Ragazzo, da quanto tempo vivi qui? Ma cosa mangi di solito?

Ho sessantanni, sono in pensione da molto tempo e conduco la mia vita come in un girotondo di nebbie e sogni. Da dieci anni vivo da sola: senza marito, senza figli vicini, senza amiche con cui prendere il caffè caldo in una piazza assolata. I miei figli stanno altrove, sparsi per lItalia come semi affidati al vento, con le loro famiglie nei loro mondi. Mio marito è scomparso ormai da anni, e la mia compagnia è una piccola casa di campagna in Toscana, tra filari e rosetiuna felicità dolceamara che ogni primavera mi chiama e mi accarezza le ossa.
Appena laria si scalda, mi trasferisco lì, spalanco le finestre al vento fragrante, pulisco la casa e il giardino, pianto fiori allegramente in aiuole piene di promesse. In quel luogo mi sento lievitare, come se tutto potesse ricominciare.
Ma dinverno è impossibile restare: la neve lì è una coperta troppo pesante, non posso spalare, nessuno viene in aiuto. Così, con le prime foglie morte, torno nella mia casa in città, una Firenze grigia e dorata. Lautunno è ancora facile; questanno però, a settembre, una leggera influenza mi ha inchiodata nel letto per una settimana intera. Guarita, appena il freddo si è fatto mansueto, sono corsa sulla strada sterrata verso la mia amata casetta di campagna.
Davanti al cancello ho visto qualcosa di strano. La cancellata spalancata come una bocca stupita. Ho pensato: qualcuno si è introdotto nel mio giardino. Tutto, paradossalmente, era al suo posto, ma la porta dingresso spalancata mi ha gelato le vene. Ho temuto che qualche ladro avesse rubato la fragile tranquillità rimasta. Sono entrata scalza, in punta dei piedi, trattenendo il respiro. Ma in casa era tutto come sempre, tranne per una coperta buttata a caso su una sedia che non ricordavo daver usato, e una tazza abbandonata sul tavoloio lavo sempre tutto subito! Che mistero.
Il primo spavento è svanito e al suo posto si sono accese la rabbia e la curiosità: chi può essersi preso la libertà di usare le mie cose? Ho spiato dalla finestra e lì, dietro la casa, ho scorto una comparsa inaspettata: un ragazzino seduto accanto a un fuoco improvvisato, con le mani minuscole che tentavano di scaldarsi alle fiamme. Ecco il mio ospite, venuto da qualche angolo di sogno.
Sono uscita, tossendo con intenzione per farmi notare. Il piccolo monelloma sembrava tanto fragiletrasalì, ma non scappò, anzi mi venne incontro:
Mi scusi, signora sono qui da poco
Aveva la voce fina, sottomessa, e uno sguardo che subito sciolse il mio cuore pieno di rughe:
Da quanto sei qui? E che hai mangiato?
Solo da due giorni Avevo un po di pane ne è rimasta una briciola
Mi mostrò, come fosse un trofeo, una canna da pesca a cui era infilata una fetta di pane ormai secco.
Come ti chiami, tesoro? E come ci sei arrivato qui?
Mi chiamo Emanuele. Mamma e il suo compagno mi hanno mandato via. Non voglio più vivere con loro
Ma ti stanno forse cercando in paese?
Nessuno cerca. Come sempre. Non è la prima volta che scappo: sto via settimane, nessuno se ne importa. Solo quando ho fame torno, e loro non sono felici di vedermi
Non era nemmeno dei nostri villaggi: la sua storia era una di quelle disperse nei vicoli delle città e tra le vigne dItalia. La madre senza lavoro, i compagni che cambiavano come venti mutevoli, il cibo rarissimo, lalcol invece sempre abbondante. Emanuele veniva da un dolore senza fine, tutto italiano, antico e moderno insieme.
Dopo aver ascoltato la sua storia, sentii un dolore nel petto e cercai di capire come aiutarlo. Ovviamente, lo lasciai restare con me nella mia casa e gli preparai da mangiare. Passai la notte a rigirare pensieri tra le pieghe delle lenzuola, chiedendomi cosa fosse giusto. Al mattino, mi ricordai di una vecchia amica dai tempi della scuola, ora funzionaria in comune. La chiamai subitose non poteva risolvere, almeno mi avrebbe indicato dove andare.
Mi rassicurò che avrebbe preso in mano la situazione e mi fece promettere che avrei portato tutte le carte necessarie. Dopo settimane di carte bollate, camminate in uffici rumorosi e attese in fila tra chiacchiere e sospiri, divenni finalmente la tutrice legale di Emanuele. Lui non poteva credere alla sua fortuna, la madre non chiese mai notizie.
Ora viviamo insieme come nonna e nipote, tra i rumori della città in inverno e i profumi del giardino col Sole. A breve Emanuele inizierà la scuola, e sento che andrà tutto bene: già ora legge, scrive, conta veloce e riempie quaderni di disegni incredibili. E che disegni! Un artista vero forse anche lui, dentro questa strana Italia fatta di sogni e di nostalgia, troverà la sua casa.

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