Ununica richiesta
La notizia che la nonna si era trasferita la venni a sapere da una vicina. Ogni anno, il giorno del suo onomastico, la andavo a trovare, compravo una torta e un sacchetto di prugnela nonna ne era ghiotta. Mi fermai davanti al portone, rovistando in borsa per trovare il telefono che squillava, quando la signora del primo piano mi chiamò:
Giulia, sei proprio tu? Guarda che la nonna si è trasferita.
A dirla tutta, non era la mia vera nonna, ma quella del mio ex marito. Ci eravamo conosciute quando andavo alluniversità, lui allora viveva ancora con lei, e quando mi portò a conoscerla, io ero terrorizzata, consapevole di essere sotto le lenti. Marco non aveva genitori, solo la nonna che lo aveva cresciuto da quando aveva cinque anni. Ma io mi preoccupavo inutilmentela nonna mi accolse subito come fossi sua nipote.
Ci sposammo al quinto anno e lei ci fece un regalo incredibile: un appartamento di una stanza. Certo, era in periferia, quinto piano, senza balcone, ma era nostro. Aveva risparmiato tutta la vita, non voleva essere dintralcio ai giovani.
Io non ho mai avuto nulla di mio. Il patrigno controllava che non mangiassi più dei suoi figli, che non consumassi troppa acqua e mi rimproverava continuamente per lo spreco di elettricità. A diciassette anni iniziai a lavorare come cameriera e mi presi una stanza minuscola, quasi una sgabuzzino. Non avevo diritto al dormitorio perché la residenza era cittadina. Per me quellappartamento era come un palazzo reale.
Ci vissi poco. Un anno dopo il matrimonio, tornai dal turno di lavoro unora prima (volevo preparare la colazione per Marco), e trovai nel mio letto una bionda dal nasino allinsù. Fumava, lanciando nuvolette verso il soffitto, mentre dal bagno arrivava lo scroscio dellacqua. Non si scompose minimamente, si tirò addosso il copriletto che la nonna ci aveva regalato a Natale.
Così finirono i nostri cinque anni insieme. Non feci scenate, ci separammo civilmente. Lappartamento rimase a Marco, non lo rivendicai, anche se la bionda che lo accompagnava in ogni fase del divorzio sibilava: Fatti firmare qualcosa, che se ti rimane incinta con uno qualsiasi dopo ti porta via la casa!
Dove si è trasferita? chiesi, declinando la chiamata in arrivo.
Proprio nel vostro appartamento. Aspettano un bambino e quindi si sono scambiati.
Mi preoccupaila nonna camminava a fatica dopo la frattura del femore, e quellappartamento era al quinto senza ascensore. Come avrebbe fatto a vivere lì? Il giorno stesso in cui avevo trovato la bionda in casa, avevamo deciso con Marco di trasferirci dalla nonna e occuparci di lei, ma adesso sarebbe rimasta sola in un posto dove nessuno la conosceva? Qui la conosceva tutto il palazzo, cera sempre qualcuno pronto ad aiutarla.
La notizia del bambino mi ferì anche perché Marco non aveva mai voluto figli con me, diceva che doveva pensare a sé.
Grazie, signora Lina.
Mi avviai verso la fermata, aspettai lautobus per quarantacinque minuti, aggrappata al mancorrente scrostato cercando di non schiacciare la torta.
Rientrare in quellappartamento dove per un anno ero stata felice mi mise una malinconia. Camminai seguendo il solito percorso, notando i piccoli cambiamentil’insegna nuova del negozio, il terreno recintato Nel cortile avevano installato una nuova area giochi, e un bambino di sei anni sedeva accanto a una pozzanghera, coi piedi immersi.
Sono in spiaggia! gridò, allegro.
Gli sorrisi e dalla tasca estrassi una tavoletta di cioccolato.
Tieni, Robinson Crusoe!
La nonna fece finta che fosse tutto a posto, disse che era stata lei stessa a proporre il cambiamento.
Marco passa da me, fa la spesa, mi porta se serve allospedale, spiegò la nonna.
Quando è stato lultima volta? chiesi.
