Una Data Rotonda: Celebrazioni e Riflessioni nella Tradizione Italiana

23febbraio non è solo una festa per gli uomini. Per Elena Titova, ad esempio, è il trentanni tondo, una data rotonda, un vero anniversario.

A casa sua arriverà la famiglia sparsa in ogni angolo dItalia: la zia Lidia da Bologna, la cugina Marina da Milano con il marito informatico di successo e due gemelli perfetti, lo zio Vito da Torino tuttofare che ha costruito la sua casa quasi senza aiuti esterni.

E cosa potrà offrire Elena in occasione del suo compleanno?

Né marito, né figli, né un lavoro ben pagato. Vive in un monolocale dellultimo piano ereditato dalla nonna Una mensola di vetro nella credenza, familiare fin dallinfanzia, è carica di foto. Dicono che il mondo sia cambiato, ma tutte le sue amiche sono già sposate. Nadia ha due bambine, Daria ha un figlio che va allasilo, e la ribelle Caterina, che giurava di non sposarsi mai, ora è felice accanto al suo Giovanni.

Lei invece

Ama il suo lavoro nella biblioteca di quartiere GabrieleDAnnunzio, dove conosce ogni volume, e porta una vita tranquilla e prevedibile.

Il giorno stesso era anche la Festa della Difesa della Patria, così tutti congratulavano gli uomini. Nella sua famiglia, però, le date tonde si festeggiano sempre, quindi non cera scampo.

«Schiacciarsi nel fango, che noia pensava Elena, guardando la neve che sbatteva fuori dalla finestra. Non posso far piangere di nuovo la zia Lidia e fare sorridere in modo condiscendente la Marina».

Timida fin quasi al punto di tremare alle ginocchia al pensiero di una conversazione con uno sconosciuto, Elena aveva già scartato le uscite reali. Lunica speranza rimaneva internet. Un mese su un sito di incontri e tantissime risposte, ma appena spuntava la parola serio o famiglia, il dialogo si congelava. Lultimo, con un ragazzo di nome Alessio, si incollò ieri: dopo il suo cauteloso «A cosa cercate davvero una relazione?», lui rispose «Divertimento, chiacchiere leggere, vediamo», e unora dopo sparì dal sito.

Quel inverno era gelido, più di trenta gradi sotto zero. Fuori ululava il vento, dentro Elena era altrettanto fredda, avvolta in una coperta della nonna e scorrendo senza meta i feed dei social.

Un colpo alla porta la fece sobbalzare.

Era circa le otto di sera. Non aspettava nessuno, indossava un pigiama con gli gufi e lidea di aprire la porta le provocava una fastidiosa insofferenza.

Il campanello suonò di nuovo, insistente.

Chi diavolo ha mandato qualcosa? borbottò Elena, avvicinandosi alla porta.

Avete ordinato una pizza? rispose una voce giovanile, un po raffreddata, da dietro la porta.

Che pizza? Non ho ordinato nulla! si irrigidì Elena.

Come non avete ordinato? la voce era perplessa. Via Roma29, il cognome Titova?

Lindirizzo e il cognome erano perfetti. Elena lanciò unocchiata rapida al suo riflesso nello specchietto dingresso: capelli arruffati, naso rosso per il tè, pigiama. «Non può essere», pensò, e si mise di corsa una tuta sportiva, inspirò a fondo e aprì.

Sul marciapiede stava un fattorino di circa trentacinque anni, coperto di neve, con due scatole fumanti in mano e una termosacca sulla spalla. Il viso era graffiato dal vento, ma gli occhi erano vivaci e stanchi. La giacca era decisamente troppo leggera per quel freddo.

Quindi non è per voi? chiese, e nel suo sguardo comparve una punta di irritazione. Scusate il disturbo.

Stava per girarsi quando Elena fu pervasa da una fitta compassione. Quel freddo lo stava congelando, e ora doveva tornare indietro a far restituire la merce, perdendo tempo e forse denaro.

Aspetti! sbottò. Vuole un tè, così si scalda?

Il fattorino alzò le sopracciglia, sorpreso, poi sorrise largo, quasi casalingo:

Non dico di no. E prenda la pizza in segno di compensazione. Cè la Margherita e la Quattro Stagioni. Scelga quella che preferisce.

Cinque minuti dopo erano seduti nella piccola cucina di Elena. Il bollitore fischiava, lei ha tirato fuori un barattolo di marmellata di lampone fatta in casa e dei cioccolatini dorati per gli ospiti. Laria profumava di pane, formaggio e di un calore umano inaspettato.

