Avevo 19 anni quando ho lasciato casa mia. Non è stata una partenza serena, ma un brutto litigio. Le…

Avevo diciannove anni quando lasciai la mia casa a Milano. Non fu una partenza serena, ma uno scontro doloroso. Le dissi che volevo studiare amministrazione, che non volevo passare la vita a lavare e pulire case altrui come aveva fatto lei. Lei urlò che non ero nessuno per poter sognare così in alto, che era meglio tacere, che le donne della nostra famiglia avevano sempre vissuto in quel modo e che non sarei stata diversa. Quel giorno afferrai i miei vestiti e andai a dormire da una mia amica, Martina.

I primi mesi furono terribili. Dormivo su un materasso gonfiabile nel soggiorno, lavoravo part-time come addetta alle pulizie negli uffici, la sera studiavo. Nessuno mi diede nulla. Mamma non mi aiutò né con il trasporto, né con le fotocopie, né con un piatto di pasta. La chiamavo e lei mi rispondeva fredda: Hai scelto tu di andartene, arrangiati.

A ventuno anni mi laureai in amministrazione, completamente sola. Nessuno della mia famiglia era lì. Nessuno mi applaudiva, nessuno scattava foto. Poi iniziai la prima vera occupazione in una piccola azienda, con uno stipendio modesto, ma era il mio. Cominciai a pagare laffitto, a comprarmi le cose di cui avevo bisogno, a svegliarmi ogni mattina da sola, senza dipendere da nessuno. Intanto mamma raccontava agli altri che ero andata via per capriccio e che sicuramente cambiavo lavoro per orgoglio.

Gli anni passarono. Maturai, divenni forte. Smettei di chiamarla. Smettei di confidarle i miei problemi. Imparai a festeggiare da sola, a piangere in silenzio, a cavarmela senza nessuno. Quando cambiai lavoro e iniziai a guadagnare meglio, non glielo dissi. Quando affittai il mio primo appartamento da sola niente. Lei sapeva solo il minimo: che ero viva.

Qualche giorno fa, ormai ventisettenne, ero in ufficio quando vidi il suo nome sul cellulare. Esitai. Alla fine richiamai e la prima cosa che sentii fu il suo pianto. Mi disse che era in ospedale, che le avevano trovato un problema grave e che proprio quel giorno, seduta da sola su una panchina, aveva capito tutto ciò che mi aveva fatto. Mi disse: Figlia mia, ho fallito come madre. Ti ho lasciato andare via proprio quando avevi più bisogno di me. Ti ho fatta sentire piccola.

Sono rimasta in silenzio. Le ho chiesto perché adesso, perché non allora, quando dormivo sul pavimento. Perché non quando camminavo sola di notte per risparmiare quei pochi euro sul tram. Perché non quando piangevo in bagno allufficio, perché non mi bastavano i soldi per la cena. Non sapeva cosa rispondere. Ripeteva solo che si pentiva.

Mi chiese di andare a trovarla nel weekend. Ho chiuso la chiamata e sono rimasta a fissare lo schermo del computer, incapace di lavorare. Non ho dormito tutta la notte. Pensavo alla ragazza di diciannove anni che era uscita di casa impaurita. Pensavo a tutto ciò che avevo dovuto imparare da sola, senza guida, senza appoggio, senza mamma.

Alla fine non sono andata. Le ho scritto un lungo messaggio. Le ho detto che apprezzavo le sue parole, ma che il suo perdono era troppo tardi per quella versione di me che ne aveva più bisogno. Che ormai avevo imparato a vivere senza il suo abbraccio, senza la sua voce, senza il suo sostegno. Che forse un giorno potremo parlarne serenamente, ma che ora mi fa ancora troppo male.

Mi ha risposto solo: Capisco.

E allora ho sentito qualcosa di strano nel petto. Non sollievo. Non pace. Solo la certezza che ci sono perdoni che arrivano quando ormai non si può più riparare nulla, ma solo ricordare tutto quello che è stato spezzato.

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