Vincitrice senza amore

La vincitrice senza amore

Ecco, Giulio, è fatta, disse Maria Antonietta, poggiando la tazzina sul piattino con un tintinnio che le sembrò solenne. Ora si può ricominciare a vivere.

Mamma, ne parli come se avessi vinto un torneo di scacchi.

E non è forse così?

Il figlio fissava la finestra. Fuori era marzo: una giornata umida e grigia, come un vecchio strofinaccio. Maria Antonietta seguì il suo sguardo, senza trovarci nulla di degno di nota.

Giulio, ti ho chiesto: non è forse così?

Mamma, è solo che lei è andata via. Con una sola valigia. Non cè molto da festeggiare.

Cè eccome! Che sia andata via, solo con una valigia. È arrivata senza niente, se ne va senza niente. Questo è giusto.

Finalmente si voltò. Maria Antonietta si attendeva di trovare nei suoi occhi delusione, rabbia, almeno la stanchezza. Ma ci trovò qualcosa che preferì non esaminare troppo a fondo.

Elisabetta aveva investito soldi in quellappartamento, disse piano. I suoi soldi.

Ma lappartamento è a nome mio. Lho donato a te. Non a lei.

Lo so benissimo comè intestato.

E allora? Qual è il problema?

Si alzò, prese la giacca dallattaccapanni. Maria Antonietta notò che non aveva finito la torta di mele che aveva preparato quella mattina, apposta per loccasione. Mezza torta era ancora intatta sul tavolo.

Esco, disse lui.

Dove vai?

Da qualche parte.

La porta si chiuse piano, senza sbattere. Con quella cura raffinata che si ha quando, in una vita intera, si cerca di non far rumore, di non rompere niente. Maria Antonietta guardò la torta, poi con la forchetta mangiò il pezzo avanzato dal figlio. Le mele erano un po acidule. Ma unacidità giusta. Casalinga.

Seduta nella cucina del suo appartamento, dove viveva da trentasette anni, pensò che ora tutto sarebbe andato bene.

Maria Antonietta aveva sessantadue anni. Era una donna minuta, sempre curata, i capelli grigi raccolti in uno chignon piccolo sulla nuca. Aveva una pensione dignitosa, per gli standard di Parma. Aveva lavorato quarantanni in uno studio commerciale, e con i numeri andava a nozze. Proprio per questo, quando cinque anni prima Giulio portò a casa Elisabetta, Maria capì subito che tipo era la nuora.

Elisabetta veniva da un paese piccolo, a tre ore di treno. Era scesa a Parma per studiare, poi trovò lavoro e viveva in una stanza daffitto presso una cooperativa di architettura. Semplice, riservata, la treccia lunga fino alle spalle e lo sguardo basso mentre parlava. Maria Antonietta capiva la gente. In Elisabetta lesse tutto già alla prima cena insieme: quella ragazza puntava allappartamento.

Giulio diceva altro. Diceva amore. In realtà parlava poco, ma quello che diceva, Maria lo filtrava a modo suo e ricavava sempre la risposta giusta. Giusta, perché coincideva con la sua.

Per tre anni abitarono nellappartamento donato al figlio quando lui compì ventotto anni. Un vecchio collega notaio laveva consigliata: in caso di divorzio, la casa donata dal genitore non si divide tra i coniugi. Maria allora non pensava al divorzio. Pensava alla sicurezza. Sempre pensava alla sicurezza.

Elisabetta arredò le finestre con tende nuove. Maria la trovò quasi sfacciata. Elisabetta cambiò il servizio buono: per Maria quello vecchio valeva di più. Due volte a settimana cucinava la cena e invitava Maria che veniva, si sedeva, ringraziava educatamente e poi tornava a casa con quel senso di disagio che non sapeva nominare.

Poi Elisabetta fece rifare la cucina. Con i suoi soldi, cosa che aveva specificato più volte col marito, ma non con la suocera. Maria lo scoprì a cose fatte, quando ormai carta da parati e pensili bianchi erano già montati.

Signora Maria, non le piace? chiese Elisabetta con il suo modo diretto che Maria non sopportava.

Ma dai, cara. È carina.

Carina. Lo disse con quel tono che faceva di carina un sinonimo di orrenda, e tutte e due lo capirono. Elisabetta però non rispose. Era brava a tacere quando Maria aspettava solo uno scatto per avere il diritto di indignarsi.