Ieri.
Capivo che mentivail sacchetto sotto il lavandino era pieno e puzzava, il pane duro come un mattone.
Vado al supermercato, proposi. Mi serve il parmigiano, mi ero dimenticata.
Anche io mentivo, non mi serviva affatto.
La nonna protestò, ma io insistetti. Quando andai via, lasciai apposta lombrello, così sarei tornata dopo un paio di giorni e lavrei portata di nuovo al supermercato. All’inizio la nonna si oppose, diceva che non era necessario e che Marco veniva, ma quando in autunno mi presi un brutto raffreddore e non uscii per una settimana, mi chiamò e mi chiese timidamente quando sarei tornata.
Andare spesso diventava difficile, così mi organizzai con il solito bambino che giocava al mare, e per cinquanta euro a settimana portava fuori la spazzatura ogni giorno, mentre per la spesa ordinai la consegna a domicilio, le comprai anche uno smartphone e la insegnai ad usare lapp. Marco diceva sempre che la nonna non ce lavrebbe fatta, ma invece ce la fece. Io passavo da lei una volta a settimana, a volte più, a volte meno. La nonna sembrava non ricordare più che Marco era stato mio marito, si vantava del suo primogenito e si commuoveva vedendo i video che Marco le spediva sul nuovo telefono.
Ma ti hanno portato il pronipote? chiesi.
Ma va, è troppo piccolo!
Per il primo compleanno, in effetti, il pronipote vennela nonna mi chiese di prelevare diecimila euro dalla sua carta per il regalo. Così sapevo tutte le occasioni di visita di Marcoper il compleanno, per quello del bambino, per Natale e in aprile, che presumo fosse il compleanno della bionda. Per tutte queste feste la nonna prelevava una somma importante per il dono.
Anche a me provava a dare dei soldi, ma io rifiutavo.
Mi offendo davvero se lo fate, ribattevo.
Una sera, la nonna mi disse:
Va bene. Ma allora ti chiedo di promettere che esaudirai ununica mia richiesta. E non ti infastidirò più coi soldi.
Quale?
Te la dirò poi.
E io acconsentii.
Quando nella mia vita arrivò Paolo, la nonna fu la prima a saperlo. Con mia madre parlavo pocoaveva iniziato a bere col patrigno e non faceva altro che rimproverarmi e chiamarmi sfortunata.
Ti sei lasciata scappare un uomo con casa, che sciocca! Starai tutta la vita in stanze minuscole!
Paolo non aveva una casa, ma prometteva che avrebbe lavorato per comprarne una. Era più giovane di me di cinque anni e io allinizio avevo declinato le sue attenzioni, ma infine cedetti. Era buono e allegro, e anche la sua famiglia mi accolse subito. Vivevano in una villetta in periferia, e oltre a Paolo cerano altri cinque fratelli.
Non mi sono sentita di fare la settima figlia, mi confessò sua madre con un sorriso velato di tristezza, aspetterò una nipotina. Tu come la pensi, vuoi figli, o sei una di quelle in carriera?
Li voglio, riconobbi.
Allora aspetto una nipotina da voi, Paolo è il più serio, gli altri ancora pasticciano!
Ci sposammo senza festeggiamenti, e con i soldi messi da parte partimmo per un viaggio. Mi preoccupava lasciare la nonna, ma non cera alternativa.
Dovevo preoccuparmi. Nessuno seppe spiegare come fosse successoforse si era sentita male e cercava aiuto, o magari voleva scendere a buttare la spazzatura La trovarono sulle scale, già fredda.
Capivo che non dovevo lasciarmi andare al dolore, mi avevano appena confermato la gravidanza e non vedevo lora di annunciarlo alla nonna Ma come non soffrire? Se non fossi partita, nulla sarebbe accaduto! Non riuscii nemmeno ad arrivare in tempo al funeraleMarco non mi avvisò, benché sapesse che frequentavo ancora la nonna. Non lo chiamai per litigare.
Pochi giorni dopo mi chiamò la moglie di Marco.
