si arrabbiò. La fissò a lungo.

Da quanto senti? domandò infine.

Da sempre.

Lei raccontò tutto. Il ricatto. La paura. Gli anni di umiliazioni.

Quando finì, si aspettava solo il rifiuto.

Ma Gabriele si alzò, ravvivò il fuoco e rispose:

Allora qui faremo le cose giuste. Nessuno ti tapperà mai più la bocca.

I giorni passarono. Lucia lavorava nella cascina, ma Gabriele non la trattò mai come una proprietà. Le insegnò a leggere meglio, a tenere i conti, a trattare coi mercanti.

E in paese iniziarono a chiacchierare.

Poi ritornò Nunzia.

Sono venuta a riprenderla pretese. Ha mentito! Non era sorda!

Gabriele la guardò calmo.

Lo so già. E ormai lo sanno anche gli altri.

Alle sue spalle apparve il carabiniere. E il dottore. E due bottegai che avevano sentito e ascoltato.

Lucia fece un passo avanti.

Posso parlare da sola disse con voce ferma.

Nunzia impallidì.

Il processo fu veloce.
I soprusi, dimostrati.
Le minacce, confermate.

Nunzia perse la tutela. E la faccia.

Dopo qualche mese, la cascina prosperava. Lucia non chinava più il capo. Al mercato la sentivano parlare, ed era un silenzio nuovo.

Un pomeriggio, Gabriele la guardò mentre il sole calava dietro i campi.

Non ti ho mai comprata disse. Ti ho scelta.

Lucia sorrise.

E io ho scelto di restare.

Anni dopo, nello stesso paese, qualcuno commentò:

Lo sai? La ragazza che dicevano sorda era quella che sentiva meglio di tutti.

E per la prima volta, quella storia non faceva più male.

Ho imparato che il rispetto vale più di ogni parola, e che la libertà inizia dal coraggio di farsi sentire.

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