Nel mio piccolo condominio di Via dei Girasoli, a Bologna, cera sempre quella signora la cattiva vicina che gridava dal balcone se qualcuno accendeva una sigaretta troppo vicino alle sue finestre, lamentandosi che lodore le invadava lappartamento. Era solita buttare i ragazzi che chiacchieravano sulla panchina alle dieci di sera, per non disturbare il sonno, e scriveva lamentele allamministratore per il immondizia non raccolto. Se non avessi riconosciuto subito questa figura, era perché era proprio me.
Mi chiamo Bruna Corsi, ma tutti mi chiamano la cattiva vicina. Non sopporto i condomini che hanno cani. Quei cagnolini lasciano le loro palline sui miei aiuole di gerani e peonie, e a peggiorar della cosa, chi li nutre nelle strade, lasciando ossa tra i fiori, è ancora più irritante. A volte il loro abbaiare notturno mi segue per una settimana intera, e in primavera le loro urla sembrano un coro di lupi.
Anche i vicini con i gatti mi fanno venir larchi del naso: lodore del loro lettiera si diffonde per lintero palazzo. Se i felini hanno la libertà di girovagare per il cortile, è un vero incubo. Una volta un grosso gatto nero saltò sul mio balcone, quasi facendomi svenire, mentre stavo lì a urlare ai bambini che giocavano troppo rumorosi.
E poi ci sono i piccoli gnomi, i bambini di cinque o sei anni. Non capisco proprio come si possa amarli, con quella loro fragilità e la totale mancanza di controllo. Una volta la zia mi chiese di badare al cuginetto di cinque anni, Luigi. In mezzora mi ha divorato il cervello con il suo cucchiaio da tè. Prima giocava con un trattore di plastica; poi, quando sua madre uscì, si mise a mangiare. Non la minestra con le polpette, ma la scarabocchiò sul tavolo, spargendola dappertutto. Mentre pulivo, il bimbo trovò il mio rossetto rosso di Chanel e lo usò come se fosse una matita. Per quindici minuti fu più silenzioso, poi afferrò le polpette, le sue mani lasciarono impronte di grasso su carta da parati e sul pavimento. Alla fine, una volta che gli ho dato del carbone attivo per calmare il suo stomaco, tornò a dormire e io potetti consegnare il piccolo al suo madre preoccupata.
Il mio spirito di conflitto nacque quando avevo quindici anni. Una vecchia signora, la signora Lucia, mi fissò da fuori la porta con uno sguardo che sembrava dire «Stai facendo la prostituta». Non ci rimasi a lungo: riempii la sua cassetta delle lettere con tutti i volantini pubblicitari che trovavo in scatole non chiuse brochure su finestre, giornali con rimedi miracolosi per la salute, pubblicità di braccialetti magnetici per lipertensione. Ogni volta che Lucia cercava la bolletta dellelettricità, trovava una montagna di carta inutile.
Rubai anche la sua bolletta, ne stampai una copia con uno zero in più e la feci recapitare al punto luce. La povera signora, irritata, andava allEnel a lamentarsi con gli operatori incompetenti, ma nulla cambiava: il suo caso era ormai dimenticato.
Il mio carattere litigioso trovò una nuova espressione quando conquistai un pezzo di aiuola sotto al mio balcone. Dopo vari esperimenti, capii che i gerani erano i più adatti: i piccioni non li rubavano, né gli uccelli golosi di semi, né gli ubriaconi del quartiere, che li evitavano per lodore pungente. Un giorno, al mattino, trovai la mia aiuola invasa da unautomobile! Le ruote anteriori toccavano il cordolo bianco, il grosso paraurti si appoggiava minaccioso sui fiori rossi. Era una sfida lanciata a quel bandito che aveva osato invadere il mio territorio sacro.
Di chi è questa macchia? chiesi con disprezzo alla vicina, la signora Livia, che consideravo una spia.