Sono Marco, si presentò, riscaldando le mani sul bicchiere. Sono il titolare della piccola panetteriacaffetteria Il Girello. Oggi il mio fattorino ha la febbre e gli ordini sono, per caso, un po troppe. Ho dovuto consegnare io. Non voglio deludere i clienti.

Parlava semplice, senza fronzoli. Raccontò di essersi divorziato tre anni fa, di non avere figli, di abitare in un monolocale simile al suo, ma in un quartiere diverso. Gli piace pescare destate e suonare la chitarra per sé. Nei suoi racconti traspariva una concretezza solida, quasi terrena.

Incitata dalla sua sincerità e dalla luce soffusa della lampada da cucina, Elena, di solito taciturna con gli estranei, si aprì. Parlò del suo imminente trentesimo, della famiglia che arrivava, della sensazione di essere rimasta indietro rispetto al treno chiamato vita normale.

Marco ascoltava attento, annuendo. Quando lei smise di parlare, sorseggiando timidamente il tè, lui la interruppe:

Dimmi, ti sposeresti con me?

Elena balbettò.

Cosa? È un ringraziamento per lospitalità? balbettò, sentendo il viso arrossare.

No, scosse la testa, lo sguardo divenne serio. Mi sei piaciuta subito. Sei vera. Seduta qui, ti preoccupi di un fattorino gelato, tiri fuori la marmellata. Hai gli occhi sinceri. La mia ex mi diceva sempre che sono poco promettente. Tu sembri la persona con cui potrei semplicemente vivere bene.

Senza fronzoli, vi mostrò il suo progetto di vita:

Guarda, ho questo negozio. Il guadagno è modesto, ma stabile. Ho un fuoristrada per la pesca e per le consegne. Ho una vecchia ma robusta casa di campagna a Valsolda, con una sauna. Voglio due figli, un maschio e una femmina. Non subito, ovviamente. Se vuoi, potremmo vendere i nostri monolocali e prenderci qualcosa di più grande. Che ne dici? Vuoi prendermi in moglie? O è troppo improvviso? Prendiamoci un po di tempo per riflettere?

Elena rimase senza parole. I pensieri correvano: «È pazzo. È una barzelletta. È disperazione. È salvezza». E poi, con una chiarezza quasi spaventosa, vide non Marco in sé, ma la vita che descriveva. Non una foto finta per la famiglia, ma una realtà: sauna a Valsolda, odore di pane appena sfornato, risate di bambini che aveva quasi smesso di desiderare.

Guardò le sue mani robuste, segnate da tagli di impasto o di attrezzi. E il suo volto aperto, calmo. Pensò che, se avesse detto no, quelluomo si sarebbe alzato e se ne sarebbe andato sul momento.

Accetto disse Elena, a bassa voce ma con decisione. Dentro sentì una molla che si sbloccava.

Marco rise, sollevato:

Perfetto! Allora, Elena Titova, prepara il passaporto. Domani, dopo il lavoro, passo da te, andiamo al comune a farci registrare. Conosco una conoscente che può accelerare le pratiche. Magari riusciremo a farcela prima del tuo compleanno.

Si scoprì che la pizza era destinata a Nadia Titova, una cugina con lo stesso cognome che abitava al piano di sopra. Il giorno successivo Marco le consegnò personalmente lordine, con scuse e una scatola di croissant freschi in regalo. La zia Nadia, con una mano, commentò: «Ehi, Elena, non ci credi!»

Un compleanno così Elena non laveva neanche sognato. Quel 23febbraio rimase impresso da una calda tavolata al Girello, dove si sentiva il profumo di cannella e di prodotti appena sfornati.

La famiglia, vedendo il tranquillo e concreto Marco, accolse limprovvisa decisione con stupore ma anche con approvazione.

La zia Lidia asciugò una lacrima di tenerezza, e la cugina Marina, osservando Marco sistemare una ciocca ribelle di Elena, sussurrò: «Sai, lui ti guarda come io guardo i miei progetti: con la stessa attenzione ai dettagli».

Laugurata ascoltava i brindisi in suo onore, sorrideva e capiva che la vera protezione contro le tempeste della vita non era larmatura lucida del successo, ma un solido spalla maschile comparso al suo portone dal nulla. La sua avventura, iniziata dal disperato desiderio di non restare sola, laveva condotta non a una facciata, ma a una vera casa. Un vero focolare.

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