Avevo quarantanni quando riflettevo sul passato, ricordando quegli anni in cui ero stata così vicina al matrimonio due volte. Non era questione di mancanza damore; capii che, in entrambi i casi, sposarmi avrebbe significato perdere una parte di me stessa.
Sono avvocato esperta in diritto internazionale. Per anni la mia vita è stata fatta di aeroporti, hotel, udienze virtuali, incontri con clienti in città diverse: Milano, Roma, Parigi, Madrid. Ho impiegato moltissimo tempo a conquistare una certa sicurezza. Lavoravo anche quattordici ore al giorno, studiavo mentre volavo da una città all’altra, dormivo nelle sale d’attesa, rinunciavo alle vacanze. Non sono nata in una famiglia benestante: tutto ciò che possiedo l’ho costruito con le mie forze, passo dopo passo.
Ricordo che avevo trentaquattro anni quando incontrai il mio primo fidanzato. Si chiamava Matteo Rossi, chirurgia affermato a Firenze, con uno studio proprio e una vita ordinata. Allinizio era un susseguirsi di emozioni: telefonate fino a tardi, weekend insieme per scoprire nuove città, progetti per vederci ogni mese. Otto mesi dopo linizio della relazione mi propose di sposarlo, in un elegante ristorante sulle rive dellArno. Tirò fuori lanello davanti a tutti. Dissi sì, piansi, lo abbracciai forte, chiamai mia madre quella stessa sera. Ma poi la realtà iniziò a farsi strada. Matteo parlava di quando verrai a vivere qui, quando smetterai di viaggiare, quando troverai qualcosa di più tranquillo. Non mi chiese mai se volevo davvero trasferirmi; dava semplicemente per scontato che sarei dovuta adattarmi alla sua vita.
Una sera, nel suo appartamento, mentre controllava il suo turno in ospedale, io sedevo sul divano, guardando il mio calendario pieno di voli e incontri. Fu allora che capii: sposandomi sarei diventata la moglie del dottore, non più la donna che aveva costruito la propria strada. Dopo due mesi, restituii lanello. Piansero entrambi. Fu doloroso, ma non ne ho mai avuto rimpianti.
La seconda storia era diversa. Avevo trentasette anni e incontrai Andrea Bianchi, un pilota di linea, proprio in aeroporto. Iniziammo a parlare di un volo in ritardo e finimmo a cenare in una trattoria di Napoli quella stessa sera. Andrea era attento, divertente, abituato a viaggiare come me. Dopo un anno mi chiese di sposarlo, stavolta senza ristoranti di lusso; solo noi, in un hotel, dopo un volo infinito. Accettai, sentendomi finalmente compresa. Ma iniziarono accadere cose strane: cambiamenti improvvisi dumore, telefono spesso silenzioso, messaggi cancellati, scuse per voli che non corrispondevano ai suoi turni ufficiali. Un giorno, una donna mi scrisse da un numero sconosciuto. Disse poco, ma lasciò intendere dettagli che solo qualcuno intimo poteva conoscere. Non avevo prove, nessuna foto, ma i fatti cominciavano a unirsi: le assenze, le piccole bugie, le risposte vaghe.
Una sera, nel mio appartamento a Milano, gli chiesi direttamente. Andrea negò tutto. Mi guardò negli occhi e giurò che era solo la mia immaginazione. Quella notte presi la decisione: annullai il fidanzamento senza scenate. Gli spiegai che non sarei mai riuscita a sposare una persona di cui non mi fidassi.
Oggi ho quarantanni. So bene che biologicamente non sono più nella fase più facile per avere figli. Eppure non mi lascio sopraffare dallansia. Ho una carriera, la mia routine, i miei viaggi, la mia casa, serate tranquille e tutto quello che mi basta. Non mi sento vuota. Non mi sento incompleta.
A volte mi chiedono se mi pento di non essermi sposata. Rispondo sempre la stessa cosa: mi sarei pentita se avessi scelto il compromesso o la falsità. Non so cosa mi aspetta nel futuro. Ma sono serena.