Il divorzio arrivò al quarto anno. I motivi erano tanti, ma nessuno decisivo. Ognuno vero, ma nessuno solo. Giulio si distaccò, si distaccò ancora. Elisabetta domandava, spiegava, supplicava. Lui annuiva e poi andava davanti alla tv. Maria, che sentiva il figlio ogni due giorni e sapeva come andava, alla fine gli disse ciò che serviva:

Giulio, così non si può vivere. Né tu né lei.

Magari cambia qualcosa.

Cambierà solo in peggio.

Poi avvocati. Poi firme. Poi questa cucina, il profumo di torta e il marzo spoglio fuori dalla finestra. Elisabetta uscì con la sua valigetta. Maria la vide dal terrazzo: piccola, grigia, con le rotelle. Andava verso il taxi senza voltarsi.

Pensò: ecco, una che ha perso. E si sentì leggera come dopo la febbre.

Giulio Bianchi, figlio di Maria Antonietta, aveva trentaquattro anni. Lavorava come ingegnere in una ditta edile, guadagnava bene e non parlava mai di soldi. Maria era fiera di lui. Una fierezza impastata di amore, possesso, e un qualcosa che non saprebbe chiamare. Lo aveva cresciuto da sola, da quando il marito li lasciò che Giulio aveva otto anni. Da allora erano stati in due, e le sembrava giusto così.

Quando il ragazzo aveva diciannove anni, Maria capì che sapeva stare da solo. Non in senso positivo: non sapeva difendere ciò che era suo, non chiedeva, non si arrabbiava mai a voce. Solo accettava o taceva. Maria decise che era educazione, e ne fu contenta.

Dopo il divorzio, Giulio visse solo un mese. Poi la chiamò:

Ho conosciuto Francesca.

Dove?

Allaperitivo in ufficio.

E che tipo è?

È una donna in gamba. Vuoi conoscerla?

Maria andò. Si incontrarono in un bar, non a casa: il primo segno, allepoca non compreso. Francesca aveva sette anni meno di Giulio, dunque ventisette. Lavorava in unagenzia pubblicitaria, vestiva colorato e sapeva esattamente cosa voleva dal cameriere, dal menu e, sembrava, dalla vita.

Maria Antonietta, disse, tendendo la mano con sicurezza come a una riunione daffari. Mi hanno parlato molto di lei.

Giulio?

Giulio.

Spero bene, rispose Maria col suo sorriso di circostanza.

Un po di tutto, ribatté Francesca, aprendo il menu.

Maria sentì un nodo sotto le costole, che attribuì alla corrente daria: il bar era davvero freddo.

Francesca era bella. Non come Elisabetta, in silenzio e quasi con timidezza, ma con una bellezza sicura, spavalda, come le donne che sanno di esserlo. Capelli corvini, occhi neri, rossetto perfetto. Anche il suo silenzio era diverso. Quello di Elisabetta era paziente; quello di Francesca era giudizio.

Dopo quattro mesi si sposarono. Maria lo seppe al telefono, una sera.

Oggi ci siamo sposati, disse Giulio.

Oggi?

Sì, mamma, non volevamo cerimonie.

Non sono offesa, rispose lei. Auguri.

Appese e rimase dieci minuti nel silenzio. Poi innaffiò le piante e andò a letto. Al mattino tutto le parve normale.

Francesca si trasferì subito. Aveva tanta roba per essere così minuta. Le scatole occupavano il corridoio. Maria passò il giorno dopo e notò che le tende di Elisabetta erano state tolte. Al loro posto, pesanti drappeggi verdi che rendevano la sala uno studio legale.

E le vecchie dove sono finite?

Nel bidone, disse Francesca dalla cucina.

Ma erano quasi nuove.

Non è il mio gusto, signora Maria.

Era una risposta che chiudeva il discorso. E Maria capì e tacque. Per la prima volta davvero, senza il monologo interno ci sarà tempo per dire la mia.

Allinizio andava spesso a trovarli. Francesca non la cacciava, ma sapeva rendere laria talmente estranea che Maria finiva per desiderare andar via lei stessa. Non preparava il tè, non interrompeva le proprie faccende al computer, rispondeva di malavoglia. Maria si sentiva ospite invadente nella casa che aveva regalato al figlio.