Livia, che passava le mattine sul portico dopo essere tornata dal mercato a comprare cibo per i suoi cinque gatti, non perdeva mai di vista nemmeno un topo. È di qualche teppista del quinto piano rispose, indicando un giusto jeep parcheggiato lì. Quelli con i veicoli grandi sono sempre dei delitti.
Chi è quel tipo? insistetti, perché conoscevo tutti gli abitanti del condominio e nessuno aveva laspetto di un fuorilegge. Nemmeno il nostro gopnik ha unauto così.
Livia, con gli occhi che brillavano, mi raccontò che la signora Margherita dellappartamento 43 era stata portata a casa dai figli, perché era debole e affetta da asma. Dopo una lunga lista di malattie, arrivammo al punto: il nipote di Lucia, Tommaso, stava ristrutturando quellappartamento.
Il rumore di un imminente scontro aleggiava nellaria. Corsevo verso lascensore per indicare al bandito dove fosse il suo posto, ma la porta non si aprì: lautomobile rimaneva sotto le finestre, ma il portone rimaneva chiuso. Bussai al rivestimento di pelle marrone, sperando che sentisse il campanello. Nessuno rispose.
Scrissi allora un biglietto:
Caro sconosciuto, rimuovi subito la tua macchina dalla mia aiuola, altrimenti non mi assumerò responsabilità.
Un giorno passò, e il range rover rimaneva minaccioso, facendo impazzire i miei nervi. Andai fuori a cercare Livia.
Livia, il teppista del 43 è passato oggi? chiesi.
No, è venuto con unaltra auto, è rimasto qualche ora e se nè andato rispose scrollando la testa.
Allora perché ha lasciato quel cestino qui a rovinare i miei gerani? protestai.
Livia mi consigliò di chiamare quel tipo; aveva lasciato il numero in caso di emergenza. Non lo guida lui, è il suo capo, disse, forse un manager.
Chiamai, e una voce maschile profonda mi rispose.
Hai ricevuto il biglietto? chiese.
Sì, perché non hai tolto la tua canzonetta dalla mia aiuola? replicai, cercando di restare pacata.
Hai dimenticato le parole magiche disse con calma.
Ti prego, rimuovi la tua auto insistei, più gentile possibile.
Non lo farò rispose con tono di chi non vuole cedere. È comodo per me, e non è stato il mio veicolo a colpire i fiori.
Mi risposi con un vedrai le conseguenze. Il suo riso era quello di chi non ha nulla da nascondere. Provai a far bruciare lauto con lo sguardo; il metallo nero rimase freddo. Avevo però dei rimedi tradizionali: il giorno dopo, luomo, in giacca di jeans blu e maglietta verde, tornò a guardare la sua auto, ora coperta di granelli di miglio, sparsi sul cofano come fossero semi. I piccioni si posavano sopra e, tra un becco e laltro, sembravano ridere.
Non era ancora finita. La mattina successiva, lauto era di nuovo pulita, ma le ruote avevano lasciato sul cordolo segni neri, come cicatrici sul mio cuore. Era una dichiarazione di guerra. Con il vapore dellacqua che bolliva nella pentola, mi avviai a pensare a una vendetta. Scivolai quasi su una gatta rossa, Bianchino, con un pesce in bocca.
Porta il pesce al 43! borbottai al felino, e una luce mi colpì la testa: quella notte i gatti del quartiere, attratti dallodore di valeriana che avevo spruzzato sulluscio, si radunarono davanti alla porta 43 e fecero un concerto di miagolii. Il nostro condominio era avvolto da un odore di foglie di menta e di fiori di gelsomino, mentre i gatti graffiavano le porte e lanciavano invettive contro il nostro nemico.
Il prossimo giorno la chiave della mia porta non tornava nella serratura; provai per mezzora, senza successo. Chiamai un fabbro, che con una piccola scintilla aprì il porto. Affamata, furiosa e decisa a orchestrare un nuovo stratagemma, cercai su internet dove comprare il salicilato per preparare una trappola.
