Che vada da sola. Magari la rapiscono laggiù, si rabbuiò mia suocera.
La serata era afosa e il conto alla rovescia per le vacanze sarebbe dovuto essere scandito da frenetica eccitazione e piccoli preparativi.
Ma in casa nostra, a Torino, si respirava tensione. Al centro del salotto stava come un monumento dallarme la signora Luisa Benedetti, mia suocera. Stringeva in mano il telecomando con fare militaresco.
Non lo permetterò mai! Ma avete perso la testa?! la sua voce, abituata a domare classi di ragazzini (era stata insegnante delle scuole medie fino alla pensione), aveva un tono tagliente.
Sul televisore era fermo il fotogramma di un ennesimo servizio allarmistico: un giornalista cupo indicava su una mappa dellAfrica delle frecce rosse che annunciavano pericoli.
Francesca, mia moglie, preparava le valigie con una calma quasi irritante di fronte a quellatmosfera da catastrofe.
Conoscevo questo copione. Io, con la faccia di chi ormai ha perso la pazienza, provai a infilarmi nel discorso.
Mamma, finirla! Sono tutte sciocchezze! Andiamo in un hotel normale, con unagenzia affidabile…
Sciocchezze?! Luisa fece un gesto teatrale con le mani e il telecomando rischiò di volare contro il muro. Luigi, ma svegliati! Quella lì ti porterà alla rovina! In Kenya è pieno di trafficanti di esseri umani! Se ti mandano a comprare una birra in una viuzza, non torni più indietro! Ti rubano i reni, il fegato, tutto quello che possono! E lei indicò drammaticamente Francesca, lei finirà schiava in qualche bordello! Lho visto coi miei occhi in TV!
Francesca smise di piegare le magliette. Sollevò gli occhi, sbalorditi, verso Luisa, aspettando in silenzio. Io non avrei mai avuto quella freddezza.
Signora Luisa, la voce di Francesca era pacata, ma ferma. Lei davvero crede a tutto questo? Che ogni keniota sia mafioso, laureato in trapianti e, nel tempo libero, sfruttatore di donne?
Non fare la spiritosa! Non hai argomenti! Lo dicono i telegiornali! Gente che non ha nulla da perdere va a caccia dellesotico a basso costo e ai parenti rimandano solo qualche pezzo in una lattina di aranciata!
Mi massaggiai le tempie, esasperato.
Mamma, è un teatrino per anziani a cui piace avere paura. Vi impauriscono apposta per tenervi attaccati allo schermo. Lì ci vanno milioni di turisti
E migliaia spariscono, eh! ribatté Luisa, pronta. Francesca, hai già preso i biglietti? Non li rimandi indietro?
Sì. Non li rimando, disse semplicemente Francesca. Abbiamo risparmiato due anni per questo viaggio. Ho letto recensioni, forum, scelto con un tour operator serio. Non andiamo a girovagare di notte nei quartieri malfamati. Faremo escursioni, prenderemo il sole sulla spiaggia di Watamu, mangeremo ugali
Finirete intossicati, chissà cosa ci mettono lì dentro mormorò sinistra la suocera. Luigi, ti prego, rifletti. Che vada da sola, se proprio le va. È un rischio tutto suo. Almeno tu torni sano e salvo. Il cuore di una madre sente il pericolo.
Cadde una pesante pausa che sembrò durare uneternità. Poi Francesca disse ciò che, forse, aveva dentro da anni.
Va bene, dichiarò chiudendo la valigia con un colpo secco. Ha ragione, signora Luisa. Viaggiare è un rischio. Partirò da sola.
Francesca! Ma cosa dici? rimasi di sasso.
Hai sentito tua madre. Il suo cuore prevede guai. Non posso rischiare i tuoi reni e il tuo fegato. E soprattutto non mi sento pronta a esporti al pericolo di essere venduto come schiavo. Resta qui. Bevi il tè con la mamma e guardate insieme i servizi sui complotti globali. Io la sua era una smorfia che sembrava un sorriso gelido, io invece andrò allinferno. Da sola.
Luisa sembrava divisa tra il trionfo e la confusione.
Aveva vinto, ma la risolutezza di Francesca la aveva presa in contropiede.
Meglio così, bofonchiò, ma senza più slancio. Se lè cercata.
Provai a parlarle, a dissuaderla, ma Francesca restò irremovibile. La notte prima della partenza abbiamo dormito voltati di schiena, in silenzio.
Forse cambi idea? provai ancora.
No, secca fu la risposta di Francesca.
*****
Laereo atterrò a Nairobi, e unondata di caldo speziato avvolse Francesca come una coperta.
Paura? Nessuna. Solo stanchezza e una fame di novità. Nei primi giorni seguì il suo programma: camminò tra i sorrisi delle vie affollate, si stupì davanti ai templi, assaggiò cibo di strada buonissimo.
Nessuno tentò di derubarla o peggio. I venditori ai mercatini si limitavano a sorriderle e a cercare di tirare sul prezzo di cento scellini kenyota.
Pubblicò una foto nella chat condivisa con me e Luisa (che aveva preteso di esserci): Francesca che sorseggia un succo di frutta davanti al mare turchese. Sotto: Organi al completo. Niente schiavitù, per ora. Aspetto con ansia.
Io le mandai cuori. Luisa leggeva, taceva, osservava.
Poi Francesca si spostò verso nord, a Nanyuki. Lì, in una piccola guest-house a gestione familiare, la padrona, una certa Mama Joy, le insegnava a preparare il vero chapati. Successe qualcosa che ribaltò tutto.
Mama Joy, parlando in un inglese stentato, mi ricordava incredibilmente Luisa Benedetti.
Si preoccupava allo stesso modo per sua figlia, emigrata a Milano per lavorare.
È sola laggiù, fa freddo, la gente non saluta, il cibo è strano, si lamentava Mama Joy rigirando la padella. Ho visto in TV, lì hanno laria inquinata e sono tutti nervosi!
Francesca osservò la sua espressione e scoppiò a ridere. Rise finché non le vennero le lacrime.
Mama Joy la guardava confusa. Allora, a gesti, con foto sul cellulare e parole semplici, Francesca le spiegò di Luisa, la televisione, i reni e la paura della schiavitù.
Mama Joy ascoltava a occhi spalancati. Poi rise anche lei, con un suono argenteo.
Ah, queste mamme! esclamò. Siamo tutte uguali! Temiamo ciò che non conosciamo. La TV, anche in Kenya, racconta solo sciocchezze!
Quella sera, seduta in veranda sotto stelle che qui sembrano più vicine, Francesca chiamò non me ma direttamente Luisa, in videochiamata.
Luisa comparve stanca e guardinga.
Allora? Sei viva? attaccò.
Sì, Luisa. Organi tutti a posto, guardi.
Francesca inquadrò la veranda, Mama Joy le portò una vassoio di tè e frutta, poi guardò nello schermo il volto severo italiano.
Ciao! salutò allegra Joy. Tua nuora è bravissima! Cucina bene! Non ti preoccupare, baderò a lei! Niente schiavitù! e abbracciò Francesca.
Luisa taceva. Studiava la keniota sorridente, poi il viso rilassato e abbronzato di Francesca.
E e gli organi? chiese Luisa, ormai senza convinzione.
Tutto a posto, rispose Francesca con un sorriso. E mi è pure tornato lappetito. Luisa, qui è bellissimo, la gente è buona. Mama Joy dice che sua figlia sta male a Milano perché in TV raccontano che lì è freddo e la gente sgarbata.
Seguì un lungo silenzio.
Passami quella… Joy, ordinò Luisa.
Francesca allungò il telefono. Le due donne, separate da migliaia di chilometri e culture, parlarono per dieci minuti.
Non capivano le parole, ma sembrava capissero il senso. Joy annuiva e rideva, Luisa dapprima accigliata si sciolse lentamente.
Alla fine tentò anche un sorriso maldestro, ma finalmente umano.
Quando la chiamata finì, mi arrivò un messaggio: Mamma ha appena spento la tv. Ha detto: Basta panico e ha chiesto quando torni.
Non rispose subito. Guardava le stelle sopra Nanyuki. Poi mandò unaltra foto: lei e Joy abbracciate e sorridenti. Messaggio: Trovata unalleata. Domani volo col parapendio. Organi sempre in regola. Un bacio.
Il volo di ritorno fu leggero. Allaeroporto lattendevo io, poco più in là, col mazzo di astri coloratissimi, Luisa Benedetti.
Non si gettò tra le braccia, ma non fece neanche scenate. Tossicchiando, porse i fiori.
Allora, sei tornata viva?
Come vedi. Niente nuovi padroni…
Va beh, borbottò lei, scacciando limbarazzo. Dopo mi racconti tutto. E quella Joy, comè?
Sul tragitto verso casa Francesca raccontava dei templi, del cibo, dei sorrisi incontrati, degli aneddoti buffi.
Luisa ascoltava, a tratti domandava. Il televisore in soggiorno restava spento.
Nel nero dello schermo si riflettevano tre sagome: io che abbraccio Francesca e lei, la mamma, che sembra finalmente voler guardare il mondo non più attraverso le lenti allarmistiche della TV, ma con gli occhi di chi là cè andato davvero ed è tornato, non solo sano e salvo, ma felice.
Verso sera, davanti a una tazza di tè, Luisa a bassa voce, come per tastare il terreno, disse:
Lanno prossimo ammesso che vogliate, potrei venire anche io? Però magari non in posti così selvaggi…
Io e Francesca ci guardammo e ci scappò un sorriso complice. Sembrava incredibile che Luisa allimprovviso avesse cambiato prospettiva.
Ma dopo un paio di giorni si ripresentò, rossa in faccia e agitata:
Non vengo più con voi! Francesca, ti è andata bene stavolta! Ho appena visto che ne hanno liberati molti dalla prigionia. Io lì non ci vengo mai!
Come preferisce, rispose Francesca stringendosi nelle spalle.
Luigi, anche tu stattene qui. LItalia è bella, si può viaggiare benissimo qui, dichiarò solenne Luisa.
Scossi la testa senza replicare. Avevo imparato che certi muri si abbattono solo con la pazienza. E stasera, andando a dormire, mi sono scoperto più sereno. Forse, la paura, spesso, è solamente ignoranza. E la cura migliore è il coraggio di vedere con i propri occhi.