Nuovo disagio. Sgradevole.

In presenza di Maria, Giulio diventava ancora più silenzioso. Versava il tè, offriva biscotti, annuiva a ogni storia della madre e guardava la moglie con quella cautela che Maria riconosceva, ma non nominava. Il termine giusto sarebbe stato paura, ma non lo diceva ad alta voce.

A ottobre Francesca cambiò le serrature.

Mamma, abbiamo cambiato serratura. Dimmelo prima di venire, così apro io.

Perché?

È più sicuro, dice Francesca.

Sicuro da chi?

Pausa lunga. Più che una risposta.

Mamma, oggi si fa così, mormorò.

Quel mazzo di chiavi Maria lo aveva da ventanni: prima padrona di famiglia, poi madre di casa, sempre benvenuta. Quella sera stessa lo tolse dal portachiavi e lo mise nel cassetto del comò, dove ancora riposa.

Il cenone di Capodanno si faceva sempre da Maria Antonietta. Da ventanni. Preparava insalate, pesce fritto, metteva lalbero nellangolo come faceva sua madre. Una tradizione intoccabile.

A novembre Francesca si limitò a riferire a Giulio che il Capodanno si faceva dai suoi, a Milano.

A Milano?

Sì, la famiglia è tutta lì.

E io?

Mamma, capisci. Non si può essere ovunque.

Maria passò la notte di Capodanno da sola. Mise a tavola una sola persona, aprì lo spumante alle undici e mezza, ascoltò il discorso del Presidente alla tv, brindò da sola, lavò i piatti e andò a letto.

Al mattino chiamò il figlio.

Buon anno, mamma.

Buon anno, Giulio. Come state?

Bene, una bella festa. Posso richiamare più tardi? Francesca dorme ancora.

Ma certo.

Lo certo le uscì come mai. Ma lui aveva già chiuso.

A febbraio Francesca arrivò a casa di Maria per la prima volta da sola, a mezzogiorno, ben vestita, tacchi alti. Maria aprì la porta e non sapeva che dire.

Entra pure. Un tè?

Volentieri.

Sedettero in cucina. Francesca osservò lambiente come chi valuta una proprietà da ristrutturare. Maria preparò le tazze, tagliò il limone.

Maria Antonietta, vorrei parlare senza giri di parole.

Dimmi.

Giulio le telefona ogni giorno.

È mio figlio.

Lo capisco. Ma è troppo. Tutti i giorni, per unora. Ci limita la serata, ci toglie tempo. Penso che potrebbe chiamare meno spesso.

Maria versò lacqua. Le mani ferme. Ci teneva.

Francesca, disse lenta. Giulio è adulto. Decide lui quando e a chi telefonare.

Sì, però un adulto ha come priorità la propria famiglia.

Anche io sono famiglia.

Lei è la mamma. Non è la stessa cosa.

Si fissarono. Il tè si raffreddava. Maria pensò che se fosse stata Elisabetta avrebbe già abbassato lo sguardo. Francesca no. Mai.

Ho capito, concluse Maria.

Bene, rispose Francesca, finendo il tè come se avessero parlato del tempo.

Dopo che fu uscita, Maria rimase a lungo alla finestra. Sulla strada una pozzanghera rifletteva il cielo grigio. Pensava a Elisabetta, a come non si sarebbe mai permessa quellinvadenza gelida.

Scese a uno a uno i pensieri a un angolo remoto del cuore.

Le telefonate di Giulio si diradarono: prima ogni due giorni, poi ogni tre. Maria si accorse, ma tacque. Anche lei chiamava meno: ogni volta capiva che lui era di fretta, rispondeva corto, diceva mamma, abbiamo ospiti o mamma, stiamo uscendo, e dietro sentiva il tono preciso e fermo di Francesca.

Francesca lavorava in pubblicità e guadagnava bene, come riferiva Giulio con unintonazione che ricordava la dipendenza. Comprava loro elettrodomestici, vestiti, viaggiava spesso in trasferta. Era una donna dazione, e quellazione circondava Giulio, lasciando sempre meno spazio al resto.

In primavera Maria andò a trovarli senza avvisare. Giulio aprì la porta e il volto, istantaneamente, parlava da solo.

