Sorellina dice la madre mentre versa del minestrone verde in una ciotola. Dicono di averla vista ieri al cimitero Una corona di fiori ha decorato la tomba dei Romanelli La nonna Rosa non è stata dimenticata Vorrebbero erigere un nuovo monumento a Romano.
Sergio, con il cucchiaio in mano, ascolta ogni parola della madre. Il suo cuore vibra di dolore. Si chiede se riconoscerebbe la voce se la vedesse. I pettegli sul suo arrivo alla stazione di servizio si spargono velocemente. Basta che unauto straniera arrivi al villaggio e il furbo Mimmo, lo sventurato del paese, vuole già rubare qualche euro.
«Ti porto il cliente, Sergio Bianchi, e tu mi devi una birra propone Mimmo. Sto per forare una gomma A chi corriamo? A te, Sergio Bianchi»
«Non osare! ribatte Sergio, irritato. Non ho bisogno di clienti truffati.»
«Tu hai la tua officina, io ho il mio giro. E cè una signora che guida una macchina, e poi la piccola che vuole i soldi. È la figlia del defunto Romano Valgatti»
«Non pensarci! grida Sergio. Non vedo alcun problema nella tua testa. Vai al reparto»
E così il pensiero di Sergio pulsa ancora, prosciugandogli le forze. Quante volte non laveva vista? Da quando era bambino. Come se volesse confidargli tutto ciò che teneva dentro.
Quella sera, appena sentì che era arrivata, si fermò davanti al cancello della casa dei genitori. Unautomobile rossa era parcheggiata nel cortile; le finestre brillavano di luce. Sergio fissava quelle finestre, il cuore si appesantiva. Non sapeva quasi nulla di lei. Lultima volta che laveva vista era anni prima, prima che scomparisse nel nulla.
Che non stai mangiando, figlio? È tutta fredda ormai gli chiese la madre, entrando negli occhi.
Non ho voglia Devo andare a lavoro Prepariamo le auto per la frontiera Tornerò tardi
La notte scura lo avvolse nei rumori dei motori, per non far vibrare lanima. Giulio e Paolo, gli assistenti, lo rimproverarono. «Signor Bianchi, è ora di tornare a casa. Domani è un altro giorno»
«Andate via rispose Sergio. Ho ancora da fare»
«Lui può lavorare tutta la notte. Non ha famiglia, né moglie, né figli è un lupo solitario» sussurravano i ragazzi.
Sergio lo sentiva. Sapeva di essere quel lupo. Nessuna moglie, nessun figlio. Non aveva incontrato la donna che potesse liberare il suo cuore dalle catene dellamore. La sua anima cercava ancora Anastasia
Verso le undici, Sergio salì di nuovo in auto e attraversò le strade strette del borgo, diretto verso la casetta vicino al bosco. Una luce ancora brillava nella finestra. Accese una sigaretta, il fumo grigio avvolse i ricordi. Sapeva che il tabacco gli faceva male; una ferita al polmone gli ricordava quanto fosse fragile. Eppure il fumo lo calmava, come un balsamo per lanima.
Sergio, porta il martello a zio Romano disse il padre, asciugandosi la fronte sudata con una mano insaponata. Il diavolo sa dove ho messo gli attrezzi, li ho controllati tutti Dove li ho messi?
Sergio gettò via lerbaccia lavoro da uomo che la madre gli aveva assegnato per non aver letto le due pagine di La Dente Incantata. In un batter docchio salì sul suo vecchio cavallo di ferro e si diresse verso la fine del villaggio, fino al bosco, dove viveva zio Romano, il fratello più giovane del padre. La casa di zio era ai margini del bosco.
Pedalava come un turbine, sollevando polvere.
Allora vide Anastasia alla porta. Indossava un vestito a fiori minuti, due trecce intrecciate con nastri rosa.
Vieni a noi? chiese, chiudendo gli occhi al sole brillante.
Sì. Sono venuto a cercare il martello dal tuo papà. E tu?
Vado da nonna Rosa a prendere del latte. Vuoi venire?
Voglio rispose Sergio, lasciando la bici al cancello. Il suo sguardo si perse nella luce di Anastasia, tanto intensa da cancellare ogni ricordo del martello. Non importava più che il padre lo aspettava; il desiderio di stare con Anastasia era più forte.
Nonna Rosa era la madre del padre e di zio Romano. Abitava dallaltra parte del villaggio. Insieme attraversarono i campi, il ruscello gorgogliante, i ponticelli di legno che scricchiolavano sotto i passi. Il ponte sembrava cedere, ma Sergio lo rassicurò.
Non temere gli disse, indicando le travi robuste. Resisterà.
Ho paura Andiamo sul ponte?
Non essere codardo Il ponte reggerà lelefante.
Anche un elefante rise Anastasia, afferrandosi al braccio di Sergio. Camminarono con cautela, passo dopo passo, finché non raggiunsero laltra sponda. Anastasia sorrise, e Sergio si sentì un eroe.
Erano ancora bambini, dieci anni ciascuno, ma il legame era strano. Sergio non capiva cosa provasse quando era con lei. Non era solo amicizia; era qualcosa di più profondo.
Nonna Rosa versò del latte fresco in un contenitore di alluminio, lo chiuse con una striscia bianca.
Porta il latte, Sergio, ma non farlo cadere disse.
Farò attenzione rispose, ridendo insieme ad Anastasia.
Che succede? chiese la nonna, incuriosita dal suo balbettio.
I bambini ridevano, i baffi bianchi di riccioli di latte brillavano sopra le labbra.
La maestra Tiziana Semenova interruppe la lezione per rimproverare i due:
Basterebbe, Valgatti! State disturbando la classe con le vostre chiacchiere!
Mentre dettava il dettato, Sergio osservava Anastasia, i suoi capelli biondi riflessi dalla luce del sole che filtrava dalle finestre. Lei scriveva con attenzione, toccandosi la guancia con la penna. Quando notò lo sguardo di Sergio, sussurrò:
Cosa?
Sergio si scrollò di dosso il silenzio, realizzando di aver perso gran parte del dettato. Sarebbe tornato a prendere un 2. La maestra avrebbe dovuto chiamare la madre, dicendo che Sergio non voleva studiare.
Il cuore di Sergio era un miscuglio di malinconia quando vedeva Anastasia ridere con Michele Tiscott. Lei chiacchierava, rideva, si toccava i capelli timidamente. Dopo la scuola, Michele la accompagnò a casa, mentre Sergio li osservava, immaginando Michele inciampare e cadere. In qualche immaginario, un cane furioso gli strappò i pantaloni. Questi pensieri lo sollevavano, ma il ritorno alla realtà lo riportava a una Anastasia che teneva la mano a Michele.
Ho già baciato un adulto mormorò Anastasia, raccogliendo more tra i cespugli, alzando una dolce bacca alle labbra.
I baci nascono dallamore rispose Sergio, triste.
Non sempre Tu non hai mai baciato, perché temi le ragazze Vuoi che ti insegni? propose Anastasia, avvicinandosi. I suoi occhi erano laghi profondi, i capelli intrecciati in due trecce rosa.
Sergio, preso dallimpulso, le baciò il viso con una fame che sembrava insaziabile.
Stupido! gridò Anastasia. Che sciocco sei!
Fuggì tra i more, quasi urtando nonna Rosa.
I contadini ridono o si arrabbiano Chi raccoglierà le more adesso?
La nonna chiese a Sergio di tagliare un ramoscello di ciliegio, ma lui lo fece con troppa forza, spaventandola.
Che ti succede, ragazzo? domandò.
Tutto bene balbettò Sergio, finché la nonna non lo interrogò:
Perché non sei venuto con Anastasia? Siete come gemelli.
Con unaltra è già
Sergio si sedette accanto a nonna Rosa, il petto pesante.
Capisco che Anastasia è mia sorella, ma non so che fare dei miei sentimenti Che cosa devo fare?
È giovinezza Ti sei innamorato, Sergio ma non è tua sorella, non cè sangue Valgatti in noi.
Davvero?
La nonna raccontò che zio Romano, dopo il servizio militare, aveva portato da Odessa una sposa con una bambina. La famiglia li accolse, ma non ne parlò mai. Anastasia era più giovane di un anno allora.
Il tempo passò. Il diploma si concluse con un valzer leggero. Sergio non riusciva a distogliere lo sguardo da Anastasia, che danzava come una farfalla in un abito bianco. La festa si prolungò fino a notte fonda; allalba gli amici si dispersero. Michele la accompagnò a casa; Sergio, già lì, aveva cercato di parlare con lei.
Ho freddo? chiese Michele, avvolgendo la spalla di Anastasia. Cercò di baciarla; lei lo respinse, chiedendo di andarsene.
Sergio si avvicinò, tremante.
Anastasia sono stanco, voglio andare a letto Di cosa parli?
Ti amo sussurrò Sergio, quasi inaudibile. Ti amo da tutta la vita
Sei pazzo, sei malato! esclamò Anastasia. Non puoi amarmi, sei mio fratello!
Il dolore fu forte, ma il tempo curò le ferite. Unestate, Anastasia partì con la madre per studiare medicina a Napoli. Non tornò più. La nonna Rosa, convinta che Valentina, madre di Anastasia, fosse fuggita, raccontò storie di tradimenti.
Il 15 agosto arrivò la convocazione militare. Sergio, ferito due volte, perse un polmone e parte del fegato, ma continuò a lottare. I medici gli dissero: «Sei sopravvissuto a una freccia di Cupido». Sergio rise, pensando allamore che lo avrebbe riscaldato ancora.
Una mattina, la madre gli riferì di aver visto Anastasia al negozio, con una bambina. Linvitò a cena, chiedendo a Sergio di non tardare al garage.
Sergio uscì di casa, la ferita ancora sanguinante, e si diresse al villaggio. Sentì la voce di Anastasia parlare della perdita del marito, medico militare, dei parti in un rifugio. Entrò nella stanza.
Che piacere rivederti disse, avvicinandosi. La sua voce era calda.
Hai invecchiato commentò Anastasia.
È così
Ecco la piccola, Katia presentò Anastasia la bambina di dieci anni.
Piacere, sono zio Sergio rispose, porgendo un orsacchiotto di peluche. Katia sorrise; in quel sorriso Sergio si vide ancora bambino.
Passarono ore a parlare di vita, di morte, di speranza. Sergio offrì di accompagnare Anastasia a casa. Camminarono sotto una pioggia di maggio, Katia illuminava il sentiero con la luce del suo cellulare. Arrivarono a una piccola casa; Anastasia si fermò, guardò Sergio e lo abbracciò stretto.
Posso far parte della vostra vita? Prendermi cura di voi? chiese.
Sì rispose lui, mentre la pioggia cadeva forte, il rumore dei rami e dei fiori di alloro.
Il temporale infine si placò. Sergio realizzò, osservando il ritorno della pioggia, che la vita è come un fiume: attraversa valli, scioglie le pietre e, se sai lasciar correre lacqua, trovi la pace. La lezione che il suo cuore ha imparato è che lamore vero non si impone, ma si accoglie quando il destino lo regala, e che la serenità nasce dal saper accettare ciò che non possiamo cambiare.




