Il bambino è venuto al mondo esattamente a mezzanotte, proprio nell’istante in cui l’orologio digitale della sala parto, lampeggiando di verde, è passato dalle 23:59 alle 00:00.

Il bambino è venuto al mondo proprio a mezzanotte. Esattamente nel momento in cui lorologio digitale della sala parto, con un lampo verde, passava da 23:59 a 00:00. Il medico e lostetrica si scambiarono uno sguardo, mentre il neonatologo di turno afferrò di corsa quel corpicino immobile e livido, lo posò sul fasciatoio e subito si mise allopera con laspiratore. Il piccolo non respirava. La mamma, Lucia, si voltò appena, guardando senza alcuna emozione i gesti concitati del medico.

Niente Forse è già morto? Non piange pensava confusamente, ancora stordita da quel dolore che le aveva appena attraversato tutto il corpo e lanima.

Finalmente, il neonato emise un pigolio debole, quasi impercettibile, che piano piano crebbe fino a diventare un pianto forte che si sparse per i corridoi silenziosi dellospedale in quellora così tarda. Il medico, lostetrica e il neonatologo si avvicinarono al piccolo e lo fissarono in un silenzio carico di stupore.

Quel bambino era strano La sua schiena, arrivata allaltezza delle scapole, si piegava formando due gobbe lunghe e quasi simmetriche che scendevano fino a metà torace.

Comè possibile una cosa del genere? ripeté più volte il neonatologo, scandalizzato. Non ho mai, mai visto nulla del genere Non è possibile, non può essere vero

Quando la mattina dopo il medico entrò nella stanza di Lucia per spiegarle la situazione, lei storse le labbra in una smorfia di disgusto. Quindi è anche deforme? Che sfortuna No basta, tenetevelo voi, non lo voglio. Non volevo nemmeno prenderne uno sano, figuriamoci questo

Datemi un foglio, firmo subito la rinuncia.

Così, al momento giusto, Lucia uscì dallospedale leggera, indifferente, senza alcun peso, lasciando lì suo figlio, senza che lui sapesse mai che la sua stessa madre lo aveva già dimenticato.

Nel brefotrofio lo chiamarono Matteo. Proprio così, solo Matteo. Le balie lo vestivano con camicine larghe, molto più grandi della sua misura, per nascondere la deformità.

Ma anche se avesse avuto un corpo perfetto, sarebbe stato comunque diverso dagli altri bambini urlanti e turbolenti che si azzuffavano e si dividevano i giochi. Nei suoi occhi azzurri, incorniciati da lunghe ciglia nere, cera una serietà profonda, inusuale per uno così piccolo.

Spesso, mentre guardava fuori dalla finestra, sembrava che stesse cercando qualcosa dentro di sé, affannandosi per afferrare e capire qualcosa dindefinibile che però non riusciva ancora a trovare.

Un giorno successe: la solita fila di bambini di due anni, che a fatica rimanevano in equilibrio sulle proprie gambe, si muoveva verso una delle attività programmate.

Ed è lì che Matteo lo sentì: dalla porta socchiusa dellufficio della direttrice usciva una melodia mai sentita. Non era la solita canzoncina per bambini, quelle che usavano per farli marciare come piccoli soldati, agitando braccia e gambe ancora impacciate. No, era qualcosa di diverso Sembrava un vento caldo, gentile, che lo sollevava da terra e lo cullava, portandolo lontano. Non cerano parole, ma cera unanima viva, unanima che lo abbracciava e gli raccontava cose che nessun altro poteva capire, solo lui, Matteo.

Si fermò in mezzo al corridoio e cominciò a dondolarsi in silenzio seguendo la musica, ignorando urti e proteste degli altri o le chiamate delle balie che cercavano di farlo muovere. Per la prima volta, tutto divenne chiaro nella sua testolina. Quel suono che aveva sempre cercato nel vociare dei compagni o nel rumore dei tubi del bagno era la sua Musica.