Il mattino successivo, i gatti erano tranquilli, la città sembrava dormire. Preparai un caffè speciale, importato direttamente dallItalia, e mi avvicinai alla porta con gli occhi aperti. Una mano massiccia sbatté la porta: era il nostro bandito, un uomo robusto, barba curta, con jeans scuri e una maglietta verde, che ricordava per un attimo il famoso personaggio televisivo di quegli anni. Senza togliersi nemmeno le scarpe, si avvicinò al lavandino e si versò del detersivo allaloe sulla mano, strofinandola.
Non potevi farlo a casa? mi chiese, senza alcuna cortesia.
Vieni più vicino, rispose lui, continuando a strofinare la mano. È più comodo così.
Io, col rosso di un rossetto rimasto nella tasca, lo coprì con della vaselina, sperando di farlo scivolare. Lui, con un sorriso, prese la mia tazza di caffè, la sorseggiò, e commentò:
Che profumo di caffè! disse, con gli occhi che brillavano di una dolcezza inattesa. È un ottimo caffè, lo prenderò di nuovo.
Provai a lanciare un pugno, ma il suo sguardo caldo, con piccole rughe di sorriso, mi fece sciogliere la rabbia.
Sei carina, disse, dopo una pausa, pensavo fosse una strega cattiva.
Allora sparisci! ribattii, non molto gentilmente. Non ho bisogno dei tuoi complimenti, né dei tuoi sussurri.
Anchio volevo dire la stessa cosa concordò, ma inserire dei fiammiferi nella serratura non è stato il massimo.
Non ho inserito nulla! protestai. Sei stato tu, da ragazzino, a giocare.
Ecco la tua fattura per il fabbro mi lanciò, tirando fuori una ricevuta dalla tasca.
Lui si avvicinò di nuovo, con unespressione più seria.
Proponiamo una tregua? propose, con un tono più calmo. Finché non scopriamo chi è il vero colpevole.
Solo finché non lo scopriamo! risposi, stringendo la mano. E il tuo jeep deve stare a un metro dal mio giardino!
Il giorno dopo, il bandito suonò il campanello e, con un tono quasi gentile, mi disse:
Cè un po di cacca di cane sul tappeto, lho già calpestata, fai attenzione.
Prese di nuovo la mia tazza di caffè, la posò sul tavolo e tirò fuori il cellulare:
Pronta a vedere chi è il vero intruso? chiese.
Il nostro vicino, Sergio, aveva installato delle telecamere nel condominio. Guardammo insieme il video: la signora Livia, la spia, aveva lasciato dei regali davanti alla porta 43. Dopo aver visto la scena tre volte, ci guardammo negli occhi e scuotemmo la testa: cosa voleva davvero?
Sergio, dopo aver sistemato la porta dellarmadio, fece un salto sul balcone e mi porse un biscotto al cioccolato, per placare la tensione. Io, ancora agitata, lo invitai a prendere un caffè. Quellultimo caffè, però, fu interrotto da unesplosione di suoni: il nostro bandito entrò con un cappotto verde, togliendosi le scarpe, e si avvicinò al lavandino, versando ancora detersivo allaloe.
Hai del cacao? chiese, prendendo il biscotto senza chiedere.
Sì, apri larmadio, è storta risposi, sperando in una piccola riparazione.
Lui si offrì di aggiustare, ma sembrava più interessato a fare il turbante delle porte. Alla fine, la signora Livia, la vecchia spia, tornò a casa con i suoi gatti, ma stavolta non portò più regali, solo un grazie mormorato.
Così, tra una guerra di gerani e unautomobile ribollita di miglio, tra un caffè rubato e una tregua incerta, il condominio di Via dei Girasoli sopravvisse. Ancora oggi, quando passo davanti allaiuola e vedo i gerani fiorire, ricordo quelle lunghe notti di liti, le risate soffocate e i piccoli momenti di umanità che, nonostante tutto, hanno reso la nostra vita un po più saporita.