Pensi di essere furba? Ti portiamo in tribunale e dimostriamo che era incapace di intendere e di volere quando ha scritto quel documento!
Non capivo a che si riferisse, la bionda urlava, insultava e solo a fine conversazione mi era chiaro che parlava di qualche appartamento.
Il giorno dopo mi contattò il notaio, invitandomi a leggere il testamento. Scoprii che la nonna mi aveva lasciato anche una lettera.
La lessi in lacrime. La nonna aveva scritto parole così belle, mi ringraziava tanto che mi sentii imbarazzataio avevo fatto tutto per affetto, non per gratitudine. Non avevo nessuno da amare come lei. Ecco la mia unica richiesta di cui ti parlavo: accetta questappartamento in dono, non ho altro modo per ringraziarti.
Pensavo si riferisse allappartamento dove viveva, ma il notaio mi spiegò che era quello di due stanze dove Marco e la moglie abitavano. Quello di una stanza era proprio di Marco, quello glielo aveva donato lei.
Chiesi tempo per riflettere, ne parlai a Paolo. Non volevo l’appartamento per non ricevere minacce, rischiando di perdere il bambino. Ma non esaudire la richiesta della nonna mi sembrava ingiusto. Li convocai dal notaio, ne parlai con lui. Disse che non ero molto saggia, ma non obiettò.
La moglie di Marco si scagliò contro di me, avrebbe voluto picchiarmi se non ci fosse stato Paolo, mi minacciò con insulti.
Basta! urlò Marco allimprovviso. Lha avuto perché per tre anni ha accudito la nonna.
Mi ammutoliiavevo preparato una lunga difesa.
Non cè nulla da discutere, faremo il trasloco, libereremo lappartamento, disse senza guardarmi.
Fu allora che spiegai la mia idea. Che non volevo rovinare la loro vita, e che mi bastava la monolocale in periferia. Che col notaio avevamo trovato la soluzione e mancava solo il consenso di Marco.
Lui allora mi guardò, con occhi colpevoli.
La moglie si tranquillizzò subito, iniziò a chiedere caffè e biscotti, evidentemente sollevata.
Mi nacque una bambina. La chiamai Sofia, come la nonna. E la madre di Paolo fu al settimo cielo! Di nipotine ne avrebbe ancora, ma Sofia resterà sempre la più amataQuando tornai per la prima volta nellappartamento, la luce filtrava dal piccolo balconcino Marco aveva sistemato qualche pianta, la moglie aveva lasciato una tazzina sporca sul davanzale. Mi sedetti accanto alla finestra, stringendo Sofia tra le braccia, e guardai fuori: nel cortile il bambino al mare aveva ora una sorellina, che saltava tra le pozzanghere, mentre la madre rideva e chiamava entrambi. Ricordai le torte e le prugne, le mani della nonna che mi accarezzavano i capelli, il profumo di pane appena sfornato.
Sofia si stiracchiò e sbadigliò, mentre Paolo mi osservava con lo sguardo gentile di chi comprende il peso e la dolcezza delle eredità. Sentii che ogni cosa era arrivata a compimento: lappartamento non era più un dono di risarcimento, ma un luogo in cui una nuova famiglia poteva radicarsi, crescere, imparare a perdonare. Avevo esaudito la richiesta della nonna, restituendo il suo amore non solo a me stessa, ma al futuro che portavo in braccio.
Una sera, con Sofia che dormiva e il silenzio nellaria, scrissi una lettera per lei. Le raccontai della nonna, del modo in cui aveva saputo accogliere e regalare, e promisi che avrei cercato sempre di essere come lei: capace di vedere, anche nel dolore, una strada verso la gentilezza.
Sul retro della targa del campanello, che nessuno aveva mai tolto, cera ancora il nome della nonna. Lo accarezzai, sorridendo. Mi sembrò di sentire la sua voce: Stai tranquilla, Giulia, mi hai donato più di quanto avessi sperato.
E così, in quellappartamento semplice, con il suono delle risate dei bambini nel cortile, con una tazzina sul davanzale e le memorie intrecciate alle pareti, sapevo che la storia aveva trovato la sua casa.



