La figlia si spegneva, la madre sbocciava
Lautunno quellanno a San Martino era freddo e pungente. La pioggia batteva sulle finestre dellambulatorio fin dal mattino, quasi volesse entrare per scaldarsi. Sedevo lì, sfogliando le cartelle cliniche, mentre il cuore mi si stringeva. Tutto sembrava tranquillo, nessuno era gravemente malato, eppure langoscia mi tormentava, come le zanzare che volano prima di un temporale.
La porta scricchiolò, stancamente. Sulla soglia cera Vera Marinelli.
Oh, Vera… Cinquantanni suonati, ma sembra sempre la più bella del paese. Il foulard grigio scivolato, il cappotto sulle spalle magre come stesse su un manichino, e gli occhi segnati da ombre nere, che sembrano passate col carbone. E le mani, quelle mani arrossate e gonfie per la fatica nellacqua gelida, tremanti mentre giocherellano con il bottone del cappotto.
Luisa, sussurra, la voce quasi non cè. Mi dai qualche goccia? Il cuore batte che sembra mi salga in gola. E anche a mamma un po di Corvalol, stanotte crisi forte, non abbiamo dormito.
La guardai sopra gli occhiali, e dentro mi si gelò il sangue. Non vivrà a lungo, pensai. Davanti a me cera unanima spenta, una vita al fondo, come lacqua in un pozzo asciutto.
Siediti le dissi, prendendo il misuratore di pressione. Perché ti consumi così, cara? Non hai più un filo di vita.
Non posso fermarmi, Luisa non si sedette, si appoggiò allo stipite. Mamma è sola. Se vuole acqua? Se le sale la pressione? Devo correre. Dammi solo le medicine.
Le diedi le boccette, lei le strinse con le dita rigide e uscì subito. Solo il vento freddo attraversò le mie gambe. La osservai dalla finestra, camminare curva attraverso il fango verso casa sua, e pensai: Signore, perché a lei questa sorte? Non aveva una madre; aveva un macigno legato al collo.
Giuseppina Marinelli era stata donna forte, rumorosa. Aveva lavorato tutta la vita in Comune, adorava comandare. Ma appena andata in pensione, si era fermata.
Le gambe non tengono, diceva, Il cuore si ferma, gridava.
Dieci anni distesa. Dieci anni in cui Vera le gira attorno come una liana.
Il giorno dopo non resistetti, mi vestii e andai a casa loro, per una visita finta. La casa era di una pulizia perfetta, i tappeti puliti, e il profumo Non di malattia, no. Profumava di crostata e cavolo stufato.
Giuseppina sulla sua grande letto sembrava una regina. Cuscini ovunque, il volto roseo, liscio, nemmeno una ruga; occhi vivaci e affilati.
Ah, Luisa tuonò. Sei venuta finalmente? Da quella incapace, accennò verso la cucina, non cè da aspettare aiuto. Le dico: Vera, brucia nel mio petto, e lei: Mamma, devo finire col latte della mucca. La mucca più importante della madre!
Intanto Vera trascinava un secchio dacqua. Pesante, smaltato. Le gambe tremano, la schiena curva. Appoggiò il secchio, si mise in ginocchio e cominciò a pulire il pavimento. Silenziosa. Solo il respiro affannato si sentiva.
Giuseppina le dissi severa. Abbi pietà di tua figlia. È diventata trasparente.
Pietà? si sollevò sui cuscini. E chi ha pietà di me? Lho cresciuta, ho passato notti insonni, e ora? Non posso chiedere un bicchiere dacqua? È la mia croce, questa malattia maledetta. E lei è figlia, è suo dovere.
Mi fermai a guardare Giuseppina: la salute che aveva bastava per tre uomini. La sua malattia era amore smisurato per sé stessa. Succhiava vita da Vera come il ragno dalla mosca, e ci credeva così tanto che ci credevano anche gli altri.
Ma Vera la testa non la alzava, passava la pezza sul pavimento. Strof-strof. Strof-strof. Quel suono ancora mi risuona dentro, suono di rassegnazione.