Giulia e Roberto avevano visitato tutti i brefotrofi della zona. Giulia, per una malattia congenita, non poteva avere figli e avevano deciso, dopo mille paure, di adottare. Avevano fatto i corsi, preparato i documenti, ma al momento della scelta era durissima. Comera il loro bambino? Quello giusto, quello loro? Perché i figli che nascono non si scelgono, li si ama e basta; ma qui

Mano nella mano, arrivarono davanti alla recinzione del brefotrofio. Nel cortile, i bimbi giocavano, le femminucce spingevano passeggini pieni di bambole, tra risate e gridolini. Solo un piccolo, con una giacca troppo lunga per lui, ascoltava attentamente il cinguettio di un passero su un ramo. In quellistante, il telefono di Giulia squillò era la suoneria: Mozart. Giulia amava la musica classica.

E il bambino trasalì. Gli occhi gli si accesero come fari, e cominciò a dondolarsi a ritmo, cogliendo perfettamente il tempo e la melodia, come se quella musica fosse parte di lui. Giulia e Roberto rimasero a guardarlo, voltando le spalle al telefono che continuava a squillare.

Avevano appena visto LUI. Loro figlio. Unanima luminosa che brillava nello sguardo di quel piccolo

Lo so che è un bambino malato, diverso Sono pronta a prendermene cura, ripeté Giulia, esausta dopo una lunghissima conversazione con la direttrice che cercava invano di proporle un altro bambino, sano. I figli non si scelgono, spiegava, ma io lo voglio, qualsiasi cosa succeda.

Mamma? chiese Matteo, alzando la testa dal pianoforte dove aveva appena accennato qualche nota, perché io sono così? Non sono come gli altri

Giulia gli accarezzò con tenerezza la schiena contorta: Vedi, amore, siamo tutti diversi. Dentro e fuori. Tu, io e papà E la tua schiena, te lho già detto, sono le ali, come quelle degli angeli. Devono solo aprirsi, e lo faranno, vedrai

Poi lo strinse, gli baciò la testolina calda, si sedettero insieme al pianoforte, e suonarono in due. E Matteo, sai, suonava come certi musicisti adulti e serissimi non saprebbero fare.

E dietro di lui, davvero, le ali si spiegavano leggere ma solo la mamma, il papà e langelo custode di Matteo potevano vederle e la Musica scorreva, larga e profonda come un fiume, cullando il piccolo Matteo felice tra le sue ondeIl tempo passò. Matteo crebbe, e le sue dita correvano leggere sui tasti, ogni anno più sicure, come se rincorressero per gioco una melodia che solo lui sapeva davvero ascoltare. Nessuno capiva davvero da dove venisse quella musica meravigliosa che sembrava scaturire dalle sue mani: sembrava piuttosto uscire dalle sue strane gobbe, sempre più sottili, quasi trasparenti, che parevano brillare ogni volta che un passaggio difficile fluiva come acqua sotto la forza delle sue dita.

Una sera dinverno, al saggio di Natale della scuola di musica, nella sala si fece silenzio. Gli occhi di Giulia erano lucidi e stretti nella mano calda di Roberto. Matteo si inchinò, sorrise e si sedette. Le mani posarono i primi accordi, e poi la musica salì, lieve e dorata, fino a riempire ogni angolo della sala, come se davvero un vento gentile stesse spalancando le finestre allalba.

Tutti in sala, per un attimo lunghissimo, smisero di essere adulti impazienti o bambini inquieti: ascoltavano. Solo ascoltavano, con il cuore spalancato, come se la Musica di Matteo facesse crescere in ognuno di loro una cosa nuova e luminosa, fragile e bellissima, che nessuno avrebbe più dimenticato.

Quando lultimo accordo si spense, la gente rimase muta, rapita e allora, proprio in quellattimo, due piccole ali bianchissime si dispiegarono leggere dalla schiena di Matteo. Solo Giulia se ne accorse, e nel suo sorriso cera tutta la risposta che lui aveva sempre cercato: le ali erano già lì, da sempre. Bastava solo ascoltare la loro musica, e lasciarle volare.

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