Mamma, lo sai che sarebbe meglio chiamare.

Passavo di qua. Sono entrata.

Passavi di qua?

Vivo a dieci minuti, Giulio.

Francesca sta lavorando, a casa. Non vuole disturbi.

Sono qui per te, non per lei.

La fece entrare. Stettero in cucina. Francesca non uscì mai dalla stanza. Dopo mezzora Maria si alzò, salutò e se ne andò. Sulla scala davanti allascensore si fermò e capì: quello era lultimo ingresso non annunciato. Non perché lui glielo avesse chiesto. Perché non voleva più vederlo con quello sguardo mentre apriva la porta.

Lestate trascorse tranquilla. Maria andava nellorto fuori città, coltivava pomodori e cetrioli, accompagnava i nipotini della vicina al mare. Non ne aveva di suoi. Francesca diceva troppo presto, la carriera, ci sarà tempo. Maria non contestava. Aveva imparato a non discutere ciò che non si può cambiare.

A settembre accadde quello che poi chiamò per sé casuale. Anche se in una città come Parma il caso esiste poco.

Tornava dalla spesa, le borse pesanti, guardava i passi. E vide Elisabetta.

Elisabetta era davanti a un piccolo studio tecnico, stava al telefono. Un cappotto blu scuro che Maria non ricordava, i capelli corti sulle spalle, la treccia sparita. Rideva, ed era una risata vera, non più timida.

Maria si fermò. Doveva tirare dritto. Invece stette lì.

Elisabetta la vide. Finì la chiamata e si avvicinò.

Signora Maria.

Elisabetta, disse, e si stupì di averle detto il diminutivo, mai usato prima.

Sta bene, disse Elisabetta. Strano: si dice così quando non sembra vero, ma si vuole essere gentili. Maria lo sapeva spesso aveva usato quella frase.

Anche tu stai bene, rispose Maria. E stavolta era la verità.

Elisabetta era diversa. Non solo a posto. Diversa. Era cambiato il modo in cui teneva le spalle, lo sguardo. Niente più occhi bassi.

Lavori qui? chiese Maria, indicando lo studio.

Lo dirigo, rispose Elisabetta semplice. Ho aperto una mia attività sei mesi fa. Interior design.

Una tua attività?

Sì.

E i soldi? chiese Maria, accorgendosi subito dellinappropriatezza. Ma la parola era già uscita.

Elisabetta non si offese. O non lo fece vedere. Maria non capì.

Ho fatto due lavori per tre anni, disse. Di giorno nellazienda, di sera cliente privati. Ho messo da parte. Lanno scorso ho comprato un monolocale. Piccolo, ma mio.

Maria sentì le borse ancora più pesanti. Fisicamente.

Un appartamento?

In via Emilia. Piccolo, ma basta.

Vivi da sola?

Sola. Sto bene così.

Si fermarono un istante. Dal viale passavano le auto. Da qualche parte ridevano dei bambini.

Elisabetta, iniziò Maria. Non sapeva cosa avrebbe detto. Non era pronta a questo incontro. Era successo, bisognava improvvisare.

Signora Maria, la interruppe Elisabetta dolce, mi aspettano. Ho un appuntamento tra dieci minuti.

Sì, certo.

Buona giornata, allora.

Anche a te.

Elisabetta tornò verso lo studio. Alla porta si voltò appena un secondo e Maria riuscì a vederle il viso: né rabbia né amarezza. Solo tranquilla. Di chi ha già deciso e si è stancato di decidere ancora.

Maria tornò a casa, appoggiò le borse sul tavolo. Mise via la spesa, si lavò le mani, fece una minestra, mangiò, lavò il piatto, si sedette alla finestra.

Ha comprato casa in via Emilia. Ha una sua attività. Da due anni. Non subito. Un passo dopo laltro.

Maria si sedette e pensò che aveva vinto. La casa è rimasta. Il figlio anche. Elisabetta è uscita senza nulla.

Solo che adesso il figlio chiama una volta a settimana. A volte ogni dieci giorni. E il Capodanno di nuovo dalla famiglia di Francesca a Milano, perché ormai decide lei.

Elisabetta ha comprato casa in via Emilia.

Maria si sdraiò sul divano. Non dormiva. Stava solo lì. Il buio scendeva, e non accese la luce.