Passò un mese. Linverno bussava, primi fiocchi di neve pungenti.
Una sera, mentre bevevo tè coi biscotti, sentii bussare al vetro. Forte, quasi a romperlo.
Apro, cè il ragazzo del vicino, Pietro.
Luisa! Corri! Zia Vera è caduta! Proprio vicino al pozzo! Non si alza!
Non ricordo come corsi. Le gambe anziane mi portarono da sole. Vera era distesa sulla terra gelida, i secchi sparsi, lacqua ghiacciata. Il viso bianco come la neve, le labbra blu.
Con fatica labbiamo portata in casa.
Giuseppina gridava dalla stanza:
Cosè questo trambusto?! Vera! Dove sei andata? La mia borsa dellacqua è fredda!
Mi chinai su Vera, cercai il battito era un filo. Chiamammo lambulanza, la portarono in ospedale. Infarto massivo.
Giuseppina rimase sola.
Entrai nella sua stanza. Sedeva, sbattendo le ciglia.
Dovè Vera? Chi mi porta il vaso? Chi prepara il porridge?
Vera è in ospedale, le dissi, senza freni. Lhai consumata, Giuseppina. Sta morendo.
Bugie! urlò. Lo fa apposta! Vuole scappare! Vuole abbandonare la madre! Egoista!
Mi sentii disgustata. Avrei voluto andarmene, ma il giuramento non lo permette. Le diedi acqua e una pastiglia, uscii. Pensai: come farai a vivere così?
Ma il destino ha fantasia. Il giorno dopo nel paese arrivò lautobus. Scesa, Nadia. Nipote di Giuseppina, figlia di Vera.
Nadia non era amata a San Martino. Partì per Milano dieci anni fa finita la scuola, mai più tornata. Dicevano che era orgogliosa, snob. Vera soffriva per lei, scriveva lettere, mai risposte.
Ed eccola qui. Giubbotto di pelle, taglio di capelli moderno, sguardo tagliente e deciso. Diversa dalla madre e dalla nonna.
Prima venne da me.
Come sta mamma? chiese, secca.
Sta male, risposi. In rianimazione. Sfinita. Non cè più riserva.
Nadia strinse le labbra.
Capito. Vado da nonna.
Il paese mormorava sulle loro discussioni. Un giorno passo davanti casa loro, sento grida. Giuseppina urla. Pensai che la stessero ammazzando. Entrai.
Quadro da pittore. Giuseppina sul letto, rossa, gesticola. Nadia in piedi, calma, con una ciotola di minestra.
Non mangio questo! urlava la nonna. Non è salato! È freddo! Vera me lo dava sempre caldo! Dovè mia figlia?!
Tua figlia è in ospedale, perché lhai consumata, rispose Nadia tranquilla. Io non sono Vera. Non salerò. Non vuoi mangiare, non mangiare. Ti verrà fame, mangerai.
Posò la ciotola sul comodino e uscì.
Acqua! gridava Giuseppina. Dammi acqua, maledetta! Sto morendo!
Nadia si fermò sulla porta, si voltò:
Il decanter è là. Il bicchiere pure. Hai le mani? Usale.
Pensai che Giuseppina non ce la facesse. Erano dieci anni che non toccava un bicchiere!
Luisa! mi vide. Fai da testimone! Mi uccide di fame! Mi tormenta!
Ma lo sguardo di Nadia era così doloroso che mi venne voglia di piangere. Non era crudeltà: era chirurgia. Tagliava per far uscire il marcio.
Due settimane Nadia allenò la nonna. Dura.
Il vaso non te lo porto. Il seggiolino è lì. Puoi sederti, puoi pure trasferirti.
Cambiare le lenzuola? Da sola. Hai le mani.
Se urli chiudo la porta e vado nellorto.
Il paese brontolava. La farà fuori la vecchia, dicevano le donne al pozzo. Ma io tacevo, perché vedevo: Giuseppina tornava viva.
Prima di rabbia, poi di fame, cominciò a mangiare da sola. Quando Nadia le negò lacqua, la vidi con i miei occhi: si alzò, tenendosi al letto, e arrivò fino al tavolo.
Dopo un mese dimisero Vera dallospedale.
La portò Nadia in taxi. Vera ancora debole, pallida, ma non più trasparente. Cammina, appoggiata alla figlia, paura di entrare. Pensava: ricomincia tutto, grida della madre, i lamenti.
Entrano. Silenzio.
Stanza vuota. Letto fatto.
Vera si afferra il cuore:
È morta?
No, risponde Nadia, sorridendo. È in cucina.
Vanno. Giuseppina Marinelli è lì, seduta a tavola, con gli occhiali, pulisce le patate. Da sola!
Vide Vera, posò il coltello.
Calò un silenzio così intenso che si sentiva il ticchettio dellorologio.
Vera si appoggiò allo stipite, lacrime sulle guance.
Mamma ti sei alzata
Giuseppina guardò lei, poi la nipote. Lo sguardo strano. Non più cattivo. Smarrito, come svegliatasi dopo anni.
Come si fa a non alzarsi, brontolò senza più veleno. Con questa sbirra in gonna.
Poi muta, aggiunse piano:
Siediti, Vera. Le patate si raffreddano.
Le guardai, giovani e adulte, e pensai: quanto tempo perdiamo con queste manipolazioni, giochi di vittime e malati. La vita non è una bozza, non si riscrive. A volte per salvare qualcuno non serve aggiustare il cuscino, ma strapparlo via da sotto la testa.
Passò inverno. La neve scivolò, portando via la vecchia vita.
Arrivò maggio. Sapete comè maggio a San Martino? Laria è così dolce di fiori di ciliegio che sembra poterla mangiare col cucchiaio. Le sere blu, il merlo canta nel fosso e trafigge lanima.
Passeggio la sera vicino a casa Marinelli.
Cancellata nuova, rossa. Nel cortile tulipani rossi, orgoglio di Vera.
Tavolo allaperto. Samovar lucido, illumina lultima luce del tramonto.
Sono in tre.
Giuseppina in poltrona a rotelle (faticava a fare lunghe distanze), ma regge la tazza da sola, intinge il biscotto. Il foulard elegante, filigrana dorata.
Nadia ride, tiene notebook sul grembo ora lavora da remoto, dalla casa.
E Vera Vera cammina in giardino. Non corre piegata, ma cammina. Lentamente. Sfiora il ramo del melo, annusa il fiore bianco. Il volto tranquillo, sereno. Le rughe restano, certo, ma gli occhi gli occhi hanno vita.
Mi vede Vera, mi saluta:
Luisa! Vieni a prendere il tè! Abbiamo aperto la marmellata di uva spina, la tua preferita!
Entro, la cancellata scricchiola familiare. Mi siedo con loro. Il tè bollente, forte, profumato.
Sai, Luisa, dice Giuseppina guardando lontano, verso il sole che tramonta.
Pensavo che lamore fosse quando ti servono tutto, quando ti stanno dietro. Invece Lamore è quando non ti lasciano mollare. Ti costringono a vivere, anche quando non hai più forza.
Vera le passa le braccia sulle spalle. Silenziosa. Nadia copre la mano della nonna con la sua.
Restiamo così, in pace. Solo il grillo accorda il suo violino dietro la stufa, e una mucca muggisce lontano il gregge torna. Comè bello, Signore. Tutto è calmo, e sembra che tutto andrà bene.
Guardo il mio ambulatorio, le strade polverose, le casette con le finestre intagliate, e penso: non cè posto migliore che il paese quando cè pace in casa. Qui laria guarisce, la terra dà forza, se nel cuore togli la cattiveria come unerbaccia.
La vita va avanti, e si fiorisce quando smettiamo di consumare chi ci ama e impariamo a camminare da soli.





