Signora, lei non capisce… Questo cane è una vera sfida. È selvatico e abbaia continuamente contro le persone.
Ricordo come se fosse ieri quella giornata di tanti anni fa, quando una ragazzina su una sedia a rotelle arrivò al vecchio rifugio per animali vicino a Firenze, decisa a portare con sé il cane più difficile tra tutti. Lei, Lucia, aveva gli occhi pieni di determinazione. Cercava un cane che non fosse solo un compagno di gioco o di lunghe passeggiate nei viali, ma qualcuno che potesse davvero comprenderla e starle vicino nelle ombre e nelle luci della vita.
Le ruote della sua carrozzina stridettero piano sul pavimento di cotto mentre entrava nellampia stanza piena di gabbie. Ovunque un baccano di latrati, zampe che battevano sulle sbarre, code che sbattevano dentusiasmo e occhi che imploravano attenzione. Alcuni cani saltavano su e giù, altri si lamentavano, qualcuno si rannicchiava nellangolo. Lucia osservava ciascuno con attenzione, ma nessuno toccava il suo cuore. Sembrava che il viaggio fosse stato inutile.
Fu allora che il suo sguardo cadde su una sagoma nellombra, in fondo alla sala. Cera, accucciato nellangolo, un pastore tedesco imponente, il manto scuro come il cotto bagnato dopo un temporale estivo. Eppure, non si agitava; non abbaiava né si avvicinava alle sbarre. I suoi occhi, profondi e intelligenti, fissavano il vuoto. Sembrava assente, lontano dal frastuono circostante.
«Ecco. Voglio lui», disse Lucia, per la prima volta senza alcun dubbio, indicando proprio il pastore tedesco.
Loperatore del rifugio, Don Paolo, spalancò gli occhi sorpreso.
«Signorina, forse non capisce… Questo cane è un vero problema. È aggressivo, fa paura a tutti, abbaia di continuo. Nessuno riesce a gestirlo. Eravamo persino arrivati a pensare di doverlo sopprimere».
Lucia abbozzò un sorriso dolce, scuotendo il capo. «Tutti abbiamo le nostre fragilità», rispose serena, accennando alla sua carrozzina. «Desidero incontrarlo comunque. Guardate il suo sguardo.»
Don Paolo sospirò, rassegnato. «Come preferisce, ma la avverto: potrebbe non finire bene».
A quel punto, aprirono la gabbia e guidarono il grande cane verso Lucia. Tutto il rifugio si zittì; operatori e visitatori arretrarono con un brivido di timore. In tanti temevano una reazione improvvisa, uno scatto, magari un morso; la tensione era palpabile.
Il pastore tedesco si irrigidì. Le orecchie dritte, gli occhi fissi su Lucia sulla carrozzina. Passarono secondi che sembravano interminabili. Poi, allimprovviso, il cane abbaiò forte e si mosse verso di lei con passi decisi, il rumore del suo abbaio rimbombava tra le mura antiche. Un mormorio di paura serpeggiò tra chi assisteva.
Ma quello che accadde fu inaspettato.
Il cane si avvicinò con lentezza, sempre più vicino a Lucia, e infine si chinò, appoggiando la testa sulle sue gambe. Annusò le ruote, la copertina di lana ricamata a mano, poi si accasciò docilmente ai suoi piedi, chiudendo gli occhi come per abbandonarsi a un sonno tranquillo.
Lucia trattenne il fiato, poi allungò la mano e il cane rimase immobile. Non si mosse, non mordette, si lasciò accarezzare. Anzi, sospirò profondamente, come se avesse trovato finalmente pace, e si addormentò su quello stesso pavimento.
Nel corridoio calò un silenzio incredulo. Nessuno credeva ai propri occhi. Qualcuno mormorò sommessamente: «Non si è mai visto nulla di simile… Questo cane non si fidava di nessuno, era sempre pronto a mordere»
Lucia si chinò e, senza esitare, disse piano: «Da oggi sei mio. Saremo insieme».
Ed è così che quella ragazzina e il suo cane selvaggio, il pastore tedesco che tutti temevano, uscirono insieme dal portone del rifugio, verso una nuova vita. Avevano trovato luno nellaltra quello che cercavano.
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