A ottobre Francesca disse a Giulio che voleva trasferirsi a Milano. A Parma si sentiva stretta, la sua azienda le offriva un posto in sede centrale, una carriera da non lasciar scappare.

Giulio chiamò la madre la domenica pomeriggio.

Mamma, dobbiamo parlare.

Dimmi.

Forse ci trasferiamo.

Dove?

A Milano. Per il lavoro di Francesca.

Maria tacque. Lungo. Per i suoi standard, troppo lungo.

Quando?

Non è sicuro, stiamo decidendo. Ma volevo dirtelo in anticipo.

Grazie per avermi avvisata.

Mamma, non fare così.

Così come?

Fredda.

Giulio, non sono fredda. Ti ascolto.

Un altro silenzio.

Mamma, potremmo dare lappartamento in affitto. Sarebbe unentrata in più. Tu potresti dare unocchiata a chi ci entra. Sei vicina.

Maria capì: dare unocchiata agli inquilini voleva dire andare in una casa dove ora non aveva nemmeno più le chiavi.

Ci penserò, disse solo.

Bene. Mamma, non preoccuparti. Milano è vicina, due ore di treno. Verremo spesso.

Certo.

Di nuovo certo suonò come mai. Ma lui non colse.

A novembre arrivò il freddo in anticipo. Maria usciva col cappotto già ai primi del mese. Andò al mercato a comprare conserve e incontrò lamica dufficio, Paola. Presero un tè al bar del mercato, restarono lì unora.

Paola parlava dei nipoti, della casa in montagna, del marito malato. Poi chiese:

E tu? E Giulio? Comè la nuova moglie?

Si è ambientata, rispose Maria. Stanno pensando di trasferirsi a Milano.

Ah. Ti porterà con loro?

No.

Paola scosse il capo. Era una di quelle donne che sanno dire tutto senza parlare.

Maria, non ci pensi mai?

A cosa?

A Elisabetta. Era tranquilla, quella ragazza.

Tranquilla, sì. Ma voleva la casa che non era sua.

Sei ancora convinta?

Maria posò la tazzina.

Lho vista la settimana scorsa.

E allora?

Si è fatta la sua vita. Casa sua, il suo business. Le va bene.

Paola la guardò. A lungo. Né giudizio né pietà. Solo attenzione. Maria distolse per prima lo sguardo.

Quindi non era per la casa, mormorò Paola.

Dai, smettila.

Non dico niente. Solo noto.

Non sai come si comportava, come guardava Giulio.

Magari non so. Vedo solo che oggi sei qui sola a novembre per le conserve. E lui va a Milano.

A casa Maria tornò a piedi. Aveva bisogno di camminare. Dava lillusione di andare da qualche parte.

Dicembre portò la prima neve. Maria addobbò l’albero sola. Tirò fuori le scatole di palline, accese le lucine. L’albero era comunque bello. Lo era ogni anno.

Giulio chiamò il ventitré: sarebbero passati il trentuno.

Ma solo la mattina, precisò. Poi dai genitori di Francesca.

Ho capito, disse lei.

Mamma, non fare così.

Giulio, mi fa piacere che passiate. Farò una torta.

Arrivarono alle undici. Francesca in cappotto elegante, portò uno spumante e una scatola di cioccolatini. Giulio abbracciò la madre. Bevvero il tè. Francesca stava al telefono, laboriosa ma non sgarbata.

Vuoi torta?

No, grazie. Niente farine.

E tu Giulio?

Certo, mamma.

Mangiò un pezzo. Poi un altro. Maria osservò: forse era uno degli ultimi pranzi così in quella cucina. Perché Milano. Perché Francesca. Perché la vita prende strade che non puoi deviare.

Alle dodici e mezzo uscirono. Francesca si fermò alla porta, fissò Maria. Un attimo. Forse niente, forse tutto.

Maria Antonietta, disse. Lei è unottima padrona di casa. E la torta era buona.

Grazie.

Un cenno. Via. Giulio baciò la madre.

Ciao, mamma.

Ciao, tesoro.

La porta si richiuse. Maria pulì il tavolo, avvolse la torta rimasta, lavò le tazze, accese la tv e non la guardò.

Il Capodanno lo passò sola. Aprì lo spumante alla mezzanotte, brindò allo schermo, guardò l’albero. Le lucine baluginavano tranquille, senza ragione.

A gennaio Giulio disse che si sarebbero trasferiti a marzo. Lappartamento restava sfitto; magari ogni tanto sarebbero tornati. Maria annuì al telefono, come se potesse vedere.

Febbraio le passò quasi in bianco. Spesa, cucina, televisione, qualche volta Paola. Un giro dal parrucchiere, una visita alla vicina per aiutarla in campagna.

A inizio marzo, mentre la neve lasciava spazio alla terra, chiamò Elisabetta.

Il numero lo aveva a memoria. Memoria da contabile.

Squilli lunghi. Stava per chiudere. Poi:

Pronto.

Elisabetta. Sono Maria Antonietta.

Pausa. Non seccata. Solo pausa.

Buonasera, signora Maria.

Buonasera. Vorrei un incontro. Se puoi.

Altra pausa. Maria guardava la strada sotto la neve che si scioglieva.

Perché? chiese Elisabetta. Senza durezza. Solo diretta. Lo era sempre stata.

Vorrei parlarti. È importante. Meglio dal vivo.

Pausa lunga, tanto che Maria pensò a un rifiuto. E avrebbe avuto ragione.

Va bene, disse, infine. Sabato. Al caffè vicino a via Garibaldi, lo conosce?

Lo troverò.

Alle dodici.

Alle dodici, ripeté Maria. Grazie, Elisabetta.

Sì. E basta.

Sabato Maria fu lì un quarto dora prima. Scegliette un tavolo in vetrina. Ordinò il tè. Guardava la strada: la primavera sembrava più vicina.

Elisabetta arrivò puntuale, stesso cappotto blu. I capelli corti leggermente ondulati. La vide, fece un cenno, si avvicinò, si sedette.

Buongiorno.

Buongiorno, Elisabetta. Grazie di essere venuta.

Mi dica.

Maria prese la tazzina, la posò, la riprese.

Volevo dirti che mi sbagliavo, riuscì a dire. Su molte cose.

Elisabetta la fissava dritta.

Ti giudicavo male. Prima ancora che agissi. Era ingiusto.

Silenzio.

Pensavo che volessi la casa. Che non amassi Giulio, che fossi calcolatrice.

E ora?

No, disse Maria, con unammissione lenta. No. Ti ho vista a settembre, in via Garibaldi. Ridevi al telefono. Ho capito che volevi solo una famiglia, una casa. Come tutti.

Elisabetta distolse lo sguardo. Una colomba sguazzava in una pozzanghera.

Signora Maria, disse piano. È bello che lo dica. Ma non so che farne di queste parole.

Non ti chiedo nulla.

Allora perché?

Per me. Perché io dovevo dirlo. Forse non ti serve. A me sì.

Elisabetta la guardava, senza pietà, senza trionfo. Con qualcosa per cui Maria non aveva un nome.

Giulio come sta? chiese Elisabetta.

Si trasferiscono a Milano. La moglie lavora là, ora.

Capisco.

È diversa, sussurrò Maria. Non come te. Diversa.

Meglio o peggio?

Maria mise giù la tazza.

Non lo so, rispose con sincerità. Forse la prima assoluta degli ultimi anni.

Elisabetta sorrise a metà. Non con scherno. Solo un vero sorriso.

Vuole qualcosaltro da me? Un aiuto, qualcosa?

Nulla. Avevo solo bisogno di dire tutto questo.

Va bene. Allora vado. Ho un appuntamento alle due.

Certo, vai.

Elisabetta si alzò, indossò il cappotto, prese il portafoglio.

Pago io, disse Maria.

Non importa.

Ti prego.

Un attimo desitazione; poi il portafoglio sparì nella borsa.

Grazie.

Indossò il cappotto e si fermò.

Maria Antonietta, disse. Non mi fa più male. Da tanto. Lo volevo che sapesse.

Sono felice.

Non per lei. Per me. Non porto rancore, non perché aveva ragione. Ma perché così sto meglio. Per me.

Maria annuì, senza trovare parole. Prima volta in tanto tempo.

Buona fortuna, disse Elisabetta.

Anche a te, cara.

Elisabetta uscì. Maria la vide dal vetro: camminava diritta, senza fretta, nel cappotto blu. Allangolo si fermò, guardò il telefono, poi sparì oltre la curva.

Maria pagò, si mise il cappotto, uscì. Lodore di marzo, della neve sciolta, della terra nuova. Un odore che conosceva da sempre, che amava da bambina. Marzo odorava di possibilità. O così sembrava.

Camminava e pensava a quel giorno, tre anni prima, quando Elisabetta uscì con una valigia grigia. Maria osservava dalla finestra e si sentiva vincitrice.

Ma Elisabetta camminava senza esitazione, senza voltarsi. Allora Maria pensò che fosse la dignità della sconfitta.

Ora, nella penombra del salotto, davanti al viale, pensava diverso. Forse Elisabetta sapeva già qualcosa che lei ignorava. Forse non pensava a che cosa aveva perso, ma dove stava andando.

Maria non aveva mai guardato davanti. Solo indietro: cosa aveva salvato, protetto, ottenuto. Il saldo finale.

Il saldo ora diceva così: la casa cè. Il figlio pure. La vita va avanti.

Solo che è molto silenziosa.

Maria si girò su un fianco. Chiuse gli occhi.

Fuori, la notte silenziosa di marzo avvolgeva la città. Domani, ancora, la neve si sarebbe sciolta un po di più. Forse ad aprile sarebbe finita del tutto. La primavera arriva sempre, che tu lo voglia o no.

Forse, un giorno, sarebbe passata di nuovo davanti a quel portone in via Garibaldi. Non apposta. Solo se capitava. A vedere se lo studio cera ancora, se andava bene. Probabilmente sì. Elisabetta non aveva mai lasciato a metà una cosa iniziata.

Questo lei lo aveva sempre capito. Andare avanti, portare le cose al traguardo.

Non ci aveva mai messo il nome giusto.

Maria restò sveglia ancora molto. Ascoltava il silenzio della sua casa, la casa dove aveva vissuto trentasette anni.

Da dietro sentì il miagolio della gatta della vicina. Poi di nuovo silenzio.

Maria stava lì, pensava e non pensava, pensava ancora. Che domani sarebbe andata al mercato. Forse avrebbe chiamato Paola. Forse in primavera avrebbe sistemato lorto. Cento metri quadri, ma pomodori prodigiosi.

Poi pensava a nulla, solo mangiava torta e guardava la luce arancione del lampione.

Il telefono taceva. Giulio non chiamò più tardi. Avrà dimenticato. Trasloco, scatoloni. Maria lo guardò e non lo prese.

La gatta della vicina strillò ancora. Poi silenzio. Un altro giorno qualunque.

Maria pensò che domani avrebbe comprato qualche piantina. O forse era presto.

Mise via il piatto, spense la luce, andò in salotto.

Leggeva sempre un po prima di dormire. Ora aveva un giallo a metà, il segnalibro in fondo alla pagina. Lo prese, lesse venti minuti, poi chiuse il libro: aveva letto tre volte la stessa pagina senza memorizzare nulla.

Appoggiò il libro. Spense. Rimase al buio.

Elisabetta camminava nel cappotto blu. Diritta, senza fretta.

Tre anni fa andava via con la valigia grigia. Diritta, senza fretta. Maria laveva guardata pensare: dignità dellultima, quella che non cambia niente.

Ora, invece, pensava: forse lei sapeva già dove stava andando. Non cosa perdeva. Ma dove andava.

Maria non aveva mai guardato in avanti. Solo indietro: il saldo, le somme.

Il bilancio era questo: casa cè, figlio cè, si va avanti.

Solo molto piano.

Si voltò, chiuse gli occhi.

Fuori, la notte di marzo scivolava sulla città. Domani la neve si sarebbe sciolta ancora un po. Forse ad aprile finirà del tutto. La primavera arriva sempre.

E in qualche altro punto della città, in un monolocale di via Emilia, anche Elisabetta si sarebbe svegliata. Più tardi, forse. Avrebbe messo su il tè nella sua cucina. Guardato fuori.

Entrambe guardavano lo stesso marzo, la stessa neve che si scioglieva, lo stesso cielo che schiariva.

Solo da finestre diverse.

Maria Antonietta finalmente si addormentò davvero.

Fuori, la notte quieta di marzo avvolgeva Parma.